Il problema del tre per cento – Cosa significa essere un traduttore letterario negli Stati Uniti

20 ottobre 2012
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(Silvia Pareschi è una traduttrice, ha tradotto autori come Don DeLillo, Junot Diaz, Nathan Englander, Alice Munro, Cormac McCarthy, Denis Johnson, Jonathan Franzen, vive per metà dell’anno a San Francisco, cura questo blog. E così, in seguito alla pubblicazione del post La traduzione dei libri è un’azione politica, mi è venuto naturale chiederle un commento a riguardo. Prima di rimandarvi alla lettura dell’articolo, vorrei esprimerle qui la mia gratitudine per tutto il lavoro di ricerca svolto.)

La fotografia è di Lucie & Simon

di Silvia Pareschi

Si chiama Three Percent, il blog curato da Chad W. Post e dedicato alla letteratura tradotta negli Usa. Chad W. Post è anche il direttore di Open Letter, la casa editrice della University of Rochester che pubblica esclusivamente opere in traduzione, oltre che l’autore di un libro uscito l’anno scorso negli Stati Uniti con il titolo The Three Percent Problem.

Il “problema del tre per cento” che affligge i traduttori statunitensi consiste nel fatto che solo il tre per cento dei libri pubblicati negli Usa (come anche nel Regno Unito) è tradotto da altre lingue. Se poi restringiamo il campo alle opere di narrativa e poesia, la percentuale scende intorno allo 0,7%.

Confrontando queste percentuali con quelle dei libri tradotti in Italia, la differenza salta agli occhi. Anche se secondo gli ultimi dati dell’AIE le traduzioni sono in calo – nel 1997 il 24,9% dei titoli pubblicati erano traduzioni da una lingua straniera, nel 2009 erano il 20,1%, e oggi sono scesi al 19,7%: questo perché pubblicare libri di autori italiani in genere costa meno – resta comunque il fatto che in Italia circa il 20% dei libri pubblicati sono tradotti da altre lingue.

Ma cosa significa essere un traduttore letterario negli Stati Uniti, e perché in quel paese c’è un così scarso interesse per i libri di autori stranieri? Ho provato a chiederlo ad alcuni traduttori e membri di associazioni di categoria.

Secondo Brent Sverdloff, direttore del Center for the Art of Translation di San Francisco, le cose stanno lentamente migliorando. Innanzitutto il famoso 3% ha ormai quasi raggiunto quota 5%, mentre le nuove generazioni di immigrati, almeno in una città come San Francisco dove il 45% delle famiglie parla una lingua diversa dall’inglese, cominciano a capire che la conoscenza di una seconda lingua è un vantaggio da sfruttare, non un handicap di cui vergognarsi.

Un altro parere positivo è quello di Minna Proctor, scrittrice, traduttrice dall’italiano (premiata per la sua traduzione dei racconti di Federigo Tozzi) e editor in chief di “The Literary Review”. Proctor ritiene che la traduzione letteraria abbia raggiunto un livello assai elevato negli Stati Uniti, grazie all’abbondante offerta di formazione specializzata e all’influenza della piccola editoria indipendente che si concentra sulla pubblicazione di opere tradotte. Un’apertura importante, insomma, per un mercato tradizionalmente chiuso come quello americano, e la sensazione che i confini geografici e artistici del paese stiano finalmente cominciando a espandersi.

Secondo Susan Bernofsky (traduttrice dal tedesco di autori come Walser e Hesse, curatrice del blog Translationista, in cui riporta notizie sul mondo della traduzione negli Usa), invece, il mercato non ha mai favorito i traduttori, e le cose non stanno affatto cambiando. L’industria editoriale parte dal presupposto che i libri tradotti vendano meno di quelli scritti originariamente in inglese. Di conseguenza si investe meno nel marketing dei libri tradotti, generando una spirale negativa che solo di tanto in tanto viene interrotta dalla comparsa di bestseller stranieri, come ad esempio la trilogia di Stieg Larsson e L’eleganza del riccio. Anche Bernofsky, come tutti gli altri traduttori intervistati, cita le piccole case editrici specializzate in letteratura straniera, nate negli ultimi decenni anche grazie a Internet, che ha ridimensionato notevolmente il ruolo della pubblicità su carta stampata. La sopravvivenza di queste case editrici (tra cui Archipelago Books, Ugly Duckling Presse, Melville House), che pubblicano libri con tirature di poche migliaia di copie, è resa possibile anche dai finanziamenti delle istituzioni culturali dei paesi d’origine (soprattutto quelli dell’Europa occidentale).

