Scuola: il punto (e croce)

3 settembre 2010
Pubblicato da


di
Paolo Fasce

Il tema del precariato è piuttosto delicato e la stessa parola è ambigua perché include molte sottocategorie piuttosto diverse. Sarebbe molto interessante, e temo doloroso, affrontare in primis la questione del precariato degli assistenti, tecnici e amministrativi (ATA) e dei collaboratori scolastici (bidelli) le cui percentuali sul totale dei lavoratori che oggi abitano le nostre scuole raggiunge spesso il 50%, ma Leopardi scrisse “Il più certo modo di celare agli altri i confini del proprio sapere è di non trapassarli” e voglio quindi attenermi alle sue indicazioni.
Restando nell’ambito del precariato degli insegnanti, quelli di cui posso parlare per conoscenza diretta sono gli “insegnanti secondari”, cioè i professori delle scuole medie e superiori, mentre soprassiedo sugli insegnanti della scuola primaria, i maestri o, più democraticamente, per manifesta superiorità numerica, le maestre. Esistono due grandi categorie di insegnanti precari: gli abilitati e i non abilitati. I primi si dividono in tre tronconi, in grande parte sovrapposti. I “concorsisti”, i “sissini” e gli “ope legis”. I primi sono mediamente i più anziani (spesso ci si riferisce a loro con l’etichetta di “precari storici”), hanno infatti conseguito l’abilitazione in un durissimo concorso nazionale le cui date più recenti sono il 1999 e 1990. I secondi si sono abilitati a seguito di una selezione in ingresso alle Scuole di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario, dopo due anni di studi universitari post laurea orientati all’insegnamento della propria disciplina. I terzi, la stragrande maggioranza dei quali ha conseguito abilitazioni secondo i percorsi appena illustrati, sono quegli insegnanti che si sono abilitati a seguito di un “corso riservato”, soddisfacendo criteri di anzianità di servizio.

La seconda grande categoria di insegnanti precari sono quelli “non abilitati” che si dividono in due tronconi: quelli che lavorano con contratti medio lunghi e quelli che lavorano saltuariamente. Per afferire alla categoria degli insegnanti non abilitati basta compilare un modulo e mi permetterei di battezzare quelli che lavorano saltuariamente, spesso assai raramente, come insegnanti saltuari. Sarebbe un errore considerare gli insegnanti non abilitati che lavorano con una certa continuità come “insegnanti di serie B” per due ragioni. La prima, evidente, è che se lavorano è perché servono, quindi forniscono un servizio, suppliscono una carenza, tappano un buco. La seconda è dovuta alla variabilità di giudizio delle commissioni d’esame (per il concorso) e nei numeri “chiusi” di accesso alle SSIS (non sempre commisurati sulle esigenze del territorio) che hanno avuto per conseguenza un eccesso di abilitati in alcune aree o in alcune classi di concorso e carenza in altre. Non avendo ben chiaro questo stato di cose si possono fare affermazioni di ogni tipo: i precari sono 200.000 (sono quelli abilitati iscritti nelle Graduatorie ad Esaurimento [GaE, d’ora in poi]); i precari sono 229.000 (è il numero di persone che hanno avuto almeno un contratto a tempo determinato nell’anno scolastico 2009/10, rivelato in conferenza stampa dal Ministro Gelmini in data 2 settembre 2010, la maggioranza dei quali sono le cosiddette “supplenze brevi” di quelli che potremmo cominciare a chiamare “insegnanti saltuari” invece che precari); i precari sono mezzo milione (se si considerano, oltre agli abilitati, anche tutti quei laureati che hanno compilato un modulo e si sono iscritti nelle Graduatorie d’Istituto, la maggior parte dei quali non è mai entrata in classe; potremmo chiamarli “insegnanti fantasma”).

