Notizie da una città alla deriva

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di Marco Belpoliti

Cosa succede a Milano? Di quale male oscuro soffre la città della finanza e del lavoro, della moda e del design? Il giorno degli stati generali dell’Expo, vanto della metropoli del XXI secolo, il Presidente del consiglio la definisce una città africana. Mentre si vieta il consumo di alcool agli uder 16, scelta giusta ma solo repressiva, nel contempo si espande la città della movida, degli happy hour: da Corso Como all’Arco della Pace, dai Navigli a viale Piave. E contro il successo delle bici a nolo, offerte dal Comune, non si vedono nuove piste ciclabili né in centro né in periferia.
A Milano una nuova colata di cemento – grattacieli a grappoli e sopraelevazioni degli immobili dovunque – non ha come contropartita nuove aree verdi. Costruire costruire, mentre la bolla immobiliare esplode. I quartieri popolari della periferia abbandonati a se stessi e il centro vuoto: la parrocchia del Duomo probabilmente non ha neppure 100 abitanti; la sera alle 20 solo bar e uffici vuoti. Intorno a Piazza Duomo non ci abita più nessuno, e si deve ricorrere alle ronde padane là dove una città abitata, con negozi aperti, gente per le strade, offrirebbe un controllo sociale che nessuna polizia sa dare. Piuttosto che rendere vivibili ai residenti i marciapiedi, li si svende ai ristoranti e ai locali per riempirli di tavolini e di gente di passaggio. La pulizia degli edifici, sgorbiati dai writers, è costata come un piccolo quartiere di case ad affitti accessibili, mentre una delle poche mostre visitate dai giovani al Pac, voluta da Vittorio Sgarbi, è stata dedicata a loro, ai disegnatori selvaggi cui dà la caccia un corpo speciale di vigili urbani.
Per chi è giovane e non vuole sorbirsi litri di birra e vino, non esistono luoghi di aggregazione, biblioteche che aprano la sera, centri sociali, spazi dove studiare, usare il computer, o solo leggere fuori di casa. Essere giovani a Milano sembra una colpa, se non proprio un reato. E anche i bambini piccoli non se la passano bene: asili insufficienti, parchi pochissimi, aree giochi quasi assenti. Milano è una città che non si cura dei suoi figli? Sembra proprio di sì. Se Silvio Berlusconi si lamenta per la città sporca, ricoperta di scritte e graffiti, forse non ha mai visto di persona i cantieri interminabili di via Ampere, piazza XXV aprile, piazza Novelli, e tanti altri, vero e proprio sbrego polveroso, non proprio bello a vedersi, in una città che è sempre stata orgogliosa del proprio “fare”, della propria efficienza. Uno scrittore non certo incline a simpatie di sinistra, cattolico militante, discepolo di Testori, Luca Doninelli in un libro bruciante ha definito tutto questo “Il crollo delle aspettative”.
Cosa succede, dunque, alla capitale morale? La risposta non è facile da dare, ma di sicuro non è più governata da una classe dirigente che si preoccupa della gente che ci vive. Pietro Colaprico, un cronista che l’ha battuta palmo a palmo, che la descrive da anni e la racconta anche nei suoi romanzi, ieri spiegava a un lettore milanese, che affranto gli ha scritto, che seppure lui non sia un vecchietto spaventato né un ragazzo della movida, ma solo un lavoratore con famiglia, ha la netta sensazione che chi dirige la città, Letizia Moratti e la sua giunta, non faccia nulla per lui e per la gente in generale. Cosa porta l’Expo, si chiede, solo litigi e alti stipendi tra i gruppi di potere. Oggi Milano è amministrato da un ceto di magnati, aristocrazia del denaro e della finanza, legata a doppio filo con un ceto di costruttori. L’ultimo successo, inaugurato qualche giorno fa, è una strada a quattro corsie, un sottopasso, che attraversa la zona della Stazione Garibaldi, dove sorgeranno i nuovi monumenti edilizi alla ricchezza meneghina, non una scuola o una biblioteca degna di questo nome.
Del resto, l’assenza di una vera classe dirigente, che conosce la città, che la frequenta fuori dalla cerchia dei Navigli, è un dato oramai assodato. Se negli anni Novanta il sindaco Albertini – di cui qualcuno chiede oggi a gran voce il ritorno – si era definito l’amministratore del condominio-Milano, ora sembra che l’orizzonte si sia ristretto al pianerottolo di casa, una magione di via della Spiga piuttosto che un palazzo scalcagnato della Barona. Una città che invecchia e con lei i suoi capi. Per Formigoni, oramai ultrasessantenne, si appresta probabilmente il quarto mandato, mentre alla Triennale – l’unica istituzione culturale che sembra funzionare – ci si affida per il comitato scientifico a un celebre critico d’arte competente, ma oramai settantenne, Germano Celant.
Sconsolato Colarpico concludeva che questa città anche “mia” adesso sembra “cosa loro”, ma “a Milano, a lungo andare, se sali troppo in alto senza veri meriti – pronostica il cronista –, la paghi. Lo dice la storia”. Una conclusione molto amara, ma per fortuna a Milano non c’è solo questo, dalla Caritas a Esterni, da Mulplicity alle associazioni di volontariato, c’è anche un’altra città che non ha perso la speranza e non sta certo ad aspettare i tempi migliori. Per dirla con Italo Calvino delle “Città invisibili”, nell’Inferno delle metropoli bisogna dare spazio a ciò che Inferno non è.

