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Carbonio 14

di Alberto Cellotto

Cicatrici

La punta delle bandiere vicino
le fabbriche, la cima ferma dell’albero.
Il rosso sta scendendo, l’aria
rimane all’altezza delle formiche.
Chi se lo immagina un posto
così tra dieci anni, chi prova
a combaciare le diverse
epoche che scantonano dal passato.
Per una volta chiedere ai piedi
come stanno, se c’è una radice
che solleva l’asfalto navigando
nel bitume e pesca l’ossigeno.
Potrebbe essere come il tornare
al mondo, all’angelo
che mi guardava cadere sempre,
alle croste rimaste sulle ferite.
Dopo, lì una pelle sbiancata
poteva solamente spiegarci
che il sangue era quello
che ci tocca davanti,
agli occhi al naso alla bocca.

***

L’età delle corse

Veloce gli passa a lato
un tiepido sole di gennaio:
il mio paese è un cuore
di vetri coi resti
dei nastri adesivi
rimasti attaccati.
Il gelo è una puntina
che non scrive e non suona.

***

V. Come una vasta golena

V. è come una vasta golena
e lo sa lui per primo, meglio di chiunque.
Il suo naso è come una lama
breve che riconosce per essenze, lui lo
pizzica e se lo gratta con l’indice.
Con soddisfazione mi
mostra l’umido di questo posto,
poi l’inorganico
che è la parte tra tutte
più bella. Ha detto una
dopo l’altra le alluvioni,
che sono i suoi panici vissuti
senza rimedio, quando
ad arginare l’ansia è rimasta
sola la possibilità di muoversi
nel fermo immagine di una
acqua morta.

***

E. che sta di là

E. usava un bagnoschiuma
che ho ritrovato una volta sola,
(una persona passava in mezzo
al corridoio di un’aula magna,
una riunione). Il suo viso è ancora
simile a tanti, il suo silenzio
è fatto di un’unica posa,
sopra la bocca tiene occhi
pronti a muoversi sincroni col mento
a legare con una visione
di campi familiari. E quando E.
si alza da una panchina o paga
al supermercato (è questo il mio
momento) ritorna
quel profumo nell’aria,
l’aula magna. I corridoi
nei ricordi spariscono dalla
sua memoria.

***

O. nella bolgia

Per andare al fiume?

Seguite O., vi porta a quella fossa
a metà della campagna,
sulla linea delle risorgive,
scortata ai lati dai gelsi.
Ogni albero una faccia,
una persona della sua vita,
riuscirete a trattenerla.
Non ritratti ma corsi
di violenza impartita
con poco senso ad uno come O.
che ha fatto tutte le guerre
di tutti i giorni:

O. si alza
ancora la mattina per registrare
quanta nebbia si è alzata
e di quanto i vostri colli chiari,
battuti da una fessura
di fuoco, s’abbassano a guardare.
O.: un essere nella bolgia,
un cuore fregato dal liquore
bevuto le sere per non dilagare.
Per andare al fiume seguite O.

Ma sapete cosa è un fiume?

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5 Commenti

  1. ieri sera ho visto “garage” un bellissimo film – secondo suo lungometraggio – di Leonard Abrahamson. e ora, leggendo queste poesie, rivedo quell’osservazione a un vivere chino, a fronte alta comunque, il senso delle cose e dell’ambiente(azione) colmo, come se il fuori agisse agitando il dentro, e l’occhio v’aggiungesse forme di sguardo a suggerire un modo, semplice, di resistere, qua e là odorando, riportando alla mente, respirando per poesia

  2. trovo il primo testo, “Cicatrici”, davvero notevole. e vero, e pressante in questa sua verità.

    complimenti

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