In cima…

25 luglio 2008
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AOSTA – Una famiglia distrutta da una banale scivolata su un ghiacciaio. Sono morti in quattro, padre e tre figli: Olandesi, nel loro ultimo giorno di vacanza sulle Alpi, precipitati per 500 metri dal Mont Dolent (3.823 metri), sul massiccio del Monte Bianco, in Valle d’Aosta. La madre ha assistito alla tragedia 200 metri più sotto.
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…al limite, proprio
di
Carlo Grande

Non è questo che cerchiamo, in montagna? Non solo scampo all’afa di città, ma l’evasione dalla vita di tutti i giorni, il frisson dell’imponderabile, la possibilità di misurarci con le nostre forze. Non si cerca la tragedia, ma la si corteggia, a volte. Si sfiorano i nostri limiti e se non si conoscono o si sottovalutano, o se interviene l’imponderabile, si entra “nella zona della morte”. Invisibile ad occhi inesperti ma a volte drammaticamente vicina, anche a quote turistiche.

Vogliamo succhiare – come Thoreau – “il midollo della vita”? Vogliamo fare una gita, salire una vetta? Dovremmo avere il senso del limite. Bisognerebbe sapere che una cima non puoi “conquistarla”, che le montagne bisogna salirle e poi scenderle, e scendere spesso costa più fatica. Difficile, in una civiltà che ripete “Tu puoi”, “tu vali”, “tu meriti”, per farci compulsivamente consumare persone, emozioni, merci, esperienze. Saliamo per noi stessi o per poterlo raccontare, per mettere una tacca sul fucile?

Vogliamo il rischio? La montagna ne offre a iosa. Offre pane per i nostri denti. Lassù troviamo ampie riserve di entusiasmo e di adrenalina. E anche di poesia, perché no. Andiamo sempre più in là, verso immaginarie colonne d’Ercole. Ma dovremmo sapere che stanno dentro di noi, non fuori. Che è un viaggio rischioso, perché un’infinità di cose non dipendono da noi e dovremmo tenerne conto: il passo falso su un sentiero, la tempesta che si addensa quando siamo lontani da un riparo, il freddo che scende al calar del sole.
Purtroppo la montagna – come la Storia – insegna, ma ha pochi allievi: pochi sanno che calma le ansie, che aiuta a distillare i pensieri, che ti fa imparare l’amicizia, l’aiuto reciproco. In cambio però vuole qualcosa: fatica, silenzio, senso del limite. Valori poco alla moda, ma che aiutano a vivere. La montagna ti fa imparare che nulla si conquista definitivamente o senza sforzo, che non è né maledetta né benedetta, né “killer” né vendicativa. Come la natura profonda, come il mare, insegna anche quando appare fredda, distaccata e crudele: ci ricorda che tutto ha un limite. Perché la natura ha in sé un’inarrivabile magnificenza. E’ grandiosa, anche se non ci trasforma necessariamente in esseri migliori. Non possiamo più giurare sulle “nevi eterne”, figuriamoci sul mito di Heidi. Davanti a un cielo stellato, a un ghiacciaio, a una valle, ci si può commuovere, ma se non si crede in un principio ordinatore si può anche avvertire lo sgomento per un universo freddo e lontano, assurdamente indifferente alla nostra esistenza.

E’ il nostro sguardo, che le dà valore: la montagna ci migliora quando capiamo che è nutrimento dello spirito, quando risveglia ciò che di migliore è latente in noi. Quando esalta le nostre capacità di sopportazione, di sacrificio e di tolleranza, quando ci ricorda il coraggio, la fierezza, l’umiltà e la dignità. Ciò che di buono, insomma, si agita di tanto in tanto nel nostro animo.

Nota
L’articolo che mi ha inviato Carlo è uscito sulla Stampa di oggi, 25 luglio 2008

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10 Responses to In cima…

  1. mag il 25 luglio 2008 alle 16:54

    Esiste una tensione attiva verso le dimensioni immense e prive di antropizzazione, manifestabile in una generica ricerca di spazi aperti e di elementi naturali, qualcosa di poco codificabile ma che risulta insito, quasi innato, come se la nostra natura organica rivendicasse un’origine precedente inorganica a cui si sente appartenere. Potrebbe essere un’involuzione neurale, “al di là del principio del piacere”, che esercita una fatale attrazioneoriginaria, prima ancora della “sfida” sportiva.

