Ni dieu mais un maître: Jean-Patrick Manchette

1 aprile 2008
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Come una prefazione
intervista a Jean-Patrick Manchette
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Cosa l’ha spinta a scrivere gialli?
Il caso. Il caso ha spalle robuste. Mi sono trovato da un giorno all’altro nella necessità di guadagnarmi da vivere e di mantenere la mia modesta famiglia. Da un giorno all’altro, perché all’inizio volevo diventare professore d’inglese. In realtà non credo che avrei retto. Già non sopportavo di continuare gli studi. Così, quando tutto faceva pensare che avrei ottenuto un incarico all’apertura dell’anno scolastico, mi sposo con una donna fantastica e mi ritrovo con un presalario di ottocento franchi e un affitto di seicento franchi mensili, che accetto senza pensarci troppo, dicendomi: ce la caveremo. Mélissa, mia moglie, si era appena diplomata in cinematografia e grazie a lei conoscevamo un certo numero di persone; non che siano riuscite tutte a sfondare nel cinema, anzi, quasi nessuno; ma per esempio, eravamo molto amici di Jean-Pierre Bastid, anche se ora ci siamo persi di vista.

Se non sbaglio, Bastid all’epoca stava girando Massacre pour une orgie?
Un film che è suo solo in parte. Una casa di produzione aveva acquistato i quaranta minuti di un film incompiuto, tipo “Belle di notte” o “Il dramma della prostituzione”, con l’idea di completarlo. Bastid ha girato improvvisando completamente, una cosa pazzesca, delirante, esilarante. Qualche volta gli dà fastidio che si ricordi che ha girato Massacre; ma ha torto, è un delirio divertentissimo. Ogni amico che si trovava a passare sul set riceveva una particina. Alla fine, i personaggi saranno stati un centinaio.

