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Verderame

di Stefano Gallerani

Ora implicitamente ora alludendovi, da quasi vent’anni, cioè sin dal debutto narrativo, con Di bestia in bestia – immediatamente successivo alle incursioni settecentesche di Venere celeste e Venere terrestre -, Michele Mari va restituendo l’infanzia a una dimensione fortemente letteraria e personale. Ne ha fatto, insomma, un tema cardinale, se non il prediletto, la cifra distintiva di un immaginario in cui prevale l’estro affabulatorio, un impulso contagioso che si nutre delle parole come di visioni, dei sintagmi come di lampi di colore, degli aggettivi come di grumi di senso inespresso – o ancora da esplodere. Ma per lo scrittore meneghino la fanciullezza è anche un bestiario fortemente inciso dalla lingua e dai suoi innumeri camuffamenti, artifici e contorsioni; un catalogo sentimentale che alla dismisura verbale affianca un impeto passato al vaglio di una consapevolezza stilistica raramente più matura e precoce. Ne sono prova, tra il 1971 e il 1975, le riletture da Calvino e Foscolo (I sepolcri illustrati, Portofranco, 2000) o quelle da Bradbury e Ariosto (l’episodio di Cloridano e Medoro è apparso su questa rivista nel 2001): bizzarri pastiche in cui la narratività fumettistica – di fatto un’ipostasi dell’infanzia – si sposa con la tradizione dei grandi classici di oggi e di ieri. Allo stesso modo, le pagine di Euridice aveva un cane e Tu, sanguinosa infanzia testimoniano, già in apertura – ne “I palloni del signor Kurz”, ad esempio, il racconto che introduce la prima raccolta, o fin dall’intestazione della seconda -, una vocazione, e la nostalgia, per un paesaggio remoto e originario, «qualcosa – come lo ha definito Olivier Rolin – di paragonabile a quanto in astrofisica viene chiamato, credo, una radiazione fossile: una sorta di firma dell’origine». Quale sia, poi, il luogo ideale di questo paesaggio è presto detto: tra le righe allignano gli scaffali delle vaste biblioteche compulsate e saccheggiate nel tempo e col pensiero da un giovane Leopardi in quel dérèglement giudizioso che è Io venìa pien d’angoscia a rimirarti. Le stesse biblioteche da cui è nato, supponiamo, anche Verderame, ultimo romanzo dell’autore di Rondini sul filo. E se toni e atmosfere del libro lo riconducono proprio al Mari di alcuni dei racconti più strazianti e riusciti della letteratura italiana degli ultimi anni, pure Verderame è, con questi, in un rapporto di genere a specie – di specificazione per aggiunta, direbbero i tecnici del diritto – solo apparente, o quantomeno difettoso. Nella storia dell’amicizia tra il giovane Michelino e il giardiniere Felice, la componente nominale, o cratilea, diventa soverchiante conculcando ogni altra tipicità, qui determinata dai tic dei fatti quotidiani, altrove da più nobili riferimenti letterari. Quando la memoria di Felice comincia a fallire, il metodo escogitato da Michelino per recuperarla – un metodo basato sull’associazione libera di parole e concetti, sui principi della mnemotecnica e su transfert linguistici per estensione – diventa presto lo strumento indisciplinato – perché imprevedibile negli esiti – di un’indagine che affonda le radici nella vita del factotum di casa Mari. Una felce accanto al letto è sufficiente perché il fattore, aggiungendovi una vocale, si ricordi come si chiama; dalla combinazione di un gallo di plastica e dal titolo di una canzoncina, “San Michele aveva un gallo”, invece, ecco spuntare il nome del ragazzo; e se per compiti banali è sufficiente posizionare qualche freccia – a indicare il bagno, ad esempio – per questioni più complicate – come ricordarsi il viso di una persona del passato – occorre qualcosa di altrettanto raffinato: «par la faccia podi minga mett di cartej in de la memoria, boiabestia, podi no!», tuona Felice. Così, nella