[pubblicato su La Stampa il 19 luglio 2009]

25 Commenti

  1. Letto sulla Stampa quando è uscito, articolo tristemente vero per capire Milano oggi. Aggiungo che quanto ad asili nido e scuole materne, il Comune di sua iniziativa sta riducendo il numero delle educatrici, il personale ausiliario, e rinegoziando a condizioni peggiorative le convenzioni con le cooperative esterne.

  2. Da uomo del sud affascinato dalla milano della mia mitologia personale tocco con mano che “abitiamo” tutti nella stessa rete di “nulla” (realtà oggettiva) e tutti invece “costruiamo” la nostra realtà, le sue qualità o le sue disgrazie. Dipende solo da quanto mettiamo in gioco. “Ciò che inferno non é” innanzitutto dentro ognuno di noi.

  3. Un bellissimo articolo che offre di Milano un ritratto di città senza respiro.

    Da Milano mi è rimasto una sensazione di caldo, di strade bollenti, della lenta danza dei tram, e in un attimo una vista luminosa di una casa, un dettaglio bellissimo fanno capolino. Un sentimento di tenerezza insospettato…

    Ma ero in visita…

  4. qualche anno fa,in seguito a un rapido passaggio,scrissi proprio in queste pagine che milano mi pareva il luogo migliore dove incubare brutti sogni e il teatro della tosse.Ora che ci abito da un centinaio di giorni posso rilevare una presenza di verde superiore alla media in un quadro dove le gazze e i merli sembrano burlarsi degli amministratori incapaci di vedere oltre il proprio naso.Uno scenario insomma dove la multiculturalità ha fatto il proprio nido in cui si lasciano intravedere scorci interessanti anche dal punto di vista dello sviluppo architettonico.Un vero peccato che l’economia sia allo sfascio e la famosa serietà meneghina solo un ricordo.Un ultimo appunto per ciò che concerne le manifestazioni dell’arte,dove un dispersivo disordine rischia di mandare allo sbaraglio coloro che eventualmente desiderassero appassionarsene.Una città taumaturgica comunque,per certi versi

  5. belli questi articoli senza nomi e cognomi.ci vuole una certa dimistichezza col nulla per raccontare l ovvio.

  6. per curiosità, no/made:

    Vittorio Sgarbi
    Silvio Berlusconi
    Luca Doninelli
    Letizia Moratti
    Pietro Colaprico
    Roberto Formigoni
    Germano Celant

    non sono nomi e cognomi?