Anne Milano Appel, che traduce dall’italiano (autori come Primo Levi, Claudio Magris, Giovanni Arpino, Goliarda Sapienza) ricorda che non solo i lavori di traduzione dall’italiano all’inglese sono sempre scarsi, ma anche che le sue tariffe non sono aumentate da quando ha cominciato a fare questo mestiere, molti anni fa; anzi, a volte gli editori vorrebbero pagare anche meno (in questo non ci sono molte differenze tra la situazione dei traduttori americani e di quelli italiani). Molti editori, continua Appel, sono riluttanti a mettere il nome del traduttore in copertina: questo non tanto per ignoranza o negligenza (come capita in Italia quando il nome del traduttore non viene citato nelle recensioni), ma piuttosto perché gli editori tentano di nascondere il fatto che si tratta di un libro tradotto, convinti che il lettore medio non sia in grado di apprezzare le traduzioni e quindi sia restio ad acquistarle.

Questo parere viene confermato da Alison Anderson (che traduce dal francese autori come il premio Nobel J. M. G. Le Clézio, Amélie Nothomb e la già citata Muriel Barbery di L’eleganza del riccio), la quale, pur sostenendo che negli ultimi vent’anni la situazione sia migliorata, forse grazie al proliferare di piccole case editrici, siti internet e blog e dedicati alla letteratura tradotta, ritiene che ci sia ancora molta strada da percorrere per ottenere un degno riconoscimento degli autori stranieri sul mercato anglo-americano. Il problema nasce soprattutto dall’atteggiamento dei media e delle grandi case editrici, che considerano “difficili” le opere tradotte: il New York Times, per esempio, è noto per pubblicare pochissime recensioni di libri tradotti, e lo stesso si può dire per i programmi culturali della National Public Radio. Uno dei motivi della scarsa attenzione del pubblico americano per le opere tradotte risiederebbe, sempre secondo Anderson, nella percezione della traduzione come un’attività fondamentalmente accademica, svolta nel tempo libero da professori universitari e non da professionisti che traducono per mestiere. Questa immagine elitaria, spesso confermata dalle scelte di traduzione di case editrici come Dalkey Archive Press e Open Letter, che preferiscono opere sperimentali a romanzi di più larga diffusione, non ha certo contribuito ad avvicinare il grande pubblico dei lettori americani alla letteratura straniera. Anche Anderson cita il sostegno delle istituzioni come elemento fondamentale per la diffusione dei libri tradotti, e fa l’esempio della Francia, spiegando che quasi ogni libro tradotto dal francese può usufruire di un finanziamento da parte del Centre national du livre, o di un programma come French Voices, che finanzia testi non ancora acquistati da un editore americano. Questo sostegno, secondo Anderson, avrebbe incoraggiato almeno i piccoli editori ad assumersi il rischio di pubblicare testi tradotti (anche se questo forse potrebbe significare che il già piccolo mercato statunitense dei libri tradotti risulti addirittura “gonfiato” rispetto alle reali dimensioni che avrebbe senza le sovvenzioni).

A proposito di sostegno istituzionale, lo scorso luglio il National Endowment for the Arts ha annunciato i vincitori della Translation Fellowship per il 2013. I sedici traduttori premiati hanno ricevuto una sovvenzione di $12.500 ciascuno per un progetto di traduzione (Lynne Lawner, traduttrice dall’italiano, per la traduzione delle poesie di Giorgio Orelli). L’ammontare complessivo della Fellowship, che si aggira intorno ai $200.000, è significativamente calato rispetto ai circa $300.000 del 2010, ma rimane una cifra del tutto rispettabile. L’altro grant a cui i traduttori possono accedere è il PEN Translation Fund: creato da un donatore anonimo (di cui è appena stata rivelata l’identità: si trattava di Michael Henry Heim, morto lo scorso settembre, traduttore e professore di lingue slave alla UCLA) nel 2003 per sostenere un traduttore esordiente, questo grant consiste di una cifra di circa $3.000 assegnata ogni anno a ciascuno dei circa dieci vincitori.

