Disfare massa – Jacopo Galimberti

3 febbraio 2009
Pubblicato da

fusibile-con-polveri

Una massa che non conosce futuro diventa qualcosa.
Qualcosa che fa paura.

Nello stato presente solo tentare si puo’
una costruzione
in un punto.
Erigere, in uno spazio inesteso, un progetto
in cui proiettarsi con tutto il proprio passato, accumulato, un getto
che è già un ponte verso
in un punto. Senza orizzonti,
stordirsi sul posto, dimenticare in tondo, torturare i gatti.
Uno spazio inesteso
in cui tra qualche mese, giorno, saremo noi
a essere sottratti,
a sottrarci.


La donna che dorme per terra
forse non dorme.
Si è rovesciata addosso la torta. Non sbava, non trema.
Lui era andato in bagno per pisciare mezzo litro
di vodka Red Bull. Non le trova il polso, le palpa il collo
dal lato sbagliato.
Fra cinque minuti la festa sarà uno psicodramma, pensa.
S’immagina il fuggi fuggi degli imbucati – tristissimo.
Se ne va in sordina.

Una massa che non conosce futuro diventa qualcosa.
Qualcosa che fa paura.

Imbambolati, assonnati o cotti
si è a volte, per secondi, semplicemente in una sorta di
estasi, senza proiezioni, appetiti, tracce mnestiche,
completamente assolti
in uno spazio inesteso.
In queste microsvolte ci si approssima
al punto più recondito del tempo,
allo stato mentale in fondo più
immondo:
il presente – e il suo vuoto.

L’uomo che cammina mangiando
calcola che per ogni pranzo quindici minuti,
minimo. Allora mangia negli spostamenti e guadagna
vita. Il sangue gli inonda la testa, taglia la folla,
si sente un pesce, una pallottola, un muscolo dritto teso tirato
sparato verso un bersaglio.
Senza legami, elegante, frusta la rotta e va
quasi con una specie di calma.

Una massa che non conosce futuro diventa qualcosa.
Qualcosa che fa paura.

Non posso accettare dilazioni, proroghe, tentativi
terrorizzati di procrastinare l’ingresso
del cranio, in ghingheri,
nelle ossa.
Schiacciata in un punto cieco del presente,
vegeto, mi minaccio, mi mutilo,
maciullando sgretolo un bolo di crani.
La mascella slogata mi schiude un spazio esteso, sereno
in cui sedare
il sesso
che sono.

– Perché qui, tutta la mattina, nel letto a me a fianco
rimani?
– Non so, in autunno, dove lavorerò,
che lingua indosserò o se è imminente
e dilania. Qualche ora, addosso,
mi ancoro.
-Così un morso nei miei minuti
ti affranca?
-Si’. O forse questa smania di presente
è pura voglia di te.

Un individuo che non conosce futuro diventa qualcosa.
Qualcosa che ha paura

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35 Responses to Disfare massa – Jacopo Galimberti

  1. Alessandro Ansuini il 3 febbraio 2009 alle 09:30

    Ho apprezzato moltissimo questo testo.

  2. metrovampe il 3 febbraio 2009 alle 11:56

    Voce di uno che grida nel metaverso. Bel pezzo.

  3. Immondizie Riunite il 3 febbraio 2009 alle 12:33

    secondo me molto meglio del solito

  4. jacopo galimberti il 3 febbraio 2009 alle 14:00

    @ metrovampe

    cosa intendi per metaverso?

  5. Gabriele il 3 febbraio 2009 alle 15:45

    sono versi di qualità, specie dove riciclano la cronaca. leggendoli pensavo al grande fratello, ai ragazzi sempre mezzi nudi che parlano di una vita che fatico a riconoscere

  6. Alice il 3 febbraio 2009 alle 16:17

    specchio. Mi capita spesso, quasi sempre, di imbattermi in letture che sembrano una propaggine della realtà del momento, meglio, uno specchio di quello che sto passando in quel preciso momento.
    In questo caso è tutto collettivo.
    Potrei male interpretare, ma il presente, qui associato al vuoto, rimarrà sempre il punto più recondito del tempo, nello stato mentale in fondo più immondo? cioè, vuoto? Non si possono indossare più lingue? Spero che la massa si sgreti e che ognuno di noi possa mangiare una mela al sedile del parco..
    Versi belissimi..

  7. Natàlia Castaldi il 3 febbraio 2009 alle 17:51

    1 “Una massa che non conosce futuro diventa qualcosa.
    Qualcosa che fa paura.”

    […]

    2 “Una massa che non conosce futuro diventa qualcosa.
    Qualcosa che fa paura.”

