Il coltello di Lichtenberg

17 marzo 2013
Pubblicato da

di Domenico Pinto

Lord_Jim_03«Volevano i fatti. I fatti! Esigevano fatti da lui, come se i fatti potessero spiegare alcunché», osserva il narratore nel capolavoro di Conrad, quando Jim sta alla sbarra per aver abbandonato il piroscafo dov’era primo ufficiale. Il più ancipite eroe della modernità soggiace al giudizio della Storia, lui che ha lasciato una nave che in verità non affonda, immaginando, al momento del salto nella scialuppa, di aver condannato a morte i pellegrini addormentati sul ponte. Jim sa di non essere più un eroe, così che esperisce – sia pure inconsapevolmente – quasi un sabotaggio nel cuore della sua natura, che è fatta della materia dell’eroe classico, e cerca implacabilmente una possibilità futura per diventarlo. In fuga dalla colpa e da un fallimento di natura, va così incontro al suo destino con una radiosità che lo muta in corsa in ‘lord’ Jim. Fato o necessità che sia, è il modo con cui la forza che volge le cose, e c’è una parola per essa nel mondo germanico, l’antica parola «wurd», annunzia la morte già inscritta nella propria storia. Il destino si compie e si richiude sopra di lui, la «lancetta cade giù», Jim scivola nell’enigma e nell’emblema, così come in fondo si muove verso la morte ’Ndrja Cambrìa, il marinaio che, in Horcynus Orca, trova la propria fine ai remi di una lancia.

Questa dissoluzione della causalità nel fato, ma un fato minore, irresoluto, eternamente pensieroso, non l’imperativo stirb und werde, quanto piuttosto la messa in parentesi di ogni imperativo, si avrà in Franco Cordelli con le Forze in campo (il romanzo del 1979), dove un altro narratore osserva: «Una serie di fatti altro non è se non una catena; e una catena altro non è che un’astrazione, cioè una forma di perplessità». Anche qui, in definitiva, i fatti non spiegano alcunché, se anche si può notare come Partenze eroiche (postfaz. di Andrea Caterini, Gaffi 2013, pp. 416), volume saggistico di Cordelli che viene ripubblicato, adesso, dopo più di trent’anni, si chiude sulla figura di Lawrence d’Arabia. In quest’ultimo saggio si precisa la forma dell’eroe cordelliano, il senso forse del suo antieroismo, quando si dice che «l’unico eroe possibile è dunque colui che sa la propria impossibilità a divenire». – Che destino, viene fatto di pensare, anche quello di Peter O’Toole, che è a capo di due rivolte, nella liberazione degli Arabi dal dominio turco, nel film del 1962 di Lean, e, appunto, in Lord Jim (1965), pellicola di Richard Brooks, dove aiuta la popolazione di Patusan a ribellarsi al giogo dell’occidentale.

Pubblicato nel 1980 da Lerici, Partenze eroiche raduna saggi scritti fra il 1968 e l’anno che precede la sua uscita. Essi testimoniano la straordinaria, fattasi ormai clamante, originalità di pensiero,  quanto profonda è invece l’intransitività del suo vero oggetto (il romanzo). Come limatura di ferro si dispongono intorno a esso i cerchi della Realtà – o del suo feticcio, il realismo –, del significato, l’erosione del linguaggio come portatore dell’esperienza e della capacità di rappresentazione, i tic e gli atti mancati della società letteraria, il va-banque delle seconde avanguardie e della critica («la critica largamente esportata nel cuore delle istituzioni, la critica per il mercato, l’unico luogo in cui si misuri, assai più che quella degli anni Sessanta […] la mia generazione»).

Il centro di questo grande specchio oscuro, increspato da ossimori, rinnegamenti, ritorni, cambi di direzione e lampi solforosi (come quando afferma che Ulysses è il Partenone dell’avanguardia, o di Sylvie e Bruno – da lui tradotto – il mar dei Sargassi del romanzo contemporaneo), è probabilmente il saggio su Henry James, «La scrittura bianca». In questo saggio, decisivo per la comprensione, comunque parzialissima e diresti sempre sperimentale, di Cordelli, si leggono pagine che rasentano l’autobiografia: «È stato possibile conoscere soltanto un vuoto, il vuoto; ovvero, in altri termini, non c’è nulla da conoscere, non si conosce nulla. Il romanzo non è un metodo di conoscenza, ma un metodo per rimuovere la conoscenza,un metodo di offuscamento». Salvo poi che si parla e si dice, naturalmente, anche cancellando. A questo punto l’esperienza del nulla e dei suoi segni sono già una conoscenza; è il criterio con cui senza fine parla l’inconscio, per biffures, ed entro cui parla quella voce di nulla che va compiendosi in noi. Per questo motivo forse sono così difficili da definire Procida (1973), I puri spiriti (1982), Pinkerton (1986) sino all’ultimo, La marea umana (2010), che non sono tentativi di conoscenza, bensì, tolti i due corni del realismo e delle sperimentazione, ovvero della politica e della gnoseologia, appaiono come allegorie di una negazione (di una «sparizione», è stato anche scritto). I romanzi di Cordelli sono come il coltello di Lichtenberg, un coltello senza lama e senza più manico, immaginarî, congetturali (soggiungerebbe Uwe Johnson), fantasmi di romanzo. E come gli spettri ci commuovono, pur non toccandoci, irrevocabilmene finiti in un altro tempo. Attraverso la separatezza del foglio di carta, si disegna quel «promontorio del mondo inaccessibile» che è il destino del linguaggio e del romanzo, la propria wurd, la partenza eroica e il proprio termine.