  2. véronique vergé il 25 luglio 2008 alle 17:27

    Un brano che ho amato per la bellezza nobile dedicata alla montagna. E’ vero che la montagna fa toccare la frontiera della nostra speranza, la margine del gesto pericoloso affrontando il vertigine. Mi rammento brani di Anatomia della battaglia, quando il padre e il figlio si trovano sotto il temporale: la montagne è la scuola della disciplina.
    Non amo davvero la montagna, preferisco il mare, ma riconosco che la montagna dà la sensazione di raggiungere un età di saggezza, invece il mare fa rinascere la squisita sensazione di danzare con il suo corpo d’infanzia o d’angelo.
    Nella montagna, il dolore dello sforzo rende il corpo duro, rigido: non c’è spazio per la danza. E’ come un lento pensiero testardo.
    Il mare è un canto malizioso.
    Le voci dentro la montagna sono scarse, quasi strappate al silenzio.
    Le voci dentro il mare alzano fino al sole.

  3. Nina Maroccolo il 25 luglio 2008 alle 21:08

    Amo la montagna visceralmente. Amo le alte vette.
    Più sono alte, più la voglia di estensione diventa irresistibile: è acuta d’incertezza, diventa imponderabile unicità di percorso.
    E’ l’illimite a chiamarci: noi, teneri involucri voluttuosi di spazio e tempo che non sia: ristretto, inscatolato, terreno metropolitano limaccioso.
    Vi è un malessere da reclusi, d’ingabbiamento forzato, ma dentro scorre una sorgente di roccia cui abbeverarsi, e le guglie ci aspettano. La vastità aspetta. Qualcosa di anticamente ancestrale, legato ad altre esistenze, a luoghi precedentemente conosciuti che invitano ad un ciclico andare e ritornare. Fulgidità eonica, la chiamerei.
    E’ complesso, talvolta, recidere questo senso di immortalità spiritualmente deviante, se non hai gli strumenti adatti per compiere simili viaggi. Lo spirito va colmato, e tuttavia l’istinto, la voce animale – altro aspetto che definisce una misura antropologica da tenere ben in mente – lo stesso richiamo londoniano, vanno amministrati con cura.
    Amo il rischio, ma non sono Tucci o Maraini. Ci vuole una cultura ed una preparazione per imparare a riconoscere il lato oscuro, impervio e traditore di quella maestà tutta femminile nominata Montagna, della sua regìa sacra. Altrettanto sacramentata da ampia letteratura e rivoli giganteschi d’avventure fantastiche.
    Le grandi alture sono una privata attitudine allo stupefacente. Un’ostinazione verticale. Ogni spinta frenetica – lassù – è quasi profetica certezza.
    Nulla mi separerà mai da Sua Maestà, ma rammemoro pure che la variabile fenomenica esiste, che la conoscenza sapiente non è mai abbastanza sufficiente, che l’incredulità mortale quando precipiti esiste come ipotesi scientifica per i profani, e non solo.
    Dunque, mi riconduco a valle quando so che oltre non posso andare. E tengo vibrante in testa un mio aforisma, valido – credo – per chiunque desideri l’infinito con le sue traversie immateriali:
    “Quando il tempo mise le gambe, dimenticò la prudenza: e fuggì”.

    Grande dispiacere e molto sconforto per questa famiglia distrutta.
    A loro un canto d’amore.

    Nina

  4. orsola puecher il 26 luglio 2008 alle 08:36

    La montagna insegna il silenzio, il passo e la misura di se stessi
    ed anche a non sbrodolare le parole

    ,\\’

  5. Nina Maroccolo il 26 luglio 2008 alle 10:10

    @ORSOLA
    Cara Orsola,
    credo, proprio come te, in ciò che rappresenta ed insegna la montagna. Solo lo esprimiamo in modo diverso. Ed essendo buddhista tibetana conosco il valore del “silenzio”, del “passo” e della “misura di se stessi”.
    Le parole hanno anche una loro sacralità, un punto di energia manifesta per comunicare l’anima nostra con quella della Natura.
    E non sempre la Natura è facile da affrontare, esattamente come l’intima espressione spirituale che in noi vuole progredire e ascendere.