C’era anche lei?
Bazzicavo nell’ambiente. Ho scritto una scena che non è stata girata. Ognuno ne scriveva una. È stato allora che ho deciso di lavorare per il cinema, mi sono detto: con il cinema si fanno i soldi! Ho fatto lavoretti di ogni tipo, per programmi educativi alla tv, campagne di prevenzione contro gli incidenti sul lavoro; ho collaborato persino a film porno. Due sceneggiature per Max Pecas, Une femme aux abois e La paura e l’amore; ma, contrariamente a quanto si è detto, non ho mai collaborato con José Bénazéraf. A livelli più dignitosi, ho lavorato per la televisione al telefilm per famiglie Les Globe-trotters, famoso a quei tempi. D’altra parte, mi ero scoperto una certa abilità nel tradurre dall’inglese, e ho fatto non poche traduzioni per sopravvivere. Non navigavo in acque facili, tutt’altro, e allora un giorno io e Bastid ci siamo detti: conosciamo bene i gialli, perché non scriviamo plot tipo Série noire? Li vendiamo alle case produttrici e facciamo soldi a palate. Così abbiamo iniziato a collaborare scambiandoci le idee; con Laissez bronzer les cadavres è filato tutto liscio, ma non con L’Affaire N’Gustro, che in un certo senso era un soggetto di Bastid, di cui io mi sono completamente appropriato scrivendolo. Mi sono detto: ho sputato sangue, è roba mia. E ho detto a Jean-Pierre: «Me lo tengo». È stato abbastanza irritante per lui, perché a quel soggetto teneva molto, ed era la seconda volta che qualcosa lo mandava a monte. Inizialmente doveva girare quel che poi è diventato L’attentato. Partendo dalla sua idea d’ispirarsi al delitto Ben Barka, ha lavorato con Ben Barzman, poi Barzman ha continuato da solo e alla fine il film è stato girato da Yves Boisset. Bastid aveva la sensazione di essersi fatto fregare, così aveva deciso di fare in fretta e furia un film in 16mm per battere tutti sul tempo. Io gli avevo scritto un riassunto della sceneggiatura, un canovaccio. E a partire da quello è nato L’Affaire N’Gustro; allora gli ho detto: «No, basta, stavolta niente collaborazioni, perché ho sputato sangue!». Ne sono ancora convinto, ma d’altra parte capisco come tutto ciò finisse per esasperarlo. Per questa, e per altre faccende più insignificanti, i rapporti si sono raffreddati. Ma adesso è cosa passata, appartiene al passato…
Perché i gialli e non un’altra cosa? Non è che fossi un patito, ma si dà il caso che mia nonna materna fosse una persona fuori del comune. Era scozzese, era stata suffragetta, si era stesa sui binari e cose del genere, apparteneva alla prima generazione di donne ammesse nelle università britanniche. Quando avevo otto o nove anni, lei doveva essere sulla settantina, aveva i capelli corvini, era alta un metro e ottanta e si vestiva di rosso, seminando il panico nel piccolo villaggio normanno dove abitava; e leggeva la Série noire. Grazie a lei ho conosciuto Cheyney, Hadley Chase, e ricordo che rimasi molto impressionato, all’epoca, da Con lei fino all’inferno di Elliot Chaze, con la ragazza nuda che si rotola fra le banconote dopo la rapina: una scena scioccante per un marmocchio impubere, ed è la mia “scena primaria” di giallista.
Dopo, non ho più letto un giallo. Durante l’adolescenza leggevo soprattutto fantascienza. Quando iniziai a frequentare la mia ragazza, mi accorsi che amava i gialli, le raccontai quella scena che mi aveva tanto colpito e le chiesi se sapeva da quale romanzo era tratta. Rispose: «Ma sì, è Con lei fino all’inferno, ce l’ho…».
Poco prima, mi ero appassionato a Carter Brown, molto in voga fra gli studenti agli inizi degli anni Sessanta. Poi, grazie a Mélissa, ho letto tutta la Série noire, e soprattutto i classici: Chandler, Hammett, Charles Williams, John D. MacDonald, Jim Thompson, tutti insomma. Alla fine l’unico grande che mi mancava quando ormai ero già grande, verso il 1969, era Stark-Westlake, che ho scoperto dopo. Come tutti gli appassionati, mi sono messo a cercare le perle rare: o si scelgono i libri in base a chi li ha tradotti, oppure si cercano sistematicamente gli autori che hanno scritto un libro o due e ci s’imbatte nell’eccezionale Bodies Are Dust di P.J. Wolfson o nei due romanzi di Paul Cain, A colpo sicuro e Seven Slayers, in Sweet Cheat di Peter Duncan, che fa pensare a un Jim Thompson ottimista; e in Geller, Naughton, Loughran, Potente come me di Stanley Crawford eccetera.
Siccome mi nutrivo di gialli americani, mentre non leggevo affatto gli autori francesi, mi sembrava naturale, automatico, seguire le orme dei “realisti critici”. Il giallo, per me, era – ed è – il romanzo della critica sociale iperviolenta. Ho preso quindi quella direzione, verso la quale mi spingeva anche la mia esperienza politica. All’inizio degli anni Sessanta – avevo diciotto anni – militavo a sinistra. Nel 1960, in piena guerra d’Algeria, facevo militanza. Poiché vivevo in provincia, a Rouen, era una militanza piacevole e distesa (ho anche visto la polizia antisommossa caricare a suon di tromba!), era una dimensione “gruppo di affinità”, come direbbero gli anarchici: da una parte l’orchestrina jazz amatoriale, dall’altra il ciclostile dove si stampava il giornale dell’Fln locale, la gente stranissima che passava di lì… Dopo il 1962, ho militato in vere e proprie organizzazioni; sono stato contemporaneamente membro del Partito socialista unificato, dell’Union des étudiants communistes e di un gruppetto infiltrato che si chiamava La voix communiste e raccoglieva militanti provenienti dal trotzkismo e dal Partito comunista; persone che avevano rotto con il Partito comunista per le ragioni più varie: la Jugoslavia, il togliattismo, l’Ungheria, l’Algeria – verso la fine c’erano persino dei giovanissimi filocinesi. L’unica cosa su cui si fosse d’accordo era l’Algeria. Per questo, due anni dopo la fine della guerra, si sono mandati a quel paese. Io avevo già smesso. Tra il 1960 e il 1964 avevo partecipato alle manifestazioni, poi sono partito per l’Inghilterra dove ho incontrato la mia ragazza e la Série noire. Al mio ritorno, ho trovato le organizzazioni smantellate e i militanti dispersi, e viceversa; ho scoperto la rivista dei situazionisti; mi sono messo a riflettere, rileggendo i classici, i marginali del marxismo, il modernista Marcuse, poi mi sono detto: ho sparato un sacco di cazzate, ho giocato a fare il cowboy, il bolscevico, ma cos’è la militanza? E via di questo passo.
Il che non mi ha impedito di continuare a prendere parte ai movimenti sociali, anzi. Continuo a leggere i teorici e a spulciare i giornali. Così è anche nei miei gialli.

