Do you remember Ad Reinhardt?

13 marzo 2009
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Ho chiesto a Riccardo Venturi, collaboratore di Sud e autore di una monografia su Ad Reinhardt di immaginarsi qualcosa per NI.
effeffe

Dialogo sui Black Paintings di Ad Reinhardt

A: Dobbiamo proprio parlare dei Black paintings di Reinhardt? Cosa ci sarà mai da dire su dei quadri dipinti completamente di nero?
B: In teoria, niente. Sono i primi dipinti che non possono essere fraintesi.

A: C’è talmente poco da vedere, in effetti.
B: Tutto quello che c’è da vedere è lì, sulla superficie.

A: Peccato che sono vuoti.
B: Al contrario, la superficie è così piena che non c’è più spazio neanche per la firma.

ad_reinhardt

A: Li riduceva ancora un po’ e non gli restava che il chiodo alla parete.
B: E infatti non si possono ridurre ulteriormente. Per questo anziché cercare variazioni ha pensato bene di continuare a ripetere i Black paintings.

A: Sì, ma a colpi di esclusione, cosa resterà mai della pittura?
B: Esito a rispondere…

A: Oddio, non mi vorrai dire che restano solo i Black paintings?
B: Nessuno voleva esporre con Reinhardt. I suoi dipinti erano considerati pericolosi come dinamite in un cantiere, come se mordessero. I Black paintings sollevano infatti molte domande su quanto viene esposto nella stessa sala. E quando chiedevano a Reinhardt perché gli altri artisti non dipingessero Black paintings come lui, allargava le braccia sconcertato: “Non lo so. Lo deve chiedere a loro”, o: “Ebbene, questo è ungrande mistero”.

A: E’ spaventoso.
B: Non più di un enorme sandwich di plastica che trasuda ketchup dentro un museo d’arte contemporanea con le pareti laccate di bianco.

A: Sarà, ma anche Reinhardt ha realizzato per anni dipinti colorati.
B: Reinhardt ci teneva a esporre i Black paintings da soli. Tutti monocromi.Tutti neri. Tutti della stessa misura. Tutti dipinti allo stesso modo. Tutti con la stessa data.

A: Che allegria! Ne hai visto uno li hai visti tutti.
B: La gente era così irritata alla loro presenza che spesso li sfregiava, a New York come a Parigi. Sono le prime opere contemporanee a dover essere protette ed esposte a distanza. Come la Gioconda.

A: Già non c’è niente da vedere, se poi le metti pure a distanza…
B: In realtà c’è molto da vedere. Ma bisogna darsi il tempo, almeno un quarto d’ora.

A: Un quarto d’ora a quadro? Nello stesso tempo ti giri quattro sale.
B: Un museo non è una sala giochi né un punto vendita. Somiglia più a una tomba.

A: La pittura allora è morta?
B: No, non v’è ragione che muoia. Un po’ come il libro stampato. Si continuerà a dipingere e a scrivere ancora a lungo.

A: Beh, se non è morta, poco ci manca.
B: Né la pittura né l’arte possono morire. Sono gli artisti, gli uomini e gli animali a nascere e a morire. La pittura non è una pianta annaffiata dalle parole degli storici dell’arte.

A: L’Arte eterna! Sento odore di incenso. Del resto tutta questa faccenda dei Black paintings suona molto mistica.
B: L’unico vantaggio di paragonarli alla religione è che quest’ultima, come l’arte, è contraria al business. Il tempio è santo perché non è in vendita.

A: Questa poi. Vuoi dirmi che l’artista è un santo? Reinhardt santo subito?
B: Nessuno più di Reinhardt era contrario agli artisti che ricevono la chiamata.

A: E allora?
B: L’arte non è il fianco spirituale del business. E, al contrario del businessman, l’artista – come il monaco – non sfrutta nessuno e non si arricchisce, o perlomeno non dovrebbe. Un prete con uno stipendio da capogiro non è grottesco?

A: Sarà, ma un artista ha pur da mangiare.
B: Un artista non deve mangiare più di chiunque altro. Ha lo stesso appetito degli altri.

A: Che nessun venda!
B: Un artista non ha bisogno di vendere. Ha bisogno di esporre in giro il suo lavoro il più possibile. Le opere non dovrebbero stare dentro un appartamento privato, confuse col mobilio, ma in un museo pubblico. E senza intromissioni esterne, come avveniva all’epoca quando la Pepsi-Cola organizzava le mostre al Metropolitan per celebrare la guerra: “Artists for Victory”.