  7. Non so, forse no/made voleva qualche elemento di un quadro politico che andasse al di là della sensazione, che fornisse «elementi strutturali».
    Perché dunque mettersi in due, per bacchettarlo?
    È evidente che doninellicelantsgarbicolapricoeccetera non possono propriamente annoverarsi tra gli «elementi strutturali».
    Conosco poco Milano e quindi non ho mai capito perché si auto-definisse capitale morale, come invece fa Belpoliti senza nemmeno usare le virgolette.
    Ma in ogni caso, dopo il 1993, «mamma non parlerei di puttane».
    Di cosa ha bisogno una città, a parte il fare soldi?
    O meglio, come si devono usare i soldi che fa una città?
    Da questo pezzo si capisce che Milano manca di servizi, parchi, luoghi di ritrovo che non siano bar e ristoranti, manca di biblioteche, si capisce che c’è carenza di civitas, eccetera.
    Si capisce che c’è un nuovo patto tra soldi e politica per spartirsi la città: forse qui andava fatto qualche nome tanto per uscire dal generico.
    E però Belpoliti fa emergere una questione non nuova e però a mio parere decisiva.
    Ed è, non ha caso, culturale: il declino di una classe dirigente impregnata di valori borghesi et liceali et nordici (Milano si sentiva, giustamente, più «europea» del resto della penisola e questa cosa anche da qui si è vista bene fino alla fine dei Settanta, per tutti gli anni in cui percepivamo una sorta di magistero milanese… dopo di meno), moderatamente progressista, moderatamente tecnocratica, moderatamente colta, moderatamente modernista, moderatamente laica, capace di gestire città e territorio in modo da tenerne in equilibrio (sia pure conflittuale: e meno male) le varie componenti, capace di investire risorse nel continuo aggiustamento di struttura di cui ha bisogno qualsiasi territorio urbanizzato.
    È un fenomeno nazionale, questa perdita di potere di una cultura capace di applicarsi alla realtà quotidiana, di penetrare nella società e nel territorio: i padri non sono riusciti a trasmetterla ai figli e oggi ci ritroviamo con una grande pappa sociale priva di idee su se stessa e su come dovrebbe essere il paese, la città, in cui vive.
    Berlusconi ne il simbolo, oltre che il capo materiale e politico: in Italia una cosa del genere non si era mai vista prima.
    (sociologismi, certo).

  8. Ho sentito chiaramente questa tendenza quando ci abitavo, per un decennio circa tra gli 80 e i 90. Ricordo che mi faceva impressione scoprire interi quartieri che sembravano disabitati, con tutte le serrande chiuse e ammuffite. Soprattutto di sera, dopo l’orario di lavoro, perché quello che avveniva era questo: l’occupazione dei centri città da parte delle banche, le assicurazioni, le finanziarie. I negozi, nell’impossibilità di pagari gli affitti altissimi, chiudevano, e gli abitanti se ne andavano verso le periferie estreme.

    E’ accaduto anche a Bologna peraltro. Centro città fantasma, di notte, disabitato. Per fortuna la salvano gli studenti, che bivaccano nella zona universitaria.

    Non per difendere i vari sindaci, ma ho l’impressione che le amministrazioni possano fare poco, sia nel bene sia nel male. E’ un trend più forte di loro, perché è nelle cose, nel tempo, nella socialità, nell’economia. Per dire, a Bologna tentarono di fermare l’occupazione delle banche inserendo un articolo nel PRG che vietava i cambi d’uso delle unità commerciali dei piani terra verso uffici finanziari se non veniva dimostrato che il negozio era sfitto da almeno tre anni. E per un certo “quadrilatero” il cambio d’uso era vietato sempre. Ma non è che l’occupazione si sia fermata. Solo rallentata. C’è poco da fare, nel nostro mondo, nelle città, nelle nostre vite comandano i soldi, gli investimenti, le speculazioni.

  9. figurati. sì, lui è molto in gamba.

    più che altro, sono colpito dalla quantità di articoli e pezzi che stanno uscendo sulla crisi di milano…

  10. My 2 cents… ho vissuto a S.Donato qualche mese, nel 2006, ma ero sempre a Milano.

    Proposte di lavoro nei paeselli dell’hinterland (da tester di ascensori a implementatore di sistemi per acque reflue, da disegnatore meccanico per molle e bulloni a sistemista di macchinari), tanta pioggiona, la bellissima Metanopoli, la metro gialla che era una chiccheria, gli incontri pubblici di poesia con le signore cappellino & ventaglio.

    Il packaging sembrava in evidente disfacimento: tanti poveri per strada, SUV, zone buie, cantieri interrotti, molto casino la sera e il coprifuoco di notte (salvo nelle zone deputate).

    Mi sembro’ una citta’ abbandonata a se stessa, salvo i vialoni di scorrimento e le 3-4 arterie della zona stazione – duomo.