Si ha l’impressione che, nei suoi libri, non la dia vinta a nessuno, che raramente i suoi personaggi siano positivi, che il loro impegno politico non porti a nulla…
Non mi ficco negli arcani della psiche dei miei personaggi. Mi sembra che sia nella natura del noir essere noir, che non debbano esserci o quasi personaggi positivi, a parte il detective privato. A me piacciono i gialli in cui i personaggi sono presi in trappola, sono sotto pressione, perdono il controllo e fanno una brutta fine.
Da anni mio figlio mi sgrida perché vorrebbe che scrivessi un libro positivo, con un lieto fine; finora, però, non ci sono riuscito.

Eppure, il personaggio di Eugène Tarpon, l’ex poliziotto diventato investigatore privato, sembra aver subito un’evoluzione da Un mucchio di cadaveri a Piovono morti! Sembra aver imparato a tirare il fiato. Crede che le sfuggirà di mano?
Tarpon è un caso a parte. Prima di tutto è un detective privato, quanto di più positivo si possa immaginare. E poi avevo voglia, anzi ho voglia di farne una serie, quindi non posso ucciderlo. Il che vuol dire che non può essere un desperado come tutti i miei personaggi; in un certo senso è più maldestro, “s’infiamma” molto meno, scrive come un cane. I romanzi in cui compare sono scritti con voluta goffaggine, è il tocco del personaggio. Non è un intellettuale come quasi tutti i miei eroi; è un bifolco. Un bifolco che ha però degli interessi, e s’istruisce. Adesso ho qualche problema con lui, perché penso che prima o poi non sopporterà più di agire da poliziotto, anche se privato. Già ora non è più capace di pizzicare qualcuno che rubi in un supermercato. Il prossimo Tarpon, se come spero ci sarà, non potrà più pedinare commessi di farmacia sospettati di mettere mano all’incasso, né correre dietro ai ladri. Non gira più a vuoto, ha un suo percorso, forse finirà per avere una vita sessuale soddisfacente, per capire il mondo in cui vive.

Come sono nate le avventure di Tarpon?
Un mucchio di cadaveri è stato scritto in fretta, avevo in testa tutt’altro soggetto, ma mi si sono ingarbugliate le idee. Dovevo assolutamente finire un romanzo per pagare le tasse. Mi sono buttato su questo libro con un’idea molto vaga, praticamente non c’è stata una prima stesura. Me la sono cavata dicendo: se è scritto male, lo addebiteranno alle difficoltà linguistiche di quello zoticone. Ho inventato il personaggio di Jean-Baptiste Haymann, il giornalista, per non raccontare tutto dal punto di vista di Tarpon. Ma la fretta gioca brutti scherzi: l’ho chiamato Jean-Baptiste, e uno di questi giorni dovrò rivelare, ormai a cose fatte, che è figlio di ebrei convertiti per spiegare quel nome così cristiano; ecco un’incoerenza dovuta all’improvvisazione!