pratica di un costante assestamento su dati naturalmente incerti, le cose, nuovamente battezzate nel gioco, trascendono la loro stessa essenza, diventano qualcosa di fantasioso ed estremamente concreto a un tempo: «tutte le combinazioni – scrive Mari – erano possibili, bastava sbizzarrirsi con la mente e qualsiasi risultato aveva una sua fantastica plausibilità: tanto più fantastica, tanto più plausibile». E il gioco si proietta presto sulle realtà oggettive, ne diventa allegoria: «guardavo la nostra casa e mi sembrava di vedere la memoria del Felice, non solo perché un tempo favoloso era stata sua ma perché era piena di buchi e di crepe». S’avvia in questo modo un flusso di scambi, come tra vasi comunicanti, ma quanto Michelino viene a scoprire sul passato di Felice resta avvolto dalla coltre del dubbio e della menzogna. Ogni possibile riscontro diventa la prova tangibile di una tesi uguale e contraria. Nell’investigazione il ragazzo è solo, nessuno lo assiste: non il nonno, troppo preso nelle sue faccende per occuparsi delle bubbole del nipote, né lo stesso Felice, che a tratti ha le fattezze di un mostro e a tratti quelle di un essere indifeso. Ma accanto a questo, prende allora corpo l’altro elemento specializzante del romanzo, una tara letteraria che discende a Mari da Stevenson e Poe, e cioè quello della doppiezza, della scissione dei livelli di percezione del reale. Agli occhi di Felice, Michelino è se stesso ma pure qualcun altro; nomi o persone emergono dal passato inseguendo un’ombra o essendo essi stessi l’ombra di altri nomi o altre persone. Le storie che man mano si sbrogliano, poi, si prestano immediatamente a una duplice lettura, debitrice da un lato dei documenti, dall’altro del sogno, e pertanto della poesia. Quanto basta per collocare Verderame in un’area di romanzo “tradizionale” – com’è tradizionale il novecento borgesiano – nonostante la vicenda sia sempre aggredita ai margini, e nonostante la forza corrosiva della parola – a partire dal titolo, Verderame -, che emerge tra i reperti della contemporaneità – gli sceneggiati televisivi o il Carosello – e si infiltra in ogni recesso per affermare la propria natura di parola-spia, ma anche la propria casualità; là dove immaginazione e destino finalmente si congiungono. Man mano che si procede nella lettura tentando di mettere ordine nel referto delle indagini di Michelino, ci si convince vieppiù dell’uso ambiguo che lo scrittore fa della prima persona e della prospettiva dell’io narrante: che si tratti sempre di un tredicenne che racconta l’avventura di un’estate, quella del ’69, non è affatto sicuro; ma che la ricostruzione di quell’avventura da parte del Michele adulto sia veritiera è altrettanto incerto. Quanto risulta chiaro, invece, è che nella ricostruzione di quei giorni gli autentici protagonisti dell’intricata vicenda sono i fantasmi che la abitano, le ossessioni che si nascondono nelle pieghe di una storia segnata nettamente dalla presenza dell’elemento maschile e altrettanto marcata dalla vaghezza di quello femminile. Alla ricerca dell’identità del padre di Felice scopriamo infine la storia della madre; in luogo della verità su quest’ultima presumiamo quella sul primo. Ed è su questa vicenda alternante che la doppia voce del narratore si sviluppa; è su questo cippo al limite fra realtà e fantasia che si incrocia la consapevolezza di una schisi esistenziale: «quell’estate avevo tredici anni e mezzo. Adesso che ne ho cinquanta posso dire che da allora non è cambiato niente perché la doppiezza è sempre stata la mia condizione: mai però sono riuscito ad accertare se la mia scissione sia solo psichica o anche ontologica». Una divaricazione di cui nessuno ha colpa o merito ma che ci fa tutti diversamente, e dunque davvero allo stesso modo, vittime del carattere arcaico e sanguinoso di ogni infanzia.