A: I collezionisti hanno spesso più riguardo che i musei verso le opere.
B: Negli appartamenti non c’è più spazio per un quadro polveroso, non più che in un aereo.

A: Cosa farebbero mai i musei dello Stato? Educare il popolo?
B: L’arte non può educare nessuno. Reinhardt se la prendeva con Gwathmey, convinto che i suoi dipinti disperdessero i pregiudizi razziali. E se la prendeva con Ralston Crawford, spedito sull’atollo di Bikini a documentare i test atomici. Se ne tornò con sotto il braccio delle tele con qualche linea curva mezza deformata: questa sarebbe stata la documentazione. L’arte astratta non è un vaso vuoto dentro cui versare il contenuto.

A: Quindi un artista non dovrebbe manifestare contro la guerra?
B: Deve, ma in quanto essere umano e cittadino, non in quanto artista.

A: Dipingere una folla che avanza è inutile?
B: Il dipinto di una pistola è veramente più rivoluzionario del dipinto di una mela?

A: Non lo so, è una domanda stupida. Comunque qui non ci sono né pistole né mele ma solo buchi neri…
B: …che hanno rivoluzionato l’arte migliore degli anni sessanta.

A: Certo che se la rivoluzione passa da qui l’arte è messa proprio male…
B: Lo era, il quadro era ancora una finestra spalancata sul mondo e nelle scuole gli artisti studiavano la prospettiva lineare o la natura morta e ritraevano vecchie donne nude o Marilyn Monroe. Frank O’Hara paragonava le forme nere su bianco di Motherwell ai testicoli e alla coda del toro appesi al muro. E ancora nel 1966 Thomas Hess scriveva che le donne ritratte da de Kooning quell’anno erano più belle, giovani e bionde.

A: Effettivamente…
B: E perché gli artisti devono studiare anatomia come i medici?

A: Forse per rendere l’arte più umana, soprattutto nel caso dell’astrazione.
B: Perché insistere sull’umanità dell’arte astratta? Soltanto gli uomini dipingono quadri astratti. Le piante e gli animali non lo fanno.

A: Un groviglio di linee e un ritratto non sono la stessa cosa.
B: Se dipingi una faccia il quadro è più umano? Se dipingi persone ti piacciono le persone?

A: Da qui ai Black paintings il passo è lungo. Gli impressionisti hanno rivoluzionato la pittura piantando il cavalletto in mezzo alla campagna, en plein air, non spegnendo la luce.
B: Il sentimento della natura non si esprime con qualche colpo di pennello di striscio per fare l’erba. Che rapporto ci sarà mai tra dipingere un paesaggio e passare un giorno in campagna?

A: Comunque i Black paintings derivano dall’arte figurativa. O spuntano dal nulla come il monolite nero di Kubrick?
B: Reinhardt è il primo artista a non cominciare dal figurativo per passare in seguito all’astrazione. Nasce per così dire astratto.

A: Non vorrai dirmi che non sapeva manco disegnare?
B: I suoi fumetti sono straordinari, ma ha poca importanza. Saper dipingere le figure è un lasciapassare per l’astrazione? Perché la rappresentazione avrebbe un valore morale che l’astrazione non ha?

A: Ho capito tutto, non sapeva disegnare. Ma almeno voleva esprimere qualcosa?
B: Se vuoi trasmettere un messaggio invii un telegramma, non ti metti a dipingere un quadro.

A: Insomma nessuna depressione, nessun problema, nessuna storia d’amore finita male, perché Reinhardt non era un uomo come tutti gli altri.
B: Alcuni credevano che Reinhardt non amasse le donne e i bambini e gli uomini in generale perché i suoi quadri erano neri e senza titoli. L’artista va considerato in quanto artista e non in quanto marito, padre di famiglia, viveur. Un cattivo artista non è un buon artista e non un uomo buono o cattivo.

A: Sarà, ma resta qualcosa di disumano in quelle superfici…
B: Nei film che passavano allora alla televisione, sentivi cose del tipo: “Ogni pennellata è strappata dalle mie budella”. E un artista dichiarò persino: “osservo un Picasso finché posso annusare le sue ascelle”.

A: Che schifo.
B: L’artista non è una vittima del destino. E i colori non hanno alcuna qualità intrinseca, tantomeno il nero, che non è nemmeno un colore.

A: Pensavo che a un certo punto si fosse suicidato.
B: Reinhardt è morto nel suo atelier, inghiottito dai suoi dipinti neri. Forse ti confondi con Rothko.

