Seghe e saghe

3 novembre 2012
Pubblicato da

Una nota quasi stonata
di
Francesco Forlani

Da diverso tempo ci si interroga sul ruolo della critica letteraria in Italia. Sia sul versante nobile delle sue capacità esegetiche dei testi che su quello più biecamente commerciale. Se da una parte, in molti, pensiamo che la buona critica sia sempre dalla parte della buona letteratura dall’altra ci si rende conto che sempre meno, così è in Italia, la stessa entra in risonanza con i lettori almeno fino al punto di spingerli a comprare e, si spera, leggere il romanzo che si è giudicato meritevole. Il discorso di certo non vale per i lettori forti, a loro modo anche critici e sicuramente in grado di orientare il passo di altri lettori in quella giungla complessa che è il paesaggio letterario. E allora la domanda da porsi a questo punto è: di chi si fida il lettore? Sempre che ancora si fidi delle terze pagine dei quotidiani che, va detto, poco possono rispetto ai potenti mezzi della televisione, quelli sì in grado di tradurre un passaggio di pochi minuti in una trasmissione di successo in migliaia di copie vendiute. Così mi sono fatto un’idea. In questa guerra delle letterature e dei letterati, e si smetta di parlare di guerra fra poveri visto che le guerre da che mondo è mondo vengono sempre combattute dai poveri, la critica letteraria somiglia un poco ai servizi segreti. In pratica si comportano con raffinate tecniche di spionaggio e controspionaggio, fanno credere una cosa e immediatamente dopo, l’esatto contrario. Può capitare per esempio che un critico come Andrea Cortellessa in grado di analisi testuali assolutamente mirabolanti e condivisibili quando poi indica le strade maestre mi trovi raramente d’accordo, o che Antonio D’Orrico, un critico in grado di decretare il “successo” di un autore proponga ai lettori dei titoli che lasciano davvero basiti. Eppure, come dicevo, alla stregua di un ottimo agente del controspionaggio può capitare che l’uno, Cortellessa, ti porga nella bella libreria di Mesagne, lettera 22, un piccolo capolavoro Europeana, o il D’Orrico ti convinca a leggere Gaetano Cappelli definito dallo stesso, “il nuovo maestro (in prosa) della vecchia commedia all’italiana.”. A D’Orrico io ho dato retta stavolta, proprio perché non mi fido e così vi dico, cari lettori, non fidatevi nemmeno voi e correte a leggere un romanzo che vi farà viaggiare in lungo e in largo attraverso ogni vostra più recondita passione.
Ho chiesto a Marco Di Marco, editor alla Marsilio di mandarmi l’estratto che segue, in modo da offrirlo ai lettori di NI. E qui lo ringrazio. effeffe

da Romanzo irresistibile della mia vita vera raccontata fin quasi negli ultimi
e più straordinari sviluppi (Casa Editrice Marsilio)
di
Gaetano Cappelli

Eggià, a pensarci bene… così al mio corso di scrittura – eccone un’altra di faccende che proprio non sopporto e in cui, dopo la mia caduta in disgrazia, mi trovo invece invischiato e per quattro lire – quando qualcuno di quei disgraziati che vengono a vedermi sbadigliare, mentre inciampo tra un concetto e l’altro – ma cosa mai potrò insegnargli?, penso sospetti la gran parte dei presenti – uno di loro, facendosi coraggio, mi ha chiesto: «Maestro» – i più rispettosi e timidi mi concedono questo titolo – «ma come si capisce se si ha davvero il talento dello scrittore?», io improvvisamente ho preso vita, mi sono risollevato con un ampio respiro dalla scrivania, e ridacchiando gli ho chiesto: «Senti ma tu da ragazzino, sempre che ora abbia smesso, come te le tiravi le seghe?» La classe anche si è rianimata: eccola finalmente di nuovo la zampata del leone; eccolo lo scrittore talmente fuori dal coro da perdere il Nobel pur ampiamente meritandoselo. Il tizio è arrossito – l’ho detto: è un timido. Ha chiesto anche più che da timido, da vero minchione: «In che senso Maestro? Che vuole sapere ehm… se con le mani… o cosa?»