Il meccanismo delle classi di concorso, tipico della scuola secondaria, e l’attribuzione di cattedre strettamente legate ad una classe di concorso (o insegni matematica, o insegni elettronica, pur avendo le abilitazioni in entrambe le materie) induce una certa rigidità nel sistema che rende fisiologicamente necessario il ricorso al precariato come polmone utile a tappare i buchi (la parola “spezzone” discende da questa rigidità organizzativa). Risulta difficile pensare che sia davvero necessario ricorrere al precariato nella scuola primaria dove le specializzazioni delle maestre, pur presenti, sono blande e la duttilità di tutte le insegnanti primarie è tale da consentire loro di lavorare, sostanzialmente, su tutti i fronti (anche come insegnanti di inglese con un corso di 50 ore, come dimostrano le cronache recenti). Pur essendo ai limiti delle mie competenze, mi sento di poter affermare che il precariato nella scuola primaria e tra gli ATA e i collaboratori scolastici è indegno di un paese civile. Sono naturalmente curioso e scientificamente attento nel verificare affermazioni di altro segno. Tralascio le innumerevoli “guerre tra poveri” che hanno contrapposto insegnati primari con insegnanti secondari, insegnanti delle medie, con quelli delle superiori, precari di una certa parrocchia contro quelli di un’altra, insegnanti laureati contro insegnanti diplomati, insegnati curricolari contro insegnanti di sostegno, insegnanti settentrionali contro insegnanti meridionali, insegnanti di una certa materia contro quelli di un’altra, insegnanti dei licei, contro quelli dei tecnici, quest’ultimi contro quelli dei professionali. I compartimenti stagni tra i vari ordini di scuola e gli interessi degli uni e degli altri, porta ad una frammentazione che induce uno scarsissimo “spirito di corpo” sul quale si sono anche costruite fortune politiche, al prezzo di dolori e illusioni diffuse.

Ma veniamo ai giorni nostri. Due sono gli elementi che mi piace fare emergere in questa mia dissertazione. Il primo è la legge 133/2008 che prevede risparmi per quasi otto miliardi di euro in tre anni, raggiunti attraverso la riduzione di 150.000 persone, insegnanti ATA e collaboratori, nella scuola pubblica italiana. Meno risorse umane significa senz’altro meno qualità. Il tutto, si badi bene, in un contesto nel quale Barack Obama ha vinto le elezioni permettendosi in campagna elettorale, alla convention di investitura, in un paese dove lo slogan “Meno tasse per tutti” avrebbe probabilmente lo stesso effetto che ha avuto da noi, di affermare a gran voce: “Arruolerò legioni di insegnanti pagandoli meglio anche a costo di aumentare le tasse!”. Il fatto che in tempi di crisi abbia deciso di mantenere investimenti significativi, come succede anche in Germania, la dice lunga sulle parole e i protocolli che si firmano in Europa (si cerchi “strategia di Lisbona”) e quelle elettorali, ma vincolanti, pronunciate da un futuro Capo dello Stato americano. Il numero è elevato ed è solo parzialmente attutito dai pensionamenti.Tralascio il fatto che si è ridotto lo spazio delle nuove generazioni, con il blocco triennale delle abilitazioni garantite dalle SSIS, senza che ancora oggi sia chiaro quali siano i tempi di approntamento del nuovo sistema di formazione iniziale degli insegnanti (i concorsi, questo è chiaro, sono costosi).
Solo formalmente, e solo fino a ieri, si è potuto dire “non abbiamo licenziato nessuno” perché a perdere il posto sono stati i precari assunti con contratti a tempo determinato. Oggi la riforma delle superiori intacca anche diverse categorie degli insegnanti di ruolo, in particolare, tagliando i laboratori, sono perdenti posto gli insegnanti tecnico pratici. Il piano di assunzione triennale del Governo Prodi non è stato portato a termine. Oggi mancano all’appello 57.000 assunzioni e considerato il fatto che gli insegnanti assunti con contratto “fino al 30 giugno” o “fino al 31 agosto” sono superiori ai 100.000, si intuisce facilmente che a seguito di quel piano il problema avrebbe cominciato a riavvicinarsi ad un livello fisiologico mentre ancora oggi è pienamente patologico.