Così, se da un lato i traduttori statunitensi devono fare i conti con un mercato molto ridotto a causa di un presunto scarso interesse dei lettori, dall’altro godono di un discreto sostegno istituzionale, potendo usufruire di finanziamenti provenienti non solo dai paesi d’origine della letteratura tradotta ma anche da istituzioni pubbliche e private statunitensi interessate a promuovere la traduzione di libri stranieri in inglese. Anche in Italia esistono programmi di sostegno questo tipo, come i premi e contributi per la traduzione offerti dal Ministero per gli Affari Esteri, e il concorso bandito dal Centro per il libro e la lettura per finanziare la traduzione in inglese di opere di narrativa, saggistica e letteratura per ragazzi (questi contributi, però, che l’anno scorso hanno raggiunto un ammontare complessivo di 25.000 euro – “ferme restando le attuali disponibilità di bilancio” – vengono erogati agli editori e non ai traduttori). Quando però ho chiesto a Anne Appel se avesse mai ricevuto una sovvenzione per la traduzione dal governo italiano, mi ha riferito quello che le ha detto di recente un’editrice americana: “Noi siamo sempre in cerca di libri da pubblicare, eppure sentiamo parlare piuttosto raramente di quelli italiani, perché gli organismi che sostengono e promuovono la letteratura tedesca e francese, per esempio, non esistono per quella italiana. Molti editori non ci mandano neppure i loro cataloghi.” Non a caso, fa notare Appel, Best European Fiction, la serie pubblicata da Dalkey Archive Press e curata da Aleksandar Hemon, ha smesso di inserire autori italiani perché l’Italia si rifiuta di contribuire al progetto.

Tirando le somme si può dire che, per quanto vivere di sola traduzione letteraria in Italia sia quasi impossibile, negli Stati Uniti lo è ancora di più, perché i finanziamenti, per quanto generosi, non possono supplire alla mancanza di un mercato. La speranza, per i traduttori americani, è che il loro 3% venga sempre più incrementato grazie a quelle case editrici che hanno scelto di costruire un catalogo con il 100% di libri tradotti. La speranza per i traduttori italiani, invece, è che la nostra quota del 20% non continui a diminuire.

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12 Responses to Il problema del tre per cento – Cosa significa essere un traduttore letterario negli Stati Uniti

  1. Silvia Pareschi il 20 ottobre 2012 alle 11:06

    È stato un piacere. Vorrei solo fare una piccola precisazione: io ho tradotto solo due racconti di Alice Munro, che per il resto è sempre tradotta da Susanna Basso. Alla lista degli autori da me tradotti aggiungerei però Jonathan Franzen.

  2. denise il 20 ottobre 2012 alle 11:27

    Bravissima, Silvia! Articolo molto molto interessante.

  3. giuseppe zucco il 20 ottobre 2012 alle 11:42

    scusa silvia, impaginando in tutta fretta mi era proprio sfuggito. ho appena rimediato, però.

  4. […] Il “problema del tre per cento” che affligge i traduttori statunitensi consiste nel fatto che solo il tre per cento dei libri pubblicati negli Usa (come anche nel Regno Unito) è tradotto da altre lingue. Se poi restringiamo il campo alle opere di narrativa e poesia, la percentuale scende intorno allo 0,7%.  […]

  5. srmzgts il 20 ottobre 2012 alle 14:07

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  6. laura il 20 ottobre 2012 alle 15:56

    Bellissimo articolo, complimenti, ne parlerò giovedì 25 Ottobre alle 12 su Finzioni (finzionimegazine.it).
    Laura Caponetti

  7. Marco il 20 ottobre 2012 alle 16:02

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  8. Fernando Bassoli il 22 ottobre 2012 alle 19:45

    Articolo very interessante e chiaro.
    A parer mio va considerato che gli americani, che si sentono da sempre padroni (= invasori) del mondo che hanno conquistato-fondato-rubato a popolazioni pacifiche, come la storia ci insegna, partono al presupposto che siano gli altri popoli-lettori a dover imparare qualcosa da loro e dunque a doversi preoccupare di tradurre i loro testi. Siccome nel tempo hanno avuto pure la fortuna di inconrare sulla loro strada intellettuali del livello di una Fernanda Pivano che ha fatto conoscere nel migliore dei modi la Letteratura americana in Italia… la frittata è fatta.

    Ci rendiamo conto che la letteratura americana sta a quella italiana come un tramezzino a un piatto di pastasciutta?

  9. […] Il traduttore letterario negli Stati Uniti (Il problema del tre per cento pubblicato da Giuseppe Zucco su Nazione Indiana) […]

  10. Three Percent il 25 ottobre 2012 alle 12:00

    […] stessa domanda se l'è posta Silvia Pareschi, chiamata in causa da Giuseppe Zucco per Nazione Indiana; traduttrice per Einaudi e Mondadori, Silvia Pareschi vive tra l'Italia e San Francisco, vista […]

  11. […] Pareschi, traduttrice di professione (De Lillo, Franzen, Munro McCarthy tra gli altri), ha spiegato su “Nazione Indiana” come funziona la traduzione dei libri stranieri negli Stati Uniti. […]

  12. USA e il problema del tre per cento | bloc-notes il 3 novembre 2012 alle 12:06

    […] per cento Segnaliamo l’interessante intervento della traduttrice Silvia Pareschi, apparso su Nazione Indiana. Perché negli Stati Uniti solo il tre per cento dei libri pubblicati è tradotto da altre lingue? […]



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