    […]

    3 “Una massa che non conosce futuro diventa qualcosa.
    Qualcosa che fa paura.”

    […]

    una reiterazione monotona, quasi come il collettivo responsoriale ad un salmo, che fa da accompagnamento allo squallore della mancanza collettiva di coscienza.

    poi la conclusione:

    […] dalla massa non pensante all’individuo, il singolo, nudo, ha paura (anche di pensare).

    “Un individuo che non conosce futuro diventa qualcosa.
    Qualcosa che ha paura”

  8. Biagio Cepollaro il 3 febbraio 2009 alle 19:27

    Caro Jacopo,
    sono contento. Ho letto dei bei versi. ritmati sul pensiero e sull’orrore lucido che non si fa cinismo. Ho sentito l’impossibilità del poetico e il coraggio della poesia. E una costruzione formale che permette decentramento e concentrazione. Bene, bene…è una soddisfazione anche per me…
    Un abbraccio, Biagio

  9. jacopo galimberti il 3 febbraio 2009 alle 19:31

    Grazie Biagio, e grazie pure al Furlèn!

  10. tashtego il 4 febbraio 2009 alle 00:15

    bei versi.
    jacopo.
    diversi.

  11. véronique vergé il 4 febbraio 2009 alle 08:16

    Un testo bellissimo alla soglia dell’angoscia in noi.
    Non si puo leggere senza un tremendo dolore.

  12. dinosauro il 4 febbraio 2009 alle 10:56

    Molto belli e conivolgenti versi. Un “punto” mi sembra l’essenza. La massa non è, quindi no ha futuro. L’individuo che non vuole estendersi nel domani, resta fermo nel “punto” del ricordo. L’inquieta abitudine del sottrarsi mi pare il male, cioè la paura.

  13. luigisocci il 4 febbraio 2009 alle 11:52

    sbaglio o il livello dei testi poetici postati su ni si sta ultimamente alzando drasticamente ?

  14. metrovampe il 4 febbraio 2009 alle 12:18

    “Erigere, in uno spazio inesteso, un progetto
    in cui proiettarsi con tutto il proprio passato…”

    http://it.wikipedia.org/wiki/Metaverso

  15. giuseppe catozzella il 4 febbraio 2009 alle 15:17

    Tanti complimenti Jacopo, che bei versi. Disfare il tempo per lasciarne un presente. E una massa che resta in un angolo, per strada, in una cornice su un comò.

  16. manuel cohen il 4 febbraio 2009 alle 15:59

    ‘una massa che non conosce futuro’, bella davvero. e molto inquietante. complimenti, non ti avevo mai letto. molto forte.

  17. francesco forlani il 4 febbraio 2009 alle 16:34

    Mentre rileggevo i commenti pensavo a una cosa pensata qualche tempo fa. Ovvero al’inanime unanime. E credevo – perché lo credevo – che l’unanimità fosse un non valore, ovvero un valore talmente sottratto a se stesso (disanime) da andare bene a tutti. Eppure, rileggendo la poesia di Jacopo, mi sono detto. Come si fa a non amare questi versi?
    effeffe

  18. Andrea Raos il 4 febbraio 2009 alle 16:47

    a luigi s.: perché, si era abbassato? ma quando? :)

  19. jacopo galimberti il 4 febbraio 2009 alle 21:01

    vi ringrazio tutti. Mi sembra di essere riuscito a darvi qualcosa, che figata…

    @manuel qui puoi trovare cose più o meno recenti

    http://www.lietocolle.inf/it/l_ulisse_n_11_la_poesia_lirica_nel_xxi_secolo_tensioni_metamorfosi_ridefinizioni.html

  20. Guardo i gatti il 4 febbraio 2009 alle 22:46

    Eccolo! Uno sversamento da brigate, mancava.
    Il ritornello:
    “Una massa che non conosce futuro diventa qualcosa.
    Qualcosa che fa paura” esplica a tal punto il “proprio” poetico da rendere il testo una canzone.

    Il corsivo sotto infine e il resto finale:
    “Non posso accettare dilazioni, proroghe, tentativi
    terrorizzati di procrastinare l’ingresso
    del cranio, in ghingheri,
    nelle ossa.
    Schiacciata in un punto cieco del presente,
    vegeto, mi minaccio, mi mutilo,
    maciullando sgretolo un bolo di crani.
    La mascella slogata mi schiude un spazio esteso, sereno
    in cui sedare
    il sesso
    che sono.” ha una ipervisività drastica e slogata, ne avrei fatto a meno, anche perché ha il sapore del “pianto sul morto”.