Naturalmente le richieste che emergono dall’universo dei precari sono variegate, arrivando anche a deliranti richieste di assunzione di tutti gli iscritti alle GaE che, logicamente, è equipollente alla richiesta di generazione per clonazione di un numero di studenti sufficienti alle necessità degli insegnanti. É evidente, almeno a me, che il modello da seguire sia quello svedese o danese, dove le persone sono liete di pagare alte tassazioni perché hanno un welfare che funziona e che supporta attivamente i disoccupati, non scaricandoli su apparati. È anche altrettanto evidente che “chi sbaglia paga” e questo Stato ha prodotto questo stato di cose e conseguentemente è assolutamente legittimo che gli iscritti alle GaE possano godere di un canale di assunzione perenne che arrivi ad esaurirle, anche se ci volesse (e ci vorrà) un ventennio. Occorre approfittare delle conoscenze dei meccanismi che sono patrimonio dei precari, che a questo gioco partecipano da anni, non al mero fine di orientare le regole alla propria assunzione, ma al fine di indurre lo Stato ad assumersi delle responsabilità senza penalizzare ciascuno eccessivamente. Un aforisma che ho ideato e del quale vado orgoglioso afferma “Giustizia è lasciare tutti equamente insoddisfatti”.
Una proposta sensata è la seguente: il ripristino in tempi brevi delle assunzioni mancanti dal Piano Fioroni per traghettare il sistema dall’ambito patologico a quello fisiologico; predisporre un doppio canale che passi da un 70% di assunzioni dalle GaE (in condominio con le Graduatorie di Merito laddove ce ne siano ancora) contro un 30% garantito al nuovo canale di formazione iniziale degli insegnanti, che deve quindi essere collegato con il reclutamento. Si deve passare, con continuità, all’inversione di tali percentuali entro un quinquennio, per dare gradualmente spazio alle nuove generazioni e ad un sistema intrinsecamente costruito sulle esigenze del territorio e quindi non generatore di aspettative e di precariato. In questo modo garantiremmo un rapido assorbimento in diverse Classi di Concorso, restando lunghe quelle materie dove la congestione è oggettiva. Occorre pensare anche a questa situazione, per questo motivo occorre accettare una mobilità territoriale che riversi i residui delle GaE laddove ci sia la disponibilità dell’insegnante a muoversi e, beninteso, laddove i posti ci siano.
Tutto questo è un po’ cronaca e un po’ tecnica. Le scelte politiche sono appannaggio di altri piani di lavoro. Se il popolo italiano intende insistere nel votare governi che hanno in mente la demolizione della scuola pubblica a beneficio delle scuole confessionali, se intende cedere alla retorica del merito, dove il merito è manifestamente appannaggio delle classi dominanti, occorre pazientemente spiegare ed illustrare i fini sottintesi di certe tesi. Purtroppo non lo si può fare a suon di slogan e pertanto la strada è lunga.

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17 Responses to Scuola: il punto (e croce)

  1. Francesca E. Magni il 3 settembre 2010 alle 12:55

    ringrazio Paolo Fasce (fra gli autori di “Pensieri sottobanco. La scuola raccontata alla mia gatta” http://www.erickson.it/erickson/product.do?id=2242 ) per questo articolo e per il libro che ha scritto.

  2. Francesca E. Magni il 3 settembre 2010 alle 13:13

    è una battaglia di civiltà: intervista a Caterina Altamore:
    http://www.repubblica.it/cronaca/2010/09/03/news/precari_racconto-6721410/

  3. véronique vergé il 3 settembre 2010 alle 14:27

    In questo tempo de Rentrée Scolaire, ringrazio Francesco Forlani per avere postato questo ottimo articolo di Paolo Fasce descrivendo lo stato della scuola, la manera di maltrattare quelli che aiutano ragazzi a essere nel mondo di domani e a crescere. Precari o no siamo nella stessa battaglia: opponere al potere del denaro l’ambizione della cultura e dell’umanismo.
    Scomettere su l’intelligenza.

    Francesca E Magni ha ben fatto di creare un link con l’articolo della Repubblica. Vale la pena di leggerlo: è sconvolgente.

  4. Scuola: il punto (e croce) – Nazione Indiana il 3 settembre 2010 alle 21:11

    […] approfondire consulta la fonte: Scuola: il punto (e croce) – Nazione Indiana Articoli correlati: Ancora sull'università, la poesia, il gusto – Nazione […]

  5. Francesca E. Magni il 4 settembre 2010 alle 13:57

    così, tanto per vedere che aria tira, se andate sul sito dei docenti scapigliati http://www.idocentiscapigliati.com/
    o sul loro gruppo su facebook (dove i commenti sono molto significativi), c’è quasta frase:
    “NULLA mi risulta più intollerabile che vedere i colleghi insegnanti in sciopero della fame mentre gli intellettuali fanno salottino. Voi che fate salottino letterario, in Rete e fuori, oggi, in questi giorni di infamia nazionale: sprofondate dalla vergogna. Non leggerò mai più – mai più – un’opera letteraria di chi si sia dimostrato insensibile davanti alla distruzione del sistema scolastico” (Claudia Boscolo)