A: E infatti le sue ultime opere erano scure.
B: L’ultima tela sul cavalletto era rosso fuoco. E basta parlare di Rothko.

A: Se allora il nero non ha alcuna qualità particolare, poteva usare il bianco, come Malevič.
B: Il bianco acceca. Va bene per la scultura, per lo schermo del cinema e per arredare la cucina.

A: Parlare della vita di Reinhardt ti rende nervoso.
B: L’unica cosa da dire sull’arte e sulla vita è che l’arte è arte e la vita è vita, che l’arte non è la vita e che la vita non è l’arte.

A: Tu sì che sai giocare con le parole.
B: Alla fine degli anni cinquanta, uno fra i tanti artisti mezzi esistenzialisti prese la parola all’Artist Club di New York. Assunta una posa tormentata disse: “Quando dipingo, non so quello che faccio”. Qualcuno del pubblicò allora sbottò: “Ma come, dopo vent’anni?” e tutti giù a ridere. Ma c’è di peggio.

A: Ormai sono pronto a tutto.
B: Nella stessa sala, qualcuno chiese a Max Ernst come realizzava un quadro. E lui rispose che in realtà, figurati, non aveva realizzato nessuno dei suoi quadri, che si alzava la mattina ed erano già belli che finiti.

A: Non fa neanche ridere.
B: E infatti c’è poco da ridere. Perché l’artista fa credere di non sapere cosa fa, quando tutti gli altri sanno bene cosa fanno?

A: Già, perché?
B: Non chiederlo a me.

A: Del resto era l’epoca dell’action painting. Che sarebbe Pollock senza quella vita spericolata?
B: I Black paintings combattono l’idea di fondo dell’action painting, per cui il quadro ha un valore terapeutico: un tizio ha una storia d’amore che va a rotoli o il boss gli urla dietro che è un incapace e allora torna di corsa nel suo atelier e prende a bastonate la tela.

A: Quand’è allora che sei autorizzato a dipingere? Quando sei innamorato o il capo sforna la torta per il tuo compleanno?
B: Si dipinge quando non resta altro da fare, quando sono stati espletati tutti i bisogni fisiologici e sociali. Sbrigata la posta, pagate le bollette, mandati i bambini a scuola, congedata la compagna, mangiato per bene, fatta una siesta: solo allora ti puoi mettere al lavoro. Senza ansie, dolori, piaceri, distrazioni, ostacoli, impacci vari…

A: Fosse per te, Pollock era ancora inchiodato alla poltrona a fumare e rimuginare sul suo primo disegno…
B: Quando finalmente non si ha assolutamente alcuna ragione per non lavorare, bene, quello è il momento propizio per cominciare. Niente di peggio di un artista che ha qualcosa da fare, un lavoro o una commissione.

A: Un modo per atteggiarsi, insomma.
B: Affatto. L’arte non è uno stile di vita. E’ de Kooning che viveva come Elizabeth Taylor e i surrealisti a organizzare party più divertenti di quelli dei pittori astratti.

A: Non rischi di prendere i Black paintings troppo sul serio?
B: L’arte è troppo seria per essere presa seriamente.

A: Comunque niente di quello che hai detto mi ha convinto, anzi sento di essere più contrario di prima ai Black paintings.
B: E’ un buon inizio. Reinhardt ne andrebbe fiero.

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18 Responses to Do you remember Ad Reinhardt?

  1. viola il 13 marzo 2009 alle 11:17

    “L’unica cosa da dire sull’arte e sulla vita è che l’arte è arte e la vita è vita, che l’arte non è la vita e che la vita non è l’arte.” Bravissimo Venturi (nomen omen), Viola

  2. antonio arévalo il 13 marzo 2009 alle 11:17

    gran bella intervista

  3. véronique vergé il 13 marzo 2009 alle 11:28

    My heart is black.
    Dipingere il cielo nero,
    luccicante. Il nero ha la luce dentro,
    selvatica,.
    Sul cielo nero stampano
    rose scure, cavalli neri. cappelli.
    Nel mio più nero del cielo
    fiorisce la bellezza.

    Il dialogo gioca con ironia sull’arte (paint in black) e sulla figua dell’artista.
    Un viaggio al centro del nero (spleen) in eco.

  4. gianni biondillo il 13 marzo 2009 alle 12:11

    Quando riesci a “combinare” questi post sei strepitoso, Effeffe!
    Un bravissimo anche da parte mia a Venturi.

