Un calcio alle menzogne

Denis-Bergamini

di Gianluca Veltri

Non sarà necessario riaprire il rosario pasoliniano dell’«io so». Quel misto di acume intellettuale e buonsenso popolare che spinse lo scrittore di Casarsa alla sua preveggente scomunica: «io so […] ma non ho le prove». Noi sapevamo, abbiamo sempre saputo che Denis Bergamini non si era gettato sotto a un tir.

Lo abbiamo sempre sentito in una parte di noi più intima, che non mente mai, che non può mentire. Sappiamo decifrare gli scricchiolii troppo stridenti. Quando ci raccontano una bugia, ci accorgiamo che i conti non tornano. E i conti, nella fine di Bergamini, non tornavano già da quella sera di novembre, tragica e nera, quando ci riempirono gli occhi e la testa di frottole. Dentro di noi qualcosa protestava. Il nostro cuore urlava «NO», e non era solo un fatto di cuore. Non c’era bisogno d’essere un ultrà per rifiutare quella verità confezionata, vile, accomodata. Non c’era bisogno di essere un acuto pensatore per affermare con la massima certezza: «non ci sto, le cose non sono andate così».

Ci dissero che Bergamini era passato a prendere la fidanzata un sabato pomeriggio di novembre del 1989, abbandonando di soppiatto il ritiro della sua squadra, il Cosenza. Che in un preda a uno stato febbrile di parossismo e panico, si avviò insieme a lei in macchina verso Taranto, per poi fermarsi sulla SS 106 all’altezza di Roseto Capo Spulico, scendere dall’auto e gettarsi sotto a un TIR in corsa.

Sapevamo, abbiamo sempre saputo, che tutto questo non è mai avvenuto, non così; però non abbiamo mai avuto prove.

Oggi sappiamo che anche gli esami obiettivi, all’epoca rilevati e relazionati, sono stati, diciamo, imprecisi. Un’opera di depistaggio è stata messa in atto. Oggi, che al dispiacere e alla rabbia fanno seguito il disgusto e l’incredulità, ci chiediamo: quale può mai essere stato un interesse così rilevante, così prevalente, da mettere in secondo piano la vita di un ragazzo di 27 anni morto ammazzato? Quale tutela era più importante? Cosa poteva esserci di tanto inconfessabile da giustificare l’impunità dell’assassino, o degli assassini, di Bergamini?

Mettiamo su due piatti di una bilancia i due pesi: da una parte c’è l’esistenza giovane di Denis Bergamini straziata e interrotta, inopinatamente. Aveva davanti a sé tanta vita. Gli è stato impedito di viverla con violenza barbara. Sull’altro piatto c’è il piano cinico di qualcuno disposto a un delitto tanto efferato. E anche vigliacco, perché, alla morte della vittima, ha voluto abbinare l’infamia, come se quella vita perduta valesse così poco da non meritare punizione per alcuno. Tanto si è ammazzato da solo, chissà cos’aveva combinato.

È importante come verrà ricordato chi non c’è più: il tempo per cui non ci saremo è molto più lungo di quello in cui siamo stati sul mondo. Il modo in cui moriamo, in cui si racconta che siamo morti, soprattutto se non assomiglia a come abbiamo vissuto, condiziona e marchia tutta la nostra vita precedente. Ebbene, il racconto della morte di Donato Bergamini è stato falsato, artefatto, stravolto a piacimento dai suoi aguzzini. Un po’ come