  6. girolamo il 5 settembre 2010 alle 01:48

    @ Francesca E. Magni
    No no no, è Paolo Fasce che sbaglia. Se vuole essere letto e commentato da più di 3 lettori, deve premettere al suo testo le seguenti affermazioni:
    A. “Io, se fossi Saviano” (e anche se non lo sono lo sono, siamo tutti Saviano, nel senso che siamo tutti in grado di pensare come lui, vivere come lui, ecc., anzi, ce la sogniamo una vita in una stanza anonima di residence, senza il condominio che spacca i maroni, i parenti che ti vengono a cercare, la fidanzata che pretende). Di seguito, dire cosa farebbe rispetto alla questione-pubblicare-per-Mondadori se fosse Saviano;
    B. “Io, se fossi Giorgio Bocca” (e se non lo sono è solo perché non ne ho avuto la possibilità, che cazzo, non è colpa mia se sono nato dopo la Resistenza, se “Repubblica” l’hanno fondata ch’ero bambino, se non so cucinare la cernia alla brace, se quella volta che ero sceso al sud mi hanno scippato il borsello col taccuino e non ho potuto scrivere un reportage). Di seguito, dire che se fosse Giorgio Bocca sarebbe uscito dalla Mondadori come Giorgio Bocca.
    A questo punto i commenti fioccano, e verso il 100mo intervento si potrebbero inserire argomenti un po’ frizzanti, tanto per animare la discussione: col pesto, linguine o orecchiette? Cioran c’era, ci faceva o usava un giovane scrittore ombra come tutti? Biondillo è un falso magro? È vero che stanno distruggendo la scuola pubblica? Belen a San Remo: si, no, boh?
    Ma pretendere attenzione partendo di primo acchito con i precari della scuola, dio mio che presunzione, che supponenza: ma chi si credono di essere, questi insegnanti? Mandiamoli a lavorare!

  7. giorgio mascitelli il 5 settembre 2010 alle 08:56

    L’intervento di Fasce è molto importante, evidenzia con un’analisi corretta e proposte condfivisibili quello che sta capitando ai precari. Posso solo aggiungere che la creazione di un ampio numero di precari non è affatto frutto di circostanze particolari, ma dagli anni novanta in poi è strutturale per la gestione della scuola perchè arrivare a un sistema stabile ( forme di reclutamento regolari nel tempo, mgari un tetto agli anni di precariato e l’eliminazione anche di situazione di clientelismo con assunzioni eccessive) costerebbe di più di questo sistema e costringerebbe a una politica previsionale che contrasta con la strategia attuale di riduzione complessiva e graduale della spesa scolastica.

  8. Francesca E. Magni il 5 settembre 2010 alle 10:31

    vi segnalo un altro articolo importante di Valter Binaghi:
    http://valterbinaghi.wordpress.com/2010/09/01/forme-di-lotta-nella-scuola-di-valter-binaghi/

    (oltre a quello di Marco Lodoli ieri, sabato, su Repubblica)

  9. Francesca E. Magni il 5 settembre 2010 alle 13:55

    segnalo la discussione su intellettuali e scuola su lipperatura:
    http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2010/09/03/ancora-tre/

  10. furlèn il 5 settembre 2010 alle 18:59

    @Girolamo
    adesso dico la mia. Sono stufo, ma davvero, credimi di sentire (leggere) cazzate come quelle da te scritte in questo commento. Ma dico la tua esperienza della rete non ti ha insegnato che l’equivalenza numero di commenti numero di lettori è una stronzata mega galattica? Ho chiesto a Francesca Magni, in tempo reale qualcosa sulla questione dei precari nella scuola. In tempo quasi reale paolo fasce ci ha scritto qualcosa di una chiarezza e profondità ineccepibili. Il testo sta girando in rete, mi sembra senza che si assista alla solita inutile querelle dei commentatori di professione che per un sì o per un no ci dicono bueno, no bueno, i like, pollice verso modello face book. Ci sono degli articoli che ho pubblicato su NI di Sergio Bologna, tanto per fare un esempio che saltava a piè pari le vostre analisi post fordiste, metallare, new italian and old epic, caro Girolamo, e su quelle pagine avete fatto orecchie da mercante. Nazione indiana non è un salottino borghese nè tanto meno uno ikea alla maniera di tantissimi luoghi della mente e della rete in cui la parola comunismo si accompagna a quella della nevrosi, come se il materialismo storico d’un tempo si fosse mutato in materialismo isterico.
    Colgo l’occasione per ringraziare, Francesca, paolo, per aver accolto la mia richiesta e tranquillizzare tutti i contatori di commenti che non sarà certo questa acrimonia di fondo a farmi desistere dal chiedere a chi ne sa meglio di noi altri di molte, tante cose del mondo, di offrirci la possibilità di aprire una finestra anche da qui.
    effeffe

  11. lorenzo galbiati il 5 settembre 2010 alle 22:44

    Itaiblag Oznerol, professore di scienze naturali di 40 anni, con abilitazione da concorso riservato del 1999, voti 78/80, che insegna dal 1997 con incarichi annuali prima in scuole private paritarie, poi da 7 anni nelle statali, è attualmente disoccupato, essendo terminato il contratto a tempo determinato del 2009/10 ed essendo in attesa di essere convocato per l’assegnazione dei prossimi incarichi annuali, di cui per ora non sono usciti né il calendario delle convocazioni né le disponibilità delle scuole.