  21. jacopo galimberti il 4 febbraio 2009 alle 23:41

    @ guardo i gatti

    fa piacere che qualcuno dissenta, se non c’è il contraddittorio il dibattito è scialbo.

    La parte in corsivo, che trovi fuori luogo, è intesa essere teoretica (…) né più né meno che le altre parti in corsivo, più compite e menose. La figura femminile che parla è forse un’allegoria della Storia.

  22. Guardo i gatti il 4 febbraio 2009 alle 23:55

    La perplessità aumenta quando da un solo testo si ricava l’abbandono del gomitolo; ci sono parecchi fili fuori, scoperti, e il maglione si sta slabbrando. Cioè, per essere cantabile è cantabile, solamente che l’inesteso è molto provocato e abbaia.

  23. tashtego il 5 febbraio 2009 alle 07:58

    l’inesteso.
    abbaia.

  24. tauro il 5 febbraio 2009 alle 10:53

    Abbaia? E’ un cane? Che delirio!

  25. luigisocci il 5 febbraio 2009 alle 11:47

    per raos : beh, senza offendere nessuno, mi sembra che nell’ultimo mese i post di buffoni, franzin (che non conoscevo) e questo galimberti qua che pure non conoscevo (scusate l’ignoranza multipla), dimostrino perlomeno una perizia al di sopra della media. i testi poetici pubblicati su ni (sono andato indietro a rivedermi le ultime settimane per verificare che non stavo dicendo baggianate) non sono poi molti, quindi cerco di leggerli sempre considerandoli dei piccoli eventi frutto di una selezione a volte severa altre meno. ma comunque restate sempre il mio blog italiano di riferimento per la poesia :) io comunque son qua luigi@soccirappresentanze.com

  26. véronique vergé il 5 febbraio 2009 alle 13:40

    Dall’inizio che ho scoperto Ni, ho apprezzato la parte dedicata alla poesia.
    Mi rammento post di Andrea Raos ( traduzioni bellissime della poesia francese, americana..), poesia di Andrea Inglese, Biagio Cepollaro…Franco Buffoni è citato da Andrea Raos in uno studio sulla poesia italiana ( revue action poétique).

    Vorrei anche indicare un blog ( A Capofitto – blog di Saldan -) che offre uan vista artistica della bella regione di Campania.

  27. Andrea Raos il 5 febbraio 2009 alle 15:04

    eddai luigi, era una battuta… comunque grazie della mail (ma noi ci siamo anche incontrati una volta, o sbaglio?).

    ciao,

  28. luigisocci il 5 febbraio 2009 alle 15:41

    come no ! a roma da brunella perbacco

  29. andrea inglese il 5 febbraio 2009 alle 15:57

    anch’io ho apprezzato questo testo, bravo Jacopo. Mi sembra che tra quelli più giovani che tentano di narrare attraverso i versi, tu sia uno dei più attrezzati a farlo in un modo interessante, forse perché oltre a vivere parecchio hai anche parecchio girato alla larga dall’ambiente poetico, e questo può solo fare un gran bene.

  30. stalker il 5 febbraio 2009 alle 18:35

    parlare di poesia mi riesce difficile
    a volte la poesia suona delle corde, le mie certo, le corde di chi legge
    a volte rimangono solo parole
    questo testo ha fatto vibrare le mie corde.

  31. filippo il 5 febbraio 2009 alle 21:08

    Salve,Andrea, anche noi ci siamo incontrati. Ho comprato il tuo libro (le api migratori) davanti alla libreria “ripostes”,via baccina,Roma.Ricordi? situazione alla “il postino”. io in bicicletta, tu,inevitabile per me pensarlo,nella parte di Neruda. Bella serata, mai rimpianti i dieci euro. un libro che continuo a leggere. grazie

  32. filippo il 6 febbraio 2009 alle 09:45

    libreria “Empiria”

  33. fem il 8 febbraio 2009 alle 13:14

    è che qui ci stanno togliendo anche il presente.

    sono versi che attanagliano al qui e all’ora, che non è ancora “ormai”.
    Mi domando: dove porta la paura? Al vuoto?

    In questo momento vorrei fermare il Paese, ma davvero: chiudiamo le scuole (quello che ancora ne rimane), fermiamo le strade e poi vediamo chi ha paura…

    ringrazio Jacopo Galimberti e NI per avermi donato questa lettura

    fem

  34. goldrake il 31 marzo 2009 alle 19:31

    ke schifo!!!!!!!!!!!!!!!!

  35. adasdada il 3 aprile 2009 alle 10:32

    dio
    -.-



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