ragazzo, 20 luglio 2001

20 luglio 2011
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1.7 dalla sala, mentre gli altri sono in spiaggia, ed è luglio, ed il filo nero che fa da antenna della radio, come un rapporto precario che attraversa, e crepa, lo spazio della mia percezione, e della mia vita, parte dall’apparecchio appoggiato per terra, tra il posacenere e le pagine del manifesto e del corriere della sera, e raggiunge la spalliera della sedia, da dove riparte per il tavolo, su cui si appoggia la gruccia a cui si attorciglia, che amplifica il segnale, facendo correre le onde elettromagnetiche che raccoglie nella sezione tubolare delle proprie linee, e riesce a captare le emissioni di popolare network, mi affaccio alla finestra e, dal piano di sopra, avverto la zia della mia ragazza, che ci ospita in calabria, che a genova le cariche non sono motivate, che hanno ucciso un ragazzo, e che si chiama carlo giuliani.

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10 Responses to ragazzo, 20 luglio 2001

  1. sparz il 20 luglio 2011 alle 09:44

    così, ghe, assolutamente così …

  2. orsola puecher il 20 luglio 2011 alle 10:26

     


     
    cose di mare di bambini ancora piccoli, secchielli e palette, nella borsa blu con la rosa dei venti, appoggiata a terra, formine a stelle e ippocampi, un salvagente gonfiato a forma di coccodrillo, pronti per andare, si sta invece davanti a La7 arresi all’apparizione di questo creaturo, le voci poi che cominciano a rincorrerrsi “che hanno ucciso un ragazzo, e che si chiama carlo giuliani” e che avrebbe dovuto andare al mare.

    Antonio Vivaldi RV 621 Stabat mater dolorosa

    ,\\’

  3. véronique vergé il 20 luglio 2011 alle 10:58

    Il testo di Gherardo mostra come il quotidiano, la vibrazione di un’estate, il sole, la vita, puo essere rotti in un sentimento di distanza, di realtà crudele. Prima la notizia, fu un’estate come gli altri, tranquillo, con il sole fisso. Dopo fu la visone di un corpo, la violenza, il sangue. La trappola nella città marina. Quest’estate ero in Francia, non conoscevo la lingua italiana, ma ho ancora il ricordo di sagome brutali. La giovinezza era li, nel sangue, e davanti alla TV con i miei genitori, credevo avere il vestito macchiato di sangue: dal sangue di questo giovane che avrei potuto amare e da cui avevo perduto il nome fino al post su NI.

  4. diamonds il 20 luglio 2011 alle 11:17

    forse sarebbe ingiusto dire che quel giorno è nata in italia la coscienza civile.Di sicuro quel giorno segnato dalle lacrime vissuto al ritmo di tango fu uno spartiacque.Per carlo e per tutti noi(con uno speciale ringraziamento a coloro che ancora sono convinti che la verità e la giustizia fossero tutta da una parte e hanno fatto di questa e altre granitiche certezze un bastione dietro cui trincerarsi quando il campionato è finito,la slot ha appena pagato,gli affari latitano e i night non hanno ancora aperto)

    http://music.dolphinsteak.com/Stevie%20Wonder/Hotter%20Than%20July/06%20-%20Master%20Blaster%20%28Jammin%27%29.mp3

  5. Ares il 20 luglio 2011 alle 11:35

    2 SMS da un amico che cercava di avvisarmi da Milano(arrivati 13 ore dopo l’orario d’invio):

    Ale attento hanno ammazzato un ragazzo,
    non seguire il corteo entra in un portone e rimani li,
    ti vengo a prendere non andare alla stazione.

    Telefona a Lucia è un’amica al 338438…, non riesce a chiamarti,
    inviale un messaggio e scrivi dove ti trovi.
    Ti viene a prendere lei.
    La polizia sta sparando, ha ucciso un ragazzo spagnolo.

  6. fabio teti il 20 luglio 2011 alle 11:51

    @diamonds
    per tanti, credo, sia invece corretto affermarlo; in quei giorni di Genova, e nei mesi a seguire (twin towers). avevo quindici anni: gli “spartiacque” per me son stati proprio quei tre mesi.

    grande pezzo, Gherardo. grazie.

    f.t.

  7. fm il 20 luglio 2011 alle 13:02

    mio figlio si era già seduto accanto a me, non stava più nella pelle all’idea che, dopo la camminata, saremmo andare a vedere i delfini, così da vicino che li si poteva quasi toccare. era messo in mezzo tra me e s., al quale continuava a ripetere di non preoccuparsi che tanto lo avrebbe spinto lui

    mentre g. sistemava nel vano posteriore la carrozzina di s., tutta fasciata coi colori dell’arcobaleno, non so cosa mi è preso, mi sono sentito improvvisamente attraversato da un fascio di calore insopportabile, che mi premeva e mi trafiggeva all’altezza della testa, proprio dietro la nuca

    è stato un attimo, ho afferrato il bambino e l’ho fatto scendere, riconsegnandolo, disperato e urlante, alla madre. sono risalito e siamo partiti. mi sentivo un verme, anche senza gli insulti di s. e degli altri, che intanto mi dicevano di tutto. quel pianto che non riuscivo a perdonarmi mi ha accompagnato per tutto il viaggio

    sono dieci anni che benedico quelle lacrime, e lo farò per il resto della mia vita…

  8. transit il 20 luglio 2011 alle 13:47

    è stato,
    il gesto contro l’occidente locale,
    risulta, secondo gli specialisti,
    troppo sproporzinato,
    azzardato e, anche puerile:
    bislacco, cioè alla Don Chisciotte
    e per converso, alla Pinocchio:
    un burattino di legno in carne e ossa
    ma anche
    scemo e, tenero e troppo illuso.
    Pinocchio. Pinocchio che non cresce mai.
    Illuso da giochi infantili.
    con quelle coscette e quelle braccine
    a misurarsi con la forza bruta
    del più forte cioè quello armato
    fino ai denti.
    e, così,
    mi hanno fermato.
    per sempre.
    sono morto.
    freddo come un marmo
    nell’aria. a terra, disteso,
    riverso,
    la piuma che per antonomasia
    culla e ascende le mebra scomposte
    nel segno del trapasso.
    e,
    sono qui a parlare,
    addirittura a scrivere o forse
    un medium lo fa per me.
    sono ancora lì,
    sul cuscino di sangue.
    la prima botta,
    il colpo che mi ha ucciso,
    mica mi ha fatto male.
    solo una fitta, come l’ago
    di una iniezione intramuscolo.
    poi, basta.
    disteso, sereno,
    nel mio giovane sangue
    mi sono addormentato
    nel sonno mortale:
    per sempre.
    com’è allora che penso e che scrivo
    o stia dettanto a qualcuno
    ciò che il mio corpo dice.
    forse credo nell’al di là e ora parlo
    attraverso l’anima e quindi credo in Dio?
    eh, si. è affascinante e rassicurante e forse dolce,
    per le povere anime, credere in dio e nel paradiso e quindi
    nell’inferno, del purgatorio si sa, perciò lasciamolo stare.
    forse sono ancora cristiano e dentro di me credo
    nel Signore Onnipotente.
    tutto questo perchè sto pensando e percchè devo darmi una spiegazione del fatto che sono ancora”vivo”, qui, tra voi.
    in fondo”vivo” ancora perché nella vita reale ci siete voi,
    voi per cui e in cui ho vissuto.
    a pensarci non mi hanno ucciso
    quando quel carabiniere ha sparato e mi ha ucciso.
    uccidere, quando accade, è un fatto senza ritorno.
    poi, dopo si placa l’essere ucciso.
    io ho sentito che ero morto dopo,
    quando la camionetta
    mi è passata sopra una, due, forse tre volte.
    l’unica cosa che non ricordo bene è quante volte le ruote
    della camionetta mi sono passate sulle ossa.
    in quel momento vedevo tutto chiaro.
    ho visto mia madre e mio padre:
    mi hanno abbracciato e baciato.
    le loro labbra sapevano di me quand’ero piccolo.
    e adesso ho capito perchè.
    ho visto l’utimo mio amore e anche gli altri,
    persino le litigate e il dirsi addio, quando finisce l’amore.
    se una cosa del genere come l’amore
    possa finire con la fine di una storia.
    ecco, il mio corpo.
    ancora e sempre lì.
    che viaggia e che non sta mai fermo.
    forse credo in Dio e quindi nell’anima e nel paradiso
    o forse nell’inferno, oppure, democraticamente dal purgatorio,
    da cui tra qualche mese trslocherò per il meritato eden?
    il corpo, dicevo.
    il corpo individuale e il corpo collettivo, comunitario di chi è sempre sfruttato e per di più offeso e umiliato.
    il mio corpo e il corpo degli operai; il corpo dei lavoratori tutti; il corpo dei disoccupati, il corpo dei giovani apprendisti, studenti, diplomati, laureati sempre più merce corpo mercificato.
    il mio corpo riverso in una pozza di sangue.
    il corpo di chi viene cacciato sempre più giù, ai margini.
    si, sono il mio e il vostro corpo.
    si parlano, anche se per paura e altri calcoli,
    facciamo orecchie da mercante.
    ma non possiamo impedire che continuino a parlarsi, muti.
    e il dolore soppresso di questo mio “parlare” invisibile.

  9. winston il 21 luglio 2011 alle 04:19


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