    Di altra natura è il dispiegamento scrittorio e l’enfasi espressiva.
    In quest’ultima non v’è posto per la tragedia accaduta, me ne rendo conto da sola, bensì solo amarezza.

    Ciao Orsola.

  6. Cristoforo Prodan il 26 luglio 2008 alle 11:00

    La notizia di queste morti in montagna segue quella della scomparsa di Karl Unterkircher del 15 luglio scorso in un crepaccio del Nanga Parbat. All’improvviso si scopre che la montagna uccide, e uccide indiscriminatamente iperprofessionisti e dilettanti. Questa è forse la ragione ultima del fascino della sfida alla montagna. La grande natura che non guarda in faccia a nessuno.

    Chi, come me, ha praticato – nel mio caso qualcosa come trenta chili e parecchi, troppi, anni fa – l’arrampicata, avrà certamente seguito l’evoluzione di questa pratica, ché definirla sport è riduttivo. Dalle ascensioni dei grandi alpinisti del passato fino all’arrampicata sportiva, tutto progressivamente si è spostato verso un’estrema “atletizzazione” di ciò che prima era uno stile di vita. Si pensi che Sir Leslie Stephen (1832-1904), oltre a essere un attivo critico letterario e scrittore, e padre niente di meno che di Virginia Woolf, era anche un eccellente alpinista. E quando uno stile di vita diventa sport, subentra il fattore industriale-commerciale, che deve dare l’idea che la montagna estrema è facile, è per tutti; basta essere attrezzati con gli accessori delle marche giuste.

    Tutto è cambiato con Reinhold Messner, e la sua generazione. Pochi forse sanno che Messner, prima di diventare il primo alpinista ad aver scalato tutti e 14 gli “ottomila” del nostro pianeta, era uno dei migliori arrampicatori su roccia. Lui fu anche il primo a introdurre la scala dei gradi di difficoltà “aperta” verso l’alto (fino ad allora si arrivava al massimo al cosiddetto “sesto superiore”). E le vie da lui aperte di settimo grado e oltre sono state mirabilmente raccontate nei “récit d’ascension” del suo ormai introvabile libro “Siebter Grad” (Settimo grado). La sua intuizione (ma anche di altri) fu quella adottare un criterio quasi “operativo” nella valutazione della difficoltà: quel passaggio, su quella parete, fatto da Tizio è un passaggio di nono grado, tanto per fare un esempio.

    Messner non era un eroe disumano, ma un maniaco della perfezione nella preparazione atletica e tecnica. Ricordo che nel suo libro raccontava come, con attenzione quasi maniacale, aveva curato la sua preparazione atletica per l’ascesa al Nanga Parbat, dove sarebbe andato assieme al fratello Günther. Ma il 29 giugno 1970, sulla via di discesa dal Nanga Parbat Günther fu portato via da una slavina. In quel libro Messner dice che lui vagò per sei giorni e sei notti in mezzo alle nevi, a quella quota, per cercare il fratello, senza bere e senza mangiare. Concludeva, forse in maniera apparentemente cinica, che era riuscito a sopravvivere in quelle condizioni grazie al suo allenamento. Ma sul drammatico “récit” di quell’episodio (che fu anche oggetto di un’inchiesta giudiziaria, dopo il ritrovamento, nel 2005, dei resti di Günther) circola anche un bellissimo documentario-intervista di Werner Herzog (credo fosse “L’oscuro bagliore delle montagne”, del 1984, ma non ne sono sicuro). Lì si vede l’eroe degli ottomila, Reinhold, sotto una tendina che risponde alle domande di Herzog, con calma e competenza, indossando accessori ipersponsorizzati come gli atleti di successo. Alla fine del racconto di quell’episodio, Herzog gli chiede come aveva dato la notizia a sua madre. Lui dice che appena aveva aperto la porta di casa, non si erano detti nulla, la madre lo aveva guardato negli occhi e aveva capito tutto. Ecco, in quel preciso momento Herzog è riuscito a toccare uno dei punti più belli del cinema documentaristico, perché dopo quella frase Messner non riesce a trattenere un pianto, prolungato. E Herzog non dice nulla, per un tempo che sembra infinito, con la cinepresa fissa su quell’immagine, sul campione imbattibile dell’alpinismo che piange. Un Siegfried che diventa umano.