Malgrado il brusio che si alza dalle sue opere, come portato dal vento, è qui, in queste armoniche dubitative – che risuonano nella forma del diario, della nota stilcritica, del soliloquio o, più raramente, dell’invettiva –  che molte voci udite, o che abbiamo creduto d’intendere, prendono finalmente un volto. Li troviamo, puri spiriti, sulle soglie dei testi, nelle epigrafi che li aprono, incisi nella pietra; sono l’oggetto di un’eterna ossessione o consolazione: Gombrowicz, Landolfi, Lowry, Nabokov, Savinio, quel Pizzuto – con Schmidt e Butor – collocato fra i vertici impervi del Novecento (non è certo un caso se ai romanzi di Gadda e Soldati venga preferita l’esile, botticelliana Signorina Rosina, campo dove impera il nudo significante, un suono, un nulla, in ultima ragione un evento sentimentale, come «Rosebud» per Orson Welles). E ancora Nietzsche, Adorno, Lacan, Sade, Sciascia: sembra quasi di penetrare, nel cerchio della loro presenza, l’universo straziante e spettrale, passeggero, di Gianikian e Ricci Lucchi, i bagliori metafisici di Dal Polo all’equatore. Eppure, «l’universo della letteratura», scrive Cordelli, «si giustifica per niente altro che per l’arricchimento incessante di queste nascite, di queste persone irriducibili, inconfrontabili», formando, tutti costoro, le loro opere, quella democrazia magica – com’era già nel titolo di un altro suo libro (1986), con il giovane fantasma di Johnson in copertina – che è lo spazio in cui si pronuncia, se ciò è ancora possibile, una promesse de bonheur.

L’autore delle Partenze eroiche, infine – di nuovo nello splendido «Le petit dormeur» – si ridice, e lo ripetiamo anche noi: «che senso avrebbe la vita se non quello che decidiamo che abbia, e quale possiamo decidere che abbia che non sia eroico, e quale eroismo maggiore di quello che non si manifesta, nella voce di chi seppe guardare più a lungo, e più a lungo resistere alla morte e alla mortificazione?».

Franco Cordelli ha compiuto da poco settant’anni:  la più irreale, e dunque anche la più indistruttibile, presenzaletteraria del nostro tempo.

Articolo apparso sul «Alias» del 3.03.2013.

Tag: , , , , , , , ,

5 Responses to Il coltello di Lichtenberg

  1. daniele ventre il 17 marzo 2013 alle 13:35

    L’articolo è davvero prezioso, oltre che per la raffinatezza dell’argomento, anche per il ritorno alla grande del Pinto :)

    • domenico pinto il 17 marzo 2013 alle 23:35

      Ciao Daniel, grazie! Ci sentiamo in questi giorni :-)

      • daniele ventre il 17 marzo 2013 alle 23:44

        Ok a presto! Il fatto è che mi è rimasto solo il tuo vecchio numero di cell. e ogni tanto cerco di chiamarvi senza successo.

  2. alfredo il 17 marzo 2013 alle 22:47

    I fatti che non spiegano alcunché; la fuga dalla colpa; la dissoluzione della causalità nel fato; la conoscenza del vuoto e “il coltello di Lichtenberg, un coltello senza lama e senza più manico” sospeso…

    Sentirsi piantato nel mondo
    come un coltello “senza lama né manico”
    e la vacuità sublime, atroce,
    di viver’ebbro fuori di lui, fuori di sé.(Ghérasim Luca, Semaforismi)

  3. diamonds il 18 marzo 2013 alle 12:47

    scusate.Devo essere sceso alla fermata sbagliata

    http://www.youtube.com/watch?v=yp-eL5Qbhoc



indiani