Adesso il resto degli aspiranti scrittori stava proprio sbellicandosi dalle risate. Perfino il tipo che ogni tanto si fa vivo rimanendosene all’ultimo posto, impettito nei suoi completi, penso di Caraceni, a giudicare, più che dallo sfarzo dei tessuti, dall’importanza della spalla.
«No no, voglio dire» ho ripreso io, «durante l’atto avevi in mente un’immagine fissa, chessò una foto, un corpo nudo, due gambe accavallate o elaboravi una sceneggiatura?»
«Ah, capisco…»
Non è il solo. L’intera classe ha capito. Ma io la spiego lo stesso, la faccenda – bisogna pure che questa stramaledetta ora, in qualche modo, passi.
«Allora» continuo, «sega a immagine fissa: diciamo che è assai difficile che poi uno diventi scrittore, anche se non proprio impossibile» tocca non scoraggiarli del tutto prima che il corso finisca.
«Con sceneggiatura: in questo caso il talento, nella maggior parte, è addirittura misurabile in rapporto alla complessità del copione» e il mio talento con quel metro, questo lo penso ma non lo dico, be’, era grande; anzi grandissimo. Infatti nonostante zia Irma a quel punto – il punto del pellegrinaggio a Pompei – si fosse ormai sposata e fosse andata a vivere col marito in un’altra casa, continuava a restare nella mia testa l’imperturbabile ispiratrice delle più fantasiose ardenti pippe – ora era ai miei piedi che, insoddisfatta dal marito, mi pregava: «Giulìè dammelo, ti prego, dammelo!»; ora ero io a implorare lei che, assente il coniuge causa viaggio di lavoro, mi si concedesse per un ultimo infuocato amplesso a conclusione del quale, proprio come nel famoso film con Lisa Gastoni – di cui vivendo nel posto fuori dal mondo in cui vivevo avevo potuto solo vedere la meravigliosa locandina su un giornale – le sussurravo: «Grazie zia!» Solo che nel film Lisa Gastoni era la zia acquisita del protagonista. Zia Irma invece era mia zia carnale e cedere ai miei cattivi pensieri implicava ben due peccati mortali; e uno assai più mortale dell’altro dal momento che a masturbarsi pensando a lei – dico: la-sorella-di-mia-madre – si poteva ben parlare d’incesto: e c’è forse qualcosa di più peccaminoso, di più perverso?
Sebbene avessi preso a mettere in discussione l’esistenza stessa del Padreterno, non m’ero ancora liberato dal timore della sua vendetta – ammesso che ci si riesca mai del tutto – per cui mi dicevo: “Se fai peccato moriranno i tuoi genitori, moriranno le tue sorelle” – oddio, quelle erano così tante che magari una piccola sfoltitina – “né, peccando, sarai promosso, né soprattutto diventerai un pianista famoso come Arturo Benedetti Michelangeli e quindi…”
Quindi, ogni volta, dopo esser caduto in peccato iniziavo a sentirmi talmente oppresso da quel peso che sarei corso dritto dritto in chiesa a mondarmi dalla mie colpe, ma il problema era che don Liborio non è che si contentava della confessione semplice dei miei atti impuri. No, il maledetto, voleva anche i particolari, e a chi pensi e come ci pensi – era più porco di me insomma e io, io potevo mai raccontargli di zia Irma, proprio a lui che, essendo parente di mia madre, lo era anche di zia?

Sì, quella mattina a Pompei me l’ero invece finalmente tolto quel grosso, immane peso e potevo ora godermi la mia sospirata vacanza. Una vacanza al mare, poi: ecchì ci andava al mare allora, in quegli anni, in un paesino dell’Appennino meridionale? Così, uscendo dalla chiesa nell’aria tersa di quella meravigliosa giornata di sole, ebbi come il presentimento che un avvenire altrettanto meraviglioso mi attendesse: finalmente libero dalla torbida passione incestuosa avrei trovato l’amore, quello puro di una ragazza bellissima, abitante magari in Roma zona centro, visto che ci andavamo vicino, la quale guardandomi intensamente negli occhi mi avrebbe rapito il cuore – in effetti, qualcosa di simile sarebbe presto successo; una volta al mare almeno, perché usciti dal santuario venni sì rapito, ma di nuovo dalla Santa Madre di Dio. Fu deciso infatti – sempre e come questa volta potemmo davvero ascoltare, all’unisono dalle tre infaticabili sorelle – di far visita all’annesso museo degli ex voto a lei dedicati.
Una visita che, voglio dirlo, si rivelò faticosa ma anche strabiliante mentre davanti ai nostri occhi si dispiegava, insieme alla miriade di manine e braccini e gambette e pieducci e piccoli cuori e occhi di argento istoriato, tutt’intera la varietà delle sventure umane. Dalle avversità pastorali più modeste con dediche tipo:

