In lotta, ancora

5 maggio 2011
Pubblicato da

di Marco Rovelli

[In questi giorni sto partecipando al presidio antirazzista permanente a Massa a sostegno degli immigrati in lotta. E’ un’esperienza forte e bella, e vorremmo la solidarietà di tutti. A partire dalla diffusione della notizia. Pubblico intanto l’articolo che ho scritto per il manifesto]

E’ un’altra battaglia, dopo la gru di Brescia e la torre di Milano. Adesso è nel centro di Massa il luogo della lotta. Sette ragazzi africani – quattro senegalesi e tre marocchini – domenica scorsa sono entrati nel Duomo di Massa e hanno detto che non se ne sarebbero andati prima di avere un risultato. Tutti loro, tranne il portavoce Lamine, sono stati truffati in occasione del decreto flussi colf-badanti del 2009. Anche loro, come molte migliaia di immigrati, hanno versato migliaia di euro a qualcuno che aveva promesso di regolarizzarli con un posto di lavoro, ma questo qualcuno era un truffatore, si è volatilizzato lasciandoli nello stato di clandestinità da cui avevano sperato, finalmente, di potersi emancipare. E “quando non c’è nulla da perdere, in una lotta c’è tutto da guadagnare”, come ha detto Lamine durante la prima assemblea, sulla scalinata di marmo della cattedrale, di fronte alla facciata moderna ma pur sempre di marmo, agli italiani che con un passaparola erano accorsi (e va reso merito all’Assemblea antirazzista antifascista di Massa di aver innescato da tempo un percorso al fianco e a sostegno degli immigrati in lotta), e agli altri immigrati solidali con i loro fratelli. Non è stato un caso, ovviamente, che sia stato il primo maggio il giorno d’inizio di questa lotta, il giorno della festa dei lavoratori – perché di questo si tratta: di lavoratori senza diritti. Lamine dei diritti li ha (per quanto precari, come sempre sono precari i diritti di un immigrato anche regolare, essendo sempre possibile per lui essere cacciato nella clandestinità perdendo il lavoro): ma lotta perché ha una coscienza politica forte, un senso di solidarietà che latita sempre di più, di questi tempi. Quelli come Lamine hanno molto da insegnarci. Per me, che partecipo al presidio davanti al Duomo, è importante essere al fianco suo e dei suoi compagni: è, direbbe Badiou, un evento di verità. Al fianco di Madiaw, per esempio, che è ancora clandestino, anche se all’Italia ha quasi sacrificato una mano. E’ successo due anni fa, quando lavorava in una fabbrica di insaccati a Melegnano. Una piccola ditta a conduzione quasi familiare, dov’erano in dodici a lavorare, e tre di loro clandestini. Con contratto regolare, però, erano solo in due. Un giorno la macchina alla quale lavorava Madiaw, una macchina che mescolava le carni del maiale, gli ha preso il braccio e stava per portarselo via. E’ stato un mezzo miracolo, e a Madiaw è rimasto solo uno sfregio ben visibile sull’avambraccio. Lo portarono in auto all’ospedale, “Dì che sei caduto in bicicletta, poi quando guarisci ti mettiamo in regola, stanno facendo la sanatoria”. Madiaw è rimasto con i chiodi nel braccio per sei mesi. Poi, quando è tornato dai padroni, questi gli hanno detto “No, guarda, non è possibile per noi, ci dispiace”. Madiaw ci ha provato ad andare per vie legali, ma nessuno testimoniava che effettivamente lavorasse là: non quelli che erano in regola per non perdere il lavoro, non i clandestini perché i clandestini in tribunale è meglio che non ci vadano… Così è caduto in mano a una signora che si era presentata come in cerca di un badante per sua madre ottantenne. Truffa facile facile, basta una scheda telefonica da disattivare qualche giorno dopo aver ricevuto i soldi dalla vittima in cambio di una ricevuta che non ha alcun valore legale.

Vicende come quelle di Madiaw sono migliaia e migliaia in Italia. Soldi versati a cooperative come a privati, spariti nel nulla. Un immigrato spesso non conosce la lingua, né la legge, sente che c’è la possibilità di essere messo in regola, si fida, e si affida. E’ questione di vita, per lui. Una legislazione asimmetrica come quella italiana, che pone l’immigrato in una costante condizione di minorità, e in una posizione di totale dipendenza dal datore di lavoro, produce quasi naturalmente questi casi. Dicono che sono clandestini, e in quanto clandestini li criminalizzano: ma poi, loro dimostrano che desiderano con tutte le proprie forze non esserlo, clandestini, e glielo si impedisce. La sanatoria per colf e badanti ha portato nelle casse dello Stato 154 milioni di euro, ma per gli immigrati non c’è stata alcuna tutela.

Ai sette in lotta è arrivata la solidarietà di quelli che lottavano a Brescia e a Milano – tranne quelli di loro che sono stati deportati quando sono scesi dalle loro postazioni su in alto, a mostrare che solo in un’esposizione assoluta al rischio si può tentare di uscire dall’invisibilità. Questo rischio, Lamine, Madiaw e gli altri sono disposti a correrlo.

Hanno occupato il Duomo perché è la casa di Dio, e “la casa di Dio è l’unico posto in cui non siamo irregolari”. Una rivendicazione dei fondamenti dell’universalismo, ovvero di un umanismo integrale che davvero potrebbe essere il fondamento di tutti, atei e credenti, e al di là di ateismo e fede. Purtroppo poi questo universalismo si scontra con le umane, troppo umane resistenze dei vari poteri. Così, dopo le prime due notti passate nel chiostro del Duomo, la curia ha fatto capire che se ne dovevano andare, altrimenti avrebbe chiamato la polizia. Richiesta che ci ha colto tutti alla sprovvista. Del resto i preti di strada, quelli alla don Gallo, vescovi non ci diventano mai. Anche se era difficile immaginare una scena del genere, i ragazzi hanno accettato. Adesso dormono in strada, anche di fronte alle tiepide solidarietà tanto ecclesiali quanto istituzionali. L’incontro col questore è stato abbastanza positivo, ma adesso ci vuole una risposta chiara da parte della magistratura, un via libera alla concessione del permesso di soggiorno per motivi di giustizia. I ragazzi dormono in strada, per andare fino in fondo, per non tradirsi. E’ una questione di fedeltà, e non solo a se stessi. Come ha scritto, ancora, Badiou nel suo saggio su San Paolo, “ciò che dà potenza a una verità determinando la fedeltà soggettiva non è il rapporto a sé che l’ evento induce, ma il suo rivolgersi a tutti. Possiamo chiamarlo il teorema del militante. Nessuna verità è solitaria o particolare”.

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3 Responses to In lotta, ancora

  1. Dimitri il 6 maggio 2011 alle 02:00

    Cerco di farlo girare quanto posso. E grazie.

  2. aitan il 7 maggio 2011 alle 15:13

    Condivido, doffondo…

  3. […] Marco Rovelli ha scritto della lotta dei migranti a Massa su https://www.nazioneindiana.com/2011/05/05/in-lotta-ancora/ […]



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