Questo saggio è apparso su «Il Caffè Illustrato» n. 41- marzo-aprile 2008.

19 Commenti

  1. l’ho trovato veramente interessante, questo articolo, soprattutto questo passaggio, che trovo profondamente vero:

    le cose, nuovamente battezzate nel gioco, trascendono la loro stessa essenza, diventano qualcosa di fantasioso ed estremamente concreto a un tempo: «tutte le combinazioni – scrive Mari – erano possibili, bastava sbizzarrirsi con la mente e qualsiasi risultato aveva una sua fantastica plausibilità: tanto più fantastica, tanto più plausibile».

    e aggiungo che, la doppiezza che spesso si riscontra in talune personalità non è altro che un -non riconoscere- l’aspetto fanciullesco nell’adulto…
    la fantasia deve arrivare a toccare la forma reale delle cose per ammorbidirle…

  2. Mari è arrivato settimo al Baghetta ’08, primo classificato tra gli esclusi col suo brillante Cento poesie d’amore a Ladyhawke; e vinse pure il Bagutta con Io venìa pien d’angoscia a rimirarti(!)

    Nel post-Heidegger non si può più commentare: perché?

  3. Ecco Benjamin, ebbro di desiderio, acquistare dalla portinaia di Baudelaire il vaso con i fiori del male, e da un nano misterioso i … di Céline, comodamente chiusi in una scatoletta. L’ossessione di Benjamin per i feticci letterari s’incrocia con una sequela spaventevole di suicidi; a caderne vittima sono scrittori, artisti, nonché i maggiori industriali dell’automobile. Chi non è spinto al suicidio è sostituito da un golem ubbidiente, come Heidegger che si fa vedere in pubblico con la svastica all’occhiello (mentre dal 1933 il vero Heidegger sta sepolto in un orto di Friburgo con un buco nel cranio).

  4. penso di aver superato lezama: ho semplicemente riassunto la trama di

    M. Mari, Tutto il ferro della Tour Eiffel, Einaudi

    o no?

  5. @ I. (G.) T.
    ‘un ti preoccupare, ti s’era capito (anzi, il refuso era meglio; la correzione è un po’ come quando si spiegano le barzellette), ma siamo ancora alle prove preselettive, tutt’altra cosa sono gli esami

  6. @Pinto
    per qui sopra: la netiquette non vieta di dare del pirla ai proci?

    @nna
    per più sopra: conosco la storia di Hermann, e ritrovarsi ebreo coi genitori antisemiti non lo auguro a nessuno. (ora provo a cercare il padrino in rete)

  7. cercavo caesar e ho trovato

    Molti, prima comprano e poi vanno a farsi fare, nelle pause, l’autografo di rito. Nel frattempo il filosofo parla da par suo di tempo ciclico e lineare, di dialogo socratico, di filosofia classica e cristianesimo. Ripercorre tutti i temi che gli sono cari, a partire dall’etica della responsabilità sino ad arrivare alla sua personale formulazione, quella che definisce «l’etica del viandante», l’unica adatta a un’epoca governata dalla tecnica. Raggiungo il professore alla fine, mentre stringe mani e, per l’ennesima volta, firma il frontespizio. Andiamo a fare due passi, ci posizioniamo su un muretto vicino a S. Ambrogio. Io chiedo e scrivo, lui fuma una sigaretta dopo l’altra e risponde: “Io lavoro così, leggo il libro e poi scrivo. Non faccio mai virgolettati, racconto. È stato questo il mio errore. Non mettere i virgolettati. Il mio sbaglio è che sono uno che si innamora della bella scrittura, e non sono abbastanza filologo… Mi piacevano le frasi della Sissa, le ho rielaborate, poi a dieci anni di distanza non mi ricordavo più cosa fosse suo e cosa mio. Ammetto lo sbaglio. Non c’era però intenzione di appropriarsi di cose altrui, non sono uno che copia apposta. Nessuno ha fatto paginate sul mio libro per il disagio giovanile che racconta. Adesso sì. Io all’etica tengo molto, è la base della società. Lo ridico: è stato un errore, non una furberia. Ho sbagliato per entusiasmo. Mi lascio prendere dalla scrittura. Le ho scritto una mail ieri. Non ho ancora visto se mi ha risposto. In ogni caso non voglio rovinare i rapporti».

  8. meglio una pallottola nel cranio, caro michele!

    Hermann, second fils de Heidegger et ayant droit moral de toute son oeuvre, était en réalité l’enfant biologique du médecin Friedel Caesar, ami d’enfance d’Elfride. (Il est vrai que beaucoup de lettres manquent, notamment celles de la période sulfureuse allant de 1933 à 1935, probablement détruites en commune intelligence par les deux époux après guerre.)

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domenico pintohttps://www.nazioneindiana.com/
Domenico Pinto (1976). È traduttore. Collabora alle pagine di «Alias» e «L'Indice». Si occupa di letteratura tedesca contemporanea. Cura questa collana.