Zucca Pasquale ringrazia assaie per la guariggione della vacca prediletta

a quelle più spaventevoli con carri di buoi imbizzarriti che si capovolgevano sul conducente o su piccole folle agresti o del ladro di angurie che, raggiunto agli zebedei da una fucilata, fissa atterrito il fiotto di sangue che ne scaturisce, dello stesso rosso scarlatto del frutto rubato frantumatosi a terra. Fiotti di sangue che, del resto, zampillavano con la veemenza del getto di una fontana da ogni altra parte del corpo e da ogni genere di ferite; da quelle inferte in terribili combattimenti all’arma bianca o da zuffe con inferocite tribù di negri cannibali o dagli artigli di leoni e infide tigri del Bengala – chi avrebbe mai immaginato che, nei paesi circostanti, ci fosse stata una tale schiera di indomiti esploratori con tanto di casco e sahariana! – tutto meticolosamente riprodotto in quel profluvio di miniature: immagini assai spesso appena degne della mano di un bambino, magari della stessa età di quello che, precipitando da un balcone sotto gli occhi disperati della mamma, veniva raccolto poi, incolume, nel velo celeste della Madonna; o si salvava dal pauroso incidente d’auto in cui dieci altri suoi amichetti perivano tritati tra le lamiere o ghermiti dalle fiamme. E fiamme ecco, un’infinità di fiamme che sembravano propagarsi da un ex voto all’altro attraverso le fabbriche e i caseggiati delle città di ogni continente, o dalle foreste e i campi di grano di ogni emisfero, o dai transatlantici ai magnifici velieri dispersi in ogni oceano, alcuni di loro tranciati in due dalle onde gigantesche di terribili tempeste – come “nell’immane tragedia del Conte Rosso” – sulla cui cresta le scialuppe già disseminavano manciate di naufraghi nell’acqua scura di nafta, pronti a essere abbrancati dai tentacoli di un’immensa piovra, o dalle livide acuminate dentature di mostruosi squali, mentre in alto, lì in un angolo, sospesa tra lingue vermiglie di fuoco, dense cortine di fumo e nubi procellose, appariva, come in una campana di purissimo cristallo di Rocca, la Santa Vergine Maria arrivata proprio in quel momento a salvare uno e uno solo tra quella torma brulicante di disperati; lo stesso che col suo ex voto – non di rado, in questi casi, un dipinto della potenza e della bellezza di un’antica leggenda marinara – avrebbe poi testimoniato, ce ne fosse stato bisogno, dell’inevitabile disparità nella sorte degli umani – altro che cazzi e studi e ricerche sull’inesistenza del destino!

Man mano che si andava avanti in quella galleria, perfino le mie garrule zie, che all’inizio salutavano ogni salvamento con urletti di mistico stupore, si zittirono e tutti noi, sopraffatti da quell’infinito catalogo di prodigi, ce ne restammo silenziosi, come fossimo immersi nella visione di una pellicola il cui regista, tagliando ogni inutile prologo, si fosse divertito a mettere insieme solo le scene madri di tutti i più terribili film del mondo. Finché non ci trovammo davanti invece quest’ultimo e grande quadro: un cielo con un’immensa nuvola a forma di balena che allagava di pioggia la campagna sottostante, cosparsa di case di cui si vedevano solo uno spicchio o un angolo di tetto, come fossero navigli d’una flotta colata a picco, tranne per la fattoria protetta dalla veste della Signora Celeste, nel cui cono d’ombra splendeva invece il sole e il cielo era azzurro, sereno, scintillante. La dedica diceva:

Case e podere di Ruminiello Amilcare miracolosamente sottratti alla catastrofica alluvione della Balena Volante in Vallo di Diano anno 1653.

