Terra! – Emanuele Crialese

13 ottobre 2011
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Teo Lorini1

(Le note della canzone dei Noir Désir, qui nella magnifica interpretazione di Sophie Hunger, commentano alcune scene di Terraferma)

La carena di una nave solca la superficie del mare, una rete scende e si allarga gradualmente fino a avvolgere nelle sue maglie il blu dello schermo e allo stesso tempo l’occhio dello spettatore. Non sembra azzardato leggere una dichiarazione di poetica nella immagine (letteralmente) irretita che apre Terraferma. Rispetto alle accensioni oniriche e visionarie che innervavano il sublime Nuovomondo infatti, Crialese appare qui più trattenuto e intento a un lavoro – altrettanto efficace – di distillazione.
Terraferma (Premio Speciale della giuria all’ultima mostra di Venezia) si apre infatti con un passo narrativo più lineare, concentrato – come già Respiro e Nuovomondo – sulla vita di una famiglia.

In un’isola italiana che non verrà mai nominata, tanto piccola da non risultare sui mappamondi ma grande abbastanza da apparire come il primo lembo d’Europa ai migranti in fuga dai posti più disparati dell’Africa, vive Ernesto, anziano patriarca che pratica ancora il mestiere di pescatore assieme a suo nipote Filippo, proprio come lo faceva con suo figlio il quale, scomparso in mare, ha lasciato dietro di sé Filippo e la madre Giulietta. È proprio la giovane vedova ad avere l’idea di riattare una casa sempre più malandata per affittarla nei mesi estivi ai turisti, lambendo così l’altro cespite di rendita dell’isola, un’opportunità nuova che Nino, l’altro figlio del vecchio Ernesto, ha abbracciato facendone un business che rende sempre più obsoleto il tradizionale lavoro dei pescatori dell’isola.

L’arrivo dei migranti, che la legge italiana degrada a “clandestini”, obbligando i motopescherecci a non raccoglierli neppure quando stanno per annegare, cambierà in profondità l’esistenza di tutti. Quando incrocia una carretta semiaffondata e carica di africani che si tuffano nella speranza di essere raccolti (e con il rischio di morire nel tentativo), Ernesto decide di disobbedire alla legge nuova e di seguire il codice marinaro, accogliendo sulla sua barca un manipolo di persone.
Il giorno seguente un solerte membro della guardia di Finanza inizierà a perseguitare Ernesto, sequestrandogli la barca con un pretesto e costringendo Filippo ad andare a servizio come bagnino e tuttofare nello stabilimento messo in piedi dallo zio. Ma i migranti non spariscono con i respingimenti o con le deportazioni, se ne accorgeranno sia Nino, che li vede arrivare a terra moribondi e salvati dai turisti – in una scena in cui la pietas del racconto si intreccia a quella dello sguardo – sia Giulietta e la sua famiglia, confrontati con la richiesta di aiuto dell’ultima fra questi ultimi.

Terraferma non si può però ascrivere alla categoria riduttiva dei film “di denuncia”, anche se non c’è dubbio che dalla semplice rappresentazione dell’obbrobrio dei respingimenti e dell’odierna legislazione sui migranti emerge una parte rilevante della cattiveria che pervade questi anni cupi e che per i professionisti del populismo e dei nuovi fascismi dovrebbe diventare la cifra distintiva del futuro di un Paese i cui abitanti hanno smesso appena ieri di migrare, clandestini a loro volta, miserabili, ignoranti e lerci della stessa povertà che ora spinge altri esseri umani a mettersi in cammino. Il nuovo film di Crialese brucia di un ardore in cui la compassione e il senso di fratellanza diventano universali per effetto di una poderosa intensità lirica. A Terraferma si assiste dal primo momento con lo sguardo rapito con cui si torna a vedere un classico. Abitano questo film, che è già classico, e questo regista magnifico la stessa felice ispirazione, la stessa capacità di toccare contemporaneamente il cuore e l’intelligenza che vivificava opere possenti per sintesi e immaginazione come l’Underground di Emir Kusturica.