  5. soldato blu il 13 marzo 2009 alle 13:22

    un vero piacere!

    grazie a riccardo venturi, a effeffe e, naturalmente, ad reinahrdt

  6. soldato blu il 13 marzo 2009 alle 13:24

    reinhardt

  7. fernirosso il 13 marzo 2009 alle 13:54

    “L’unico vantaggio di paragonarli alla religione è che quest’ultima, come l’arte, è contraria al business. Il tempio è santo perché non è in vendita.”

    Ecco, credo che queste siano due cose diverse e che, per quanto riguarda la/le chiese,persino il tempo sia qualcosa di malleabile, mette in scena da secoli la stessa commedia tragica, facendone feste e fasti,lauti pasti per sé, di cardinale importanza.
    Ma il tempo la ingoia e non si ingioia come i suoi templi,am-massi di vuoto e carneficine,in ostensori di cannibelesca memoria, titolate in banca,da sempre,sin dall’inquisizione.
    Quanto al nero,che non si opppome al bianco,ma lo mangia e lo defeca,in ogni nascere dell’alba,in ogni cieca pupilla puntata sulla luce attonita di tanta blasfemia terrestre, che non si arrende nel volerla catturare,quanto al nero,dicevo, meglio buttarci dentro anche questa falsa voce,in fondo, al fondo dello scritto,oltre la vacuità di ogni nostra parola,scatola nera di chissà quale percorso, resta solo il nero della nostra profondissima ignoranza. Tutto è: ancora oscuro, àncora del nero.grazie.fernanda

  8. da il 13 marzo 2009 alle 13:59

    un quadro che è un buco nero- ganzo! Letteralmente: “se magna questo mondo e quell’altro”

  9. sergio il 13 marzo 2009 alle 16:21

    che forza questa intervista! adesso vado a comprarmi un black painting. prima però mi faccio una siesta, che i bambini sono a scuola e la compagna è al lavoro.

  10. jacopo galimberti il 13 marzo 2009 alle 17:38

    bellissima lèintervista, io ho pure letto il bel libro.

    P.S: non sapevo che vi conosceste (l’acuto venturi e il mercuriale FF)! Fa piacere sapere che due amici si conoscono tra di loro.

  11. francesco forlani il 13 marzo 2009 alle 18:06

    mercuriale cromo?
    effeffe

  12. jacopo galimberti il 13 marzo 2009 alle 21:22

    mercuriale krono

  13. andrea pedrazzini il 14 marzo 2009 alle 00:05

    “Quando finalmente non si ha assolutamente alcuna ragione per non lavorare, bene, quello è il momento propizio per cominciare.” Anzi, quando finalmente non si ha assolutamente alcuna possibilità di non fare arte, bene, quello è il momento necessario per cominciare. La creatività risponde al vuoto, al nero, al troppo-denso. Appena la vita torna, l’arte scappa sotto il tavolo.

  14. marcel duchamp il 14 marzo 2009 alle 09:08

    Il problema è che il primo quadro tutto nero è un colpo di genio, dal secondo in poi son minchiate.

  15. franz krauspenhaar il 17 marzo 2009 alle 11:09

    Mi accodo volentieri a Marcel. Qui siamo al grado “nero” (che fa rima con zero) della pittura.

    Ma è ancora così difficile separare il truffatore dall’artista vero?

  16. da il 17 marzo 2009 alle 12:42

    da ignorante mi dà da pensare come sia più artistico quello che gli artisti dicono rispetto a quello che fanno

  17. sergio garufi il 17 marzo 2009 alle 13:34

    Se vai al Pac (Padiglione Arte Contemporanea) di Milano a vedere qualche mostra con l’ausilio di una guida noterai una frase ricorrente: “Qui l’artista s’interroga sul concetto di…”, talmente insistita che vien voglia di istituire la pillola anticoncettuale. Allo spettatore non resta che ratificare un giudizio critico più autorevole che lo ha preceduto. Oggi l’artista è “roso” dai problemi, se è un poeta commenta i propri i versi, enuncia ovunque la sua poetica. E’ diventato l’Aristarco di se stesso, come l’uomo comune è lo psicologo di se stesso. I risultati, in entrambi i casi, sono i medesimi.

  18. Luca Sclafani il 29 aprile 2009 alle 12:34

    Ho appena letto Black Paintings. Bel saggio. Lo consiglio vivamente. E’ anche l’occasione per conoscere i meravigliosi pensieri di Ad Reinhardt. Ma davvero non sono ancora stati pubblicati in Italia?



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