«Capito la Madonna! Gli ha protetto il podere dalla Balena Volante», «E perché quello… quello che addirittura è caduto da un grattacielo senza farsi nu graffio!», «E quella signora di Milano che non poteva ave’ figli e grazie alla Madonna ne ha poi avuti dieci»: ripresero così a cianciare sull’uscita le tre sorelle. «Pregatela sempre alla Santa Vergine, anzi facciamoci n’altro bel rosario prima d’andà e chiediamoci una grazia in ginocchio che Ella non ci abbandona.»
Quando finalmente riuscimmo ad abbandonarla noi, la Madonna – non senza che perfino io, giacché c’ero, gliela chiedessi, una grazia, una cosa assai semplice intendiamoci, cioè la prima scopata, visto che a sentir le canzoni alla radio e i racconti dei più grandi, tutti, ma proprio tutti, al mare se la facevano – quando finalmente venimmo fuori da quel benedetto tempio, dicevo, mio zio Ilario, in qualità di maestro elementare assurto al ruolo di intellettuale di famiglia, pretese a sua volta la sosta doverosa agli scavi cosicché noi ragazzi apprendessimo della gloria passata “dei nostri antichi e nobili antenati”.
“Macché brutta stirpe avevano però generato” pensai guardando i turisti italici che, appena vomitati dai torpedoni, sciatti, grassi e sudati razzolavano tra quelle antiche vestigia – era la prima volta che vedevo tanti individui assieme, certo se si eccettuano le feste patronali al paese, ma lì conoscevo già tutti e non mi avevano mai così impressionato – “o è la razza umana, nel suo insieme e magari proprio dalla notte dei tempi, a essere brutta e volgare visto che i turisti stranieri erano, se possibile, pure peggio?” pensai pisciando dietro un’antica colonna essendo anche i cessi, per coerenza, appropriatamente ributtanti.

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8 Responses to Seghe e saghe

  1. Gigi Spina il 3 novembre 2012 alle 11:33

    Dunque, a D’Orrico do anche io poco retta, se non quando ha finalmente sollevato il problema, qualche tempo fa, del fabiofazismo, e quando ha suggerito (Omero lo benedica) la lettura di Il senso della fine di Julian Barnes. Ho letto il brano e provo la stessa sensazione di quando D’Orrico sbandierò per primo le mirabolanti virtù della scrittura di Cappelli. Forse il tutto sta nella definizione, che trovo perfetta: “il nuovo maestro (in prosa) della vecchia commedia all’italiana”. E proprio perché perfetta, mi fa tristezza questo tipo di rapporto fra vecchio e nuovo; chi ha conosciuto il vecchio ‘vero’ nel suo contesto vorrebbe un nuovo un po’ meno furbo. Ma tutto questo lo penso avendo letto solo questo brano e non avendo letto null’altro di Cappelli, il che è uno dei privilegi dei lettori criticoni e un po’ snob, che, ad esempio, non hanno mai letto nulla di Camilleri (se non la sirena Maruzza Musumeci, per dovere professionale) o di Giordano o di Baricco e non soffrono per l’autolimitazione. Quindi, caro effeffe, mio Maestro UnoDue, onore al tuo ottimismo e al tuo entusiasmo, che ci salva tutti dalla pigrizia, ma io, in questo, caso, me ne sto un po’ da parte. :-))

    • gaetano cappelli il 5 novembre 2012 alle 15:18

      gigi spina ma davvero tu ti reputi un lettore snob perché non hai letto camilleri e giordano e baricco e il sottoscritto? ma guarda che sono solo gli snob – e nemmeno tutti, a giudicare dalle mie vendite – che mi leggono. quanto a francesco forlani, che ringrazio per il suo bellissimo claim sul mio del resto irresistibile romanzo – “correte a leggere un romanzo che vi farà viaggiare in lungo e in largo attraverso ogni vostra più recondita passione” – ma mi permetto di non essere d’accordo con lui, quando ti dice, a te, giulio spina, che “il pezzo sugli ex voto pompeiani avresti potuto scriverlo tu”. be’, non credo proprio! augh!