L’Homme au boulet rouge è un western. Cos’è, una civetteria da cinefilo?
È semplicemente la riscrittura di una sceneggiatura realizzata su ordinazione. Barth Jules Sussman, un giovane cineasta americano, aveva portato la sceneggiatura in inglese alla Série noire per vedere se poteva essere “romanzata”. Soulat si è ricordato che quando avevo bisogno di soldi rifacevo sceneggiature. Perché no, mi sono detto? I dialoghi e la trama sono quelli della sceneggiatura, mentre il testo è allungato con digressioni marxiste del tutto fuori luogo. Se fossi stato libero di modificare il testo di Sussman, avrei incendiato la piantagione di cotone, non avrei permesso che il proprietario se la cavasse e facesse fortuna.

Hanno scritto che Fatale, inizialmente, era la sceneggiatura di un fumetto…
Niente affatto. Si è tentata la trasposizione in fumetto, ma all’inizio era il soggetto di un film. Avevo raccontato l’idea a Claude Chabrol, che mi disse: «Fantastico, lo facciamo, mettiti all’opera». Ho scritto la sceneggiatura, ma poi ho pensato che potevo farne un libro. E quando ho fatto il libro i produttori hanno rifiutato la sceneggiatura. Dionnet, di «Métal hurlant», mi ha messo in contatto con il disegnatore Tardi e abbiamo iniziato a farne un adattamento per i fumetti, ma poi abbiamo lasciato perdere e fatto Griffu…

Torniamo alla letteratura. Non pensa di aver ottenuto il Grand Prix de Littérature policière per Pazza da uccidere, e non per Nada, perché il mondo del giallo si è rifiutato di premiare un’opera apertamente politica?
Non saprei. In ogni caso, era un premio assegnato nel 1973 per un libro uscito nel 1972…

Cosa pensa dei nuovi giallisti francesi, visto che spesso vengono paragonati a lei?
Escono molti libri, che alcuni (io per primo) chiamano neogialli e che vengono paragonati occasionalmente ai miei per il contenuto: perché vengono uccisi preti, borghesi, poliziotti, perché i cattivi sono promotori finanziari, industriali eccetera. È chiaro che sono libri di sinistra dal messaggio esplicito; ma questo non basta a fare un buon libro. È la moda, il mercato: qualunque libro violento, di sinistra e scritto in un francese passabile trova un editore, ma ho l’impressione che la maggior parte sia robaccia: gli autori saranno anche simpatici dal punto di vista politico, ma credo che si tratti soprattutto di carta straccia, come diceva mia nonna…
Secondo me non è sufficiente che quelli di destra siano i cattivi e quelli di sinistra i buoni per fare un buon libro, è evidente. D’altra parte, ritengo che il pubblico dei neogialli sia molto esiguo. Invece, sta succedendo qualcosa che mi sembra interessante, anche se non mi appassiona: la contaminazione del giallo con la letteratura alta, la fusione dei generi… Per esempio, Vautrin che scrive come Queneau o come Céline; anche Prudon ha uno stile molto elaborato. Non è il mio genere, ma è interessante…
Possiamo prendere Nada come punto di riferimento, ma a parte che si tratta di una cosa un po’ fortuita, anche Alain Fournier andava nella stessa direzione, per quanto sia un erede di Simonin; e Raf Vallet, Bastid e altri ancora, specialmente Siniac che, anche se non è decrepito, è una specie di Grande Antenato del giallo “da letterati”.