    Il suddetto non sa neanche quanti della sua classe di concorso (cioè scienze naturali) saranno assunti a tempo indeterminato (= passeranno in ruolo) quest’anno, ma sa che l’anno scorso, nella sua provincia, grazie ai tagli del governo, ne hanno assunto solo uno, e sa che quest’anno nella graduatoria “ad esaurimento” (ex-permanente)

    – da non interpretare come graduatoria volta a provocare un esaurimento nervoso dei precari prima che entrino (se ci entrano) in ruolo –

    in cui è iscritto grazie alla sua abilitazione, è passato dal numero 68 al numero 65
    (i tre posti gudagnati dipendono dal fatto che 3 docenti con punteggio maggiore del suo (il punteggio dipende dal voto dell’abilitazione e dal numero di anni di servizio), ossia più avanti in graduatoria, sono passati di ruolo in altre classi di concorso, evidentemente perchè in possesso di più abilitazioni, e pertanto sono stati automaticamente cancellati dalla graduatoria; nella graduatoria in cui si entra in ruolo si viene cancellati dopo uno o due anni)

    dicevo, dal numero 68 al numero 65, un balzo avanti di ben tre posti, che gli fa ben sperare: di questo passo potrà di diventare di ruolo, di arrivare al tanto agognato contratto a tempo indeterminato, intorno ai 60 anni.

    Il suddetto è tutto sommato in una posizione lavorativa pienamente soddisfacente.

  12. girolamo il 6 settembre 2010 alle 00:21

    Francesco, la mia non era una critica né a Paolo (figurati) né a te. Era la presa d’atto di un disinteresse generale su una questione fondamentale: disinteresse che noi insegnanti troviamo davanti ai cancelli delle nostre scuole come nella rete.
    Punto.

  13. gianni biondillo il 6 settembre 2010 alle 17:16

    Però, Francesco, dovremmo ragionare sulla provocazione “a gamba tesa” di Girolamo (che, ti rammento, è un insegnante di liceo).
    Noi su NI scrivamo da sempre di scuola. Perché abbiamo redattori-insegnanti, autori-genitori, commentatori-professori (cioè, insomma, cittadini coinvolti in prima persona col mondo della scuola). Ma tranne quelli, ammettiamolo, pare che l’argomento scaldi poco i cuori. Non solo del nostro commentarium, ma in generale della cultura nazionale.
    La scuola dovrebbe essere il centro di ogni nostra preoccupazione, io, per dire, sono terrorizzato da quello che ne abbiamo fatto in questa nazione, al punto che altri argomenti e/o polemiche (per quanto lecite e doverose) mi sembrano meno centrali, oggi.
    Noi su NI ce ne interessiamo, lo so. Ma basta questo? Vogliamo iniziare a parlare della responsabilità del lettore, del commentatore, “dell’intellettuale non pubblicante”? (semrpe così attento all’etica e al portafogli dello scrittore)
    Mi è stato testé riferito lo status di un critico-scrittore su FB (io non sono su FB, lo sai). Te lo copio:
    “Lo Scrittore (facciamo anche il critico) ha sempre vissuto delle rendite di famiglia da quando esiste la Letteratura. Del resto, scrivere per pagarsi le bollette involgarisce la scrittura. E dunque, grazie papà.”
    Ora, diciamocelo: come si può sentire un insegnante di fronte a questo modo di ragionare dell’intelligencjia nostrana? Un bel “vaffanculo” non trovi gli possa sgorgare dal (volgarissimo) petto?

  14. Paolo Fasce il 28 settembre 2010 alle 09:25

    Vorrei ringraziare tutti i lettori che hanno lasciato un commento. Vi ho letti tutti con piacere ed interesse. Grazie ancora.

  15. […] Sul tema della qualità della scuola, occorre rilevare con forza che gli insegnanti precari non sono un problema da risolvere, ma sono la soluzione (per una dissertazione su “chi sono gli insegnanti precari” si veda un altro contributo dello scrivente su Nazione Indiana). […]

  16. Vivalascuola. Professione: precario | arte il 5 ottobre 2010 alle 08:38

    […] Sul tema della qualità della scuola, occorre rilevare con forza che gli insegnanti precari non sono un problema da risolvere, ma sono la soluzione (per una dissertazione su “chi sono gli insegnanti precari” si veda un altro contributo dello scrivente su Nazione Indiana). […]



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