      • francesco forlani il 5 novembre 2012 alle 18:09

        Ciao Gaetano, innanzitutto grazie per essere intervenuto. Permettimi però di non essere d’accordo con te che non sei d’accordo con Gigi che non è d’accordo con D’Orrico e d’essere d’accordo con me sul fatto che Gigi per amore di storie e di filologia se il tuo irreistibile lo leggesse sono sicuro che gli piacerebbe ( e a questo punto non sarei d’accordo con lui e mi troverei d’accordo con D’Orrico) e che, se solo volesse, sugli ex voto di Pompei potrebbe tirarne fuori qualcosa di miracoloso (e mi sono scordato con chi non sarei più d’accordo, a questo punto). effeffe ps la cosa più difficile è stata quella di scegliere il brano da pubblicare. Tantissimi i passaggi che avrei volentieri condiviso con i lettori, e soprattutto riduttivo ognuno di essi rispetto alla dimensione polifonica, linguistica e dei personaggi della tua “saga”.Insomma, dico rivolto ai lettori, accattateville!

      • Gigi Spina il 5 novembre 2012 alle 18:50

        sai, Gaetano Cappelli, secondo me – Gigi e non Giulio, ma sempre Spina -, il vero snob è quello che, pur sapendo leggere, non legge tutto e, pur sapendo scrivere, non per questo fa lo scrittore, e poi un po’ si sente anche sereno perché riesce a conservare il senso delle proporzioni, a partire da sé, naturalmente. E quindi, in questa divina triangolazione effeffe, gica e giesse, rimango ad ascoltare il fruscio del tempo che passa, anche lui irresistibile: sta sfogliando le pagine di libri di carta e di e-book – sa fare anche questo – così, per il solo gusto di farlo; oddio un po’ anche per metterseli alle spalle, i libri e gli e-book, come roba che passa. Gli autori no, quelli li lascia in pace, perché gli stanno simpatici.

  2. francesco forlani il 3 novembre 2012 alle 11:40

    Eppure il pezzo sugli ex voto pompeiani avresti potuto scriverlo tu. Come io su quelli della Consolata a Torino (vd immagine in alto), insomma in bilico tra seghe e saghe però pur sempre in bilico e dunque imperfetti. effeffe

  3. Silvia Tessitore il 3 novembre 2012 alle 12:07

    L’assaggio del testo, come dicevo su Fb, mi pare gustoso – anche se pure se ne avrebbe abbastanza di scrittori che scrivono di scrittori e di scrittura. Da qui ad affermare che si tratti del “nuovo maestro (in prosa) della vecchia commedia all’italiana”, con ogni rispetto per Cappelli, credo ci corra il “senso di responsabilità” che dovrebbe suggerire a un “critico accorsato” come D’Orrico di non cedere, come bene diceva Gigi, alle facili lusinghe del fabiofazismo – per tacere delle possibili cointeressenze di D’Orrico o chiunque altro nella sua posizione con l’autore o l’editore, che di questi tempi è sempre difficile escludere con certezza. Per quanto mi riguarda, trovo che in questo momento ci sia gran confusione sotto i nostri cieli: non sono abbastanza maoista da pensare che la situazione sia per questo eccellente, piuttosto fiduciosa che da tale confusione possa uscire prima o poi, nuda e spoglia una nuova capacità di critica. Oggi gli sguardi sulla realtà (letteraria italiana) sono sghembi, corti, sbilenchi, non riescono a coglierne il reale divenire, fuori da ogni compiacimento, il senso di un’eredità e/o lo spirito di un’autentica innovazione. Ormai il gusto e l’orientamento personale (sempre più opinabile, e sospetto) pare prevalere sui criteri, perché non abbiamo criteri certi: quelli vecchi sono insufficienti, quelli nuovi appaiono a volte inafferrabili.

  4. Laserta il 5 novembre 2012 alle 12:11

    Non saprei. Cortellessa non si capisce quando scrive, D’Orrico mi pare abbastanza “accondiscendente” verso i “prodotti” editoriali… Se proprio dovessimo parlare di critica letteraria, preferirei rivolgermi altrove… non ci sono alternative???!!! (qui su nazione indiana, per esempio, si possono leggere tante cose diverse e molto interessanti…).
    Molto, molto divertente il brano di Cappelli. Al di là dei comportamenti dei critici, e dei diversi “endorsement”, mi sembra uno stile ben definito e autonomo, che possa reggere insomma…

  5. Ares il 6 novembre 2012 alle 13:28

    Vi vabbè, allora io dovrei essere uno scrittore da tomi di 800 pagine…



indiani