Cosa pensa del giallo in quanto genere e in rapporto al neogiallo?
Ci ho riflettuto molto. Cos’è il giallo? Cosa significa scrivere un giallo? Sono un inguaribile intellettuale, e non me ne vergogno. Rifaccio come i grandi americani; ma rifare i grandi americani significa fare un’altra cosa rispetto a loro: è il problema di Pierre Ménard, autore del Don Chisciotte! Cosa succede quando si rifà qualcosa a distanza di tempo e non è più il suo momento? L’epoca del giallo all’americana c’è già stata. Scrivere nel 1970 voleva dire tener conto della nuova realtà sociale, ma anche del fatto che la forma del giallo era sorpassata, perché la sua epoca era tramontata: riutilizzare una forma sorpassata significa adoperarla come riferimento, onorarla criticandola, esagerandola, deformandola per gli scopi più diversi. Anche rispettarla implica il deformarla, è quanto cercherò di fare in futuro: rispettare fino all’eccesso, rispettare la forma del giallo al duecento percento, per così dire. In confronto a questo aspetto, che riguarda l’estetica, la questione dei contenuti di sinistra, che i critici pasticcioni vogliono far passare per la questione essenziale, rivela tutta la sua inconsistenza.

In conclusione?
Continuiamo, gli uni e gli altri, nel nostro artigianato, anche se siamo braccati dal mercato, dalla critica e da duemila anni di cultura ammucchiati sulle nostre teste. Si può morirne o restarne menomati. Si può anche impazzire, è più moderno. La mia prognosi è decisamente sfavorevole.

Testo raccolto davanti a DUE bottiglie di scotch da François Guérif e Jean-Pierre Deloux, rivisto e corretto da Manchette finché non ne è rimasta pietra su pietra.

giugno 1980

da Jean-Patrick Manchette, Le ombre inquiete. Il giallo, il nero e gli altri colori del mistero,
a cura di Doug Headline e François Guérif, traduzione di Marco Bellini, 2006, CARGO.

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8 Responses to Ni dieu mais un maître: Jean-Patrick Manchette

  1. véronique vergé il 2 aprile 2008 alle 07:06

    Grazie effeffe, è un bell’omaggio per la Francia. Ho leeto solo un libro di Manchette: “la position du tireur couché” che presenta un uomo con una vita nella margine, un “tueur à gages”, ma come se dice in italiano? Ho dimenticato il dizionario.
    Una lettura che appassiona. Le donne nel libro hanno una passione per l’alcol: Che diresti di una vodka con limone? Le donne sono un po’ pazze, ma divertenti. Credo che leggero Pazza da morire.
    Quando torni in Francia, te che issi i colori della francia?

  2. véronique vergé il 2 aprile 2008 alle 07:09

    PS L’idea dei gemelli è staordinaria.

  3. Andrea Raos il 2 aprile 2008 alle 13:53

    Bella questa intervista. A titolo di curiosità, visto che su Wikipedia non lo dicono, segnalo che Manchette è anche l’autore della traduzione (davvero ottima) di Watchmen. E insomma io Alan Moore l’ho scoperto grazie a lui, il che non è male.

  4. franz krauspenhaar il 2 aprile 2008 alle 16:16

    Grande Manchette, e intervista strepitosa.

    Merci FF

  5. Cappuccetto rosso il 2 aprile 2008 alle 17:00

    Ottima intervista, e ottima la conclusione!

    Continuiamo, gli uni e gli altri, nel nostro artigianato, anche se siamo braccati dal mercato, dalla critica e da duemila anni di cultura ammucchiati sulle nostre teste

  6. osvio il 2 aprile 2008 alle 18:14

    Per Veronique: in italiano il romanzo è stato pubblicato col titolo Posizione di tiro.
    Se le donne qui sono un po’ pazze, dovresti leggerti Fatale e Pazza da uccidere…

  7. Cappuccetto rosso il 2 aprile 2008 alle 18:38

    hai dimenticato l’accento sulla e!
    ;-9

  8. véronique vergé il 3 aprile 2008 alle 07:17

    Grazie Osvio per la traduzione.
    Ieri ho comprato ô dingos, ô châteaux o folle à tuer è propio il libro pazza da uccidere. Leggero durante la fine della settimana.
    Watchmen è un magnifico fumetto.



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