  11. Milano non fa eccezione. Possiamo prenderla a paradigma si una situazione tutta italiana di paradossi e contraddizioni. Una parabola molto amorale tendente al degrado, alla cementificazione della penisola, al razzismo che fa da collante. La politica dello svuotamento del centro a (s)vantaggio delle aree periferiche, appetite da palazzinari, massoni, camorristi della migliore imprenditoria italiana: guardate la situazione di Firenze, per non parlare di Roma, anche grazie alle giunte Rutelli e Veltroni, paladini del verde, scusate, dei verdoni

  12. Milano è una fogna agghingherata.
    Una vecchia troia vestita bene che si fa chiamare escort.
    Milano è il posto dove per entrare devi pagare.
    A Milano ti fanno fare milioni di colloqui per lavori che non esistono, gli annunci dei colloqui sono falsi. Servono a far fare qualcosa a giovani incompetenti più frustrati dei disoccupati dietro le gioffe e le gonnelline. Sapeste quando si danno i toni da menager.
    Un mio amico anarchico individualista da quando vive a Milano ha preso casa ai Navigli e ha fatto il master a pubblitalia. Adesso lui è convinto di essere in carriera e il suo disavanzo mensile è si e no 30 euro. E’ un cocopro vestito da fighetto. Ultimamente parlava che lui ed i suoi amici stanno strutturando una piccola massoneria per aiutarsi a vicenda.

    A Milano non si vive. Si fagocita merda fino a trasformarla in energia.
    A Milano si è tutti come i batteri.

    Salvo poi trovare una sfigata da sposare e che la domenica porti AMMILANO. E tutta la settimana ci tornate per lavoro.

    E poi si muore.
    O si fa Milano o si muore.

    Ma Castelvolturno, credetemi, non è molto male a confronto.

    Ferdinando

  13. ho vissuto a milano due anni, 2007-2008. l’articolo mi rattrista, perchè è una città che ho amato ed amo, che in qualche modo, a me romano, ha datro tanto.
    purtroppo, non posso non condividerlo… però, dietro questo vivere difficile, che toglie il respiro, esiste una milano profonda, che emerge con fatica, è che ha tutta una sua bellezza… la bellezza di una donna, altera e difficile, che non si concede mai subito a chi la cerca; ma se sai aspettare, se riesci a vedere oltre l’apparente e il visibile, puoi scoprire quello che non ti immagini…

  14. ” Si capisce che c’è un nuovo patto tra soldi e politica per spartirsi la città: forse qui andava fatto qualche nome tanto per uscire dal generico.”
    Grazie, non era difficile da capire….epperò .

    a kraftenar: no, ma gradirei il suo. Biondillo non si precipiti nella difesa di belpoliti, non credo ne abbisogni. ps. un consiglio, non indossi camicie viola.

  15. @Ferdinando ..ma..ma.. quanto tempo sei stato a Milano, il tempo di un colloquio?… eh, ma non basta ragazzo mio.. non basta.

    Poi non dare retta agli amici sfigati.. che vengono qui per sfruttare le piccole opportunità che questa città offre senza dare nulla in cambio.. Milano e’ per sempre.. altrimenti stai pure a casa tua,.. tos..toss..tosss che ne guadagni in salute…. toss.. toss.

    Oggi c’e’ un aria irrespirabilei.. toss..toss.. come mai nessuno a partalo dell’ inquinamento e dell’invivibilità respiratoria di Milano.. tos..toss.

    un batterio ^__^

  16. “partalo” ? °__°

    .. questa è dislessia galoppante..

    intendevo scrivere .. “parlato” .. ^__^

    .. lascio perdere gli altri refusi ^__^.. e’ l’aria tossica che uccide i neuroni °__°. Il Bacterium

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GIANNI BIONDILLO (Milano, 1966), camminatore, scrittore e architetto pubblica per Guanda dal 2004. Come autore e saggista s’è occupato di narrativa di genere, psicogeografia, architettura, viaggi, eros, fiabe. Nel 2011 il romanzo noir I materiali del killer ha vinto il Premio Scerbanenco. Nel 2018 il romanzo storico Come sugli alberi le foglie ha vinto il Premio Bergamo. Scrive per il cinema, il teatro e la televisione. È tradotto in varie lingue europee.