    Ma il poeta della montagna è rimasto per me Renato Casarotto. E’ stato lui a rendere sublime l’arte dell’arrampicata in solitaria. Molto diverso da Messner, un carattere schivo e introverso. Amava un rapporto diretto, e solitario appunto, con la montagna. Forse Messner era tecnicamente superiore a Casarotto, ma quest’ultimo era il mago delle invernali in solitaria e un alpinista vero e completo.

    Quando è morto, il 16 luglio 1986, all’età di trentotto anni, in fondo a quel crepaccio sul K2, di ritorno al campo base dopo il tentativo, fallito, di risolvere la “magic line” di quella temibile montagna himalayana, è stato un colpo per tutti. Era in contatto via radio con la moglie Goretta, al campo base, mentre stava morendo. Devono essere stati dei momenti terribili.

    La montagna non sarebbe tale se non ci fosse il pericolo. C’è un’intima, profonda esigenza di superare i propri limiti e di fare un viaggio all’interno di se stessi. Forse la più bella descrizione di cosa significa andare in montagna l’ha fatta proprio Renato Casarotto: «Il mio zaino non è solo carico di materiali e di viveri: dentro ci sono la mia educazione, i miei affetti, i miei ricordi, il mio carattere, la mia solitudine. In montagna non porto il meglio di me stesso: porto me stesso, nel bene e nel male».

  7. lambertibocconi il 26 luglio 2008 alle 18:08

    Prendere spunto da una tragedia in montagna per fare una critica moralistica all’oggi commerciale… Povera montagna! (io detesto l’oggi commerciale, ma proprio per questo non lo omaggio mettendolo ovunque come il prezzemolo).

  8. effeffe il 26 luglio 2008 alle 19:46

    scusa Anna ma qui non mi sembra che ci siano “spunti” da, in questi commenti. Sarebbe odioso ! Leggo invece pensieri che mi aiutano a capire “anche” tragedie come quelle del monte Bianco,ma non solo quelle. Sono voci di chi ama la montagna, voci che considero preziose per tutti. Anche per chi come me, con la montagna , non ha mai stretto alcun patto.
    effeffe

  9. Nina Maroccolo il 26 luglio 2008 alle 21:08

    @Cristoforo Prodan

    Caro Cristoforo, un ringraziamento per la tua bellissima testimonianza. Ricordo struggente quello del “poeta” Renato Casarotto. Ricordo bene la sua tragica fine: avevo solo vent’anni. Ma credimi: la sua storia la porto con me da quel lontano 1986.
    Casarotto era davvero un uomo particolare, aveva un carattere che ben si addiceva ai suoi incredibili propositi; c’era lui e la montagna. C’era la solitudine che sempre accompagna ogni mistero legato a questa pratica potentemente lirica, e alla volontà del suo disvelamento. E perciò la ricerca solitaria, la sfida che non è più sfida perché la montagna diventa una metafora da comprendere ed amare proprio nella sua complessa significazione: accettarne non solo la pericolosità, la stanchezza fisica, ma persino le variabili dell’eccesso.
    Andare oltre.
    Rivelarsi a se stessi attraverso il raggiungimento-rivelazione della meta.
    All’altezza del K2.

    Nina

  10. Paolo S il 29 luglio 2008 alle 15:32

    Molto difficile commentare. Diffido dalla mistica del limite, e so che basta passare una certa soglia per essere già “con la montagna”, basta un trekking di 2 giorni per farsi una salutare pulizia dalle scorie cittadine e imparare lezioni dalla montagna maestra.
    Però conosco benissimo anche la voglia di vetta, l’attacco alle difficoltà, l’impulso a superarsi… il cameratismo diventa competizione, l’intuizione azzardo, la soluzione fine a se stessa: gioie agonistiche, ma che non riescono a sembrare cattive gioie.
    Così come, al di fuori della tragedia, molti alpinisti sentono che la morte in montagna (capace di arrivare sempre in modi inattesi) è una delle poche buone morti possibili oggi.
    Altro documentario esemplare in merito: Cannabis Rock, della Fandango.



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