Crialese conferma la sua capacità di trasformare ogni inquadratura in un quadro imprevisto e assieme evocativo. Proprio come accade alla fine di Nuovomondo, nelle ore passate dall’ultima, straordinaria immagine di Terraferma (anche ora, mentre scrivo queste righe) singoli fotogrammi o intere sequenze hanno continuato a tornarmi alla memoria e a distrarre la mia attenzione: la già citata sequenza d’apertura, l’“arrembaggio” notturno, la distesa di pesci morti che invade i gradini di un edificio, l’assemblea degli isolani, le riprese subacquee e quelle che si librano sulle alture vulcaniche… Eppure questo senso della visione non diventa mai calligrafia, come la capacità di racconto non scivola mai nel macchiettismo o nel buonismo d’accatto della peggior commedia di costume all’italiana. Pare emblematico, ad esempio, che il film non esibisca il santino del carabiniere “buono”. Il regista di origine siciliana viola un tabù trasversale al nostro tempo e ricorda l’idea – sgradevole e quanto più possibile rimossa – per cui quando le leggi infrangono il patto stesso di fratellanza fra esseri umani non può bastare la giustificazione di chi dice “Ho obbedito agli ordini”. Eppure Crialese riesce a ricordarci questa semplice, disturbante verità senza prediche o scene madri, ma con dettagli quasi impercettibili (il baluginio delle torce con cui le forze dell’ordine frugano le auto in cerca di clandestini che tentano di imbarcarsi sul traghetto; la falcata al ralenti con cui, annunciati dalla banda scarlatta sui calzoni, i carabinieri entrano in campo per allontanare i turisti che stanno soccorrendo dei naufraghi; i guanti di lattice con cui gli stessi carabinieri toccano la pelle nera dei migranti), adoperando tutte l’intera tavolozza delle possibilità della narrazione cinematografica.

È anche per questo che un film così poetico, così pietoso e appassionatamente sentimentale, va assolutamente visto al cinema: fino a quando sarà nei cinema e per contribuire a farcelo restare il più a lungo possibile.

Post Decriptum
di
Francesco Forlani

In cinque movimenti il mio entusiasmo per questo film è stato provocato da:
– l’interpretazione di Filippo Pucillo, già amato al suo esordio in Respiro, e qui assolutamente potente, oltre che credibile nel personaggio dell’Idiota che per me rimane uno dei topos più affascinanti del mondo delle narrazioni. Eccellenti anche le prove degli altri interpreti.
– l’idea di comunità che si evince dalla poetica di Crialese insieme alle sue variazioni sul tema della terra mater con pater quasi sempre assente, un po’ come la lingua italiana sta alla lingua siciliana

Sul trattamento dell’immagine da parte di Crialese, a quanti gli rimproverano di servirsi di immagini laccate-ricercate vorrei replicare così:

– se per immagine leccata-ricercata intendiamo una dimensione estetizzante, non lo è mai anche quando senti la citazione, la glossa, come nelle inquadrature collodiane delle divise dei carabinieri in spiaggia, o nelle variazioni minime alla Satie che commentano i passaggi più densi. Per quanto riguarda il discorso della e sulla comunità, ovvero la sequenza relativa alla “legge del mare” contrapposta a quella dei tribunali con, a corollario, il diktat liberista della trasformazione- conversione dei pescatori in animatori club med, l’ho trovata più efficace, politicamente, di tanti bei discorsi sull’immigrazione e meno ideologica di tante altre narrazioni sulla questione.

– Mi piace poi l’uso refrain delle sue tracce poetiche. Le immagini del corpo sociale Leviatano, sospese a mezz’aria, mezz’acqua, facendo del tuffo una sorta di tecnica di carotaggio dei fondali, di dragaggio dell’insondabile abisso, che erano la scena finale di Respiro e qui riproposta, le trovo narrativamente necessarie e dunque mai gratuite.

– ultima nota. Crialese porta sempre la natura in primo piano, lasciando sullo sfondo l’infinitamente piccolo, per quanto denso e poetico, delle vicende umane come nell’inquadratura del mare aperto, un mare orizzonte, su cui il pescherecchio tenta di riterritorializzare ogni forma di vita altra.

  1. articolo pubblicato su il primo amore []

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3 Responses to Terra! – Emanuele Crialese

  1. lorenzo mari il 13 ottobre 2011 alle 09:32

    grazie per queste due letture, che mi hanno distolto dall’impressione pervasiva (e in un certo senso perversa, in quanto si assesta anche sulle secche dell’ideologia dominante, che si professa “anti-buonista”) di essere di fronte a un regista che, diversamente da Respiro e soprattutto da Nuovomondo, assolve continuamente se stesso e la propria comunità intellettuale, offrendo una storia stilizzata sulla traccia di “una storia che potrebbe essere successa realmente a Lampedusa”.
    qualche dubbio mi rimane sull’opposizione donna bianca/donna nera, sul patetismo dei corpi morti sulla spiaggia, sui mancati affondi dopo la bella, grafica scena dell’assalto alla barca rubata e guidata da due adolescenti, che si risolve in un senso di colpa non troppo articolato. se non forse nell’articolazione della scena finale che, è vero, riterritorializza lo sguardo.
    grazie, ripeto: letture entrambe, le vostre, stimolanti e, se si può dire, “incoraggianti”.

  2. Domenico il 13 ottobre 2011 alle 22:50

    Abbiamo visto Terraferma regia di Emanuele Crialese.

    Nel 1948 in Italia uscì il film di Visconti La Terra trema ispirato a I Malavoglia, di Giovanni Verga, che tutti conosciamo, tra povertà vera, rivolte individuali riadattate alla società postfascista e di classe, grossisti disonesti e la dissoluzione di una famiglia. Oggi Crialese realizza Terraferma e, scherzando un po’, potremmo dire che sta nei due titoli la differenza sostanziale.

    Entrambi i film sono ambientati in Sicilia, entrambi parlano del mondo dei pescatori – lì Bastianazzo muore naufragando e qui il figlio maggiore è morto da tre anni, immaginiamo in mare – il vecchio dovrebbe andare in ospedale ma non vuole, ne I Malavoglia Padron Toni ci va veramente. Per il resto sono naturalmente due trame differenti per spessore e valore. Vedendo il film di Crialese, scritto in modo corretto, diretto con sicurezza, con un cast d’attori bravi ma forse non ben amalgamati e con una fotografia efficace di Fabio Cianchetti ci saremmo dovuti entusiasmare come ha fatto parte della critica italiana eppure ci ronzava in testa un qualcosa che non andava fino in fondo e alla fine degli 88 minuti di film abbiamo realizzato cosa fosse – oltre a una regia troppo “poetica” e gentile, una scrittura troppo “buonista” e con vari buchi drammaturgici, una fotografia un po’ troppo splendente e senza sbavature -. Per prima cosa ci è venuto in mente il sindaco di Lampedusa De Rubeis con una mazza sulla scrivania pronta ad usarla, gli abitanti (giustamente stanchi) alla caccia dell’extracomunitario, gli immigrati al loro volta stanchi di soprusi pronti a scontrarsi con una polizia che fa solo la polizia, con trecento tunisini che hanno marciato per le stradine gridando “Libertà, libertà”. E allora vedendo questo film così blando e poetico abbiamo pensato che sarebbe stato un film anche di denuncia se fosse stato realizzato una ventina di anni fa e oltre (vi invitiamo a confrontarlo con Welcome). Poi abbiamo pensato allo sviluppo della storia e alla sua consistenza emotiva e politica e ci è sembrato un film “veltroniano” dopo Veltroni. Una vita di poveri che non sentono veramente la povertà, lo ‘scontro’ tra vecchi e giovani – quelli legati alle sane tradizioni del passato contro i cinici che cercano solo di fare soldi – qualcosa che ricorda più un episodio di Don Matteo che una rivisitazione del neorealismo di Visconti e Rossellini, i rapporti interpersonali tra una giovane vedova giustamente insoddisfatta e un figlio bimbone di vent’anni non hanno nulla di veramente conflittuale o sofferto ma un che da commedia e anche il “cattivo” Nino (un Beppe Fiorello credibile ma non convincente) è una pasta di giovane uomo sia come figlio di un nonno tradizionalista che come zio di un nipote un po’ tontolone. Insomma un buon film in prima battuta, un film forse che non dice nulla di più anzi, riflettendoci su.

    Terraferma inizia con un’inquadratura da National Geographic, la carena di una nave solca la superficie dell’acqua, una rete scende e si allarga nel blu del mare di Sicilia e riempie lo schermo. La storia parte un po’ lenta e al centro c’è una famiglia di pescatori di un’isoletta che non sta nemmeno sul mappamondo (forse perché troppo piccola, forse perché la Brambilla quando ha fatto la carta dell’Italia per il turismo l’ha dimenticata) formata da Ernesto, un vecchio saggio dal barbone bianco che continua a lavorare con la sua barchetta, il giovane Filippo, suo nipote, buono e un po’ troppo semplice di carattere anche per quei luoghi e la nuora vedova, Giulietta, madre del giovanotto, che vorrebbe cambiare vita ma non ne ha la forza. A questa micro famiglia si aggiungono il figlio Nino, un uomo buono e pratico ma un po’ cinico pur di guadagnare e sua moglie di cui non sappiamo nulla. Siamo nella stagione turistica, arrivano i primi vacanzieri e un po’ di soldi per tutti ma iniziano a giungere anche i primi migranti disperati dall’Africa. Mentre Ernesto continua a lavorare sul barchino, Giulietta rimette a posto la casa malandata per affittarla ai turisti e il cognato Nino, fa affari affittando sedie a sdraio, preparando cocktail e organizzando gite in barca di massa (la foto del film – che troviamo forviante ). Tutto prosegue placidamente fino all’arrivo sempre più numeroso di migranti e al sequestro della barca di Ernesto che ha salvato cinque di loro da morte certa: la legge italiana li definisce “clandestini” e illegali e vieta ai motopescherecci di raccoglierli. E a questo si aggiunga che Ernesto ha portato a casa l’etiope Sara, una migrante pronta per partorire e la nasconde alla polizia. Niente più pesca e Filippo è costretto a lavorare con lo zio Nino come bagnino e tuttofare nello stabilimento ma sembra controvoglia. I migranti aumentano anche con i respingimenti e le deportazioni, fino ad arrivare moribondi sulla spiaggia di Nino e davanti ai turisti che si stanno bagnando. Nonno e nipote caratterialmente vanno contro Giulietta e Nino e decidono di aiutare Sara e il suo piccolo figlio, fino in fondo… con un finale ‘aperto’ e bonariamente di rivolta.

    Con una cinematografia flebile come quella italiana di questi anni (nel bene e nel male i migliori film italiani come Baaria, Noi credevamo o Habemus Papam, sono dei prodotti non del tutto riusciti e forse anche modesti) dispiace non dare un giudizio positivo ad un film come Terraferma. Il nostro timore è che gli ultimi trent’anni abbiano creato un genocidio culturale così profondo da rendere flebili anche le migliori intenzioni. E forse si salvano solo dei piccoli film senza pretese di capolavoro. E questo ricade anche sugli attori, su una brava Finocchiaro ma un po’ evanescente nel suo dramma personale (pensiamo al confronto con una Magnani), o Beppe Fiorello attore ‘preciso’ e gentile ma monocorde e da versione televisiva. Si salva per una sua ‘identificazione’ Filippo Pucillo (Filippo) che ha recitato in tutti e tre i film di Crialese.

  3. effeffe il 14 ottobre 2011 alle 18:12

    condivido molte delle consiederazioni espresse nei commenti qui sopra, e particolarmente quando Domenico ci ricorda come sia flebile una cinematografia come quella italiana di questi anni (nel bene e nel male i migliori film italiani come Baaria, Noi credevamo o Habemus Papam, sono dei prodotti non del tutto riusciti e forse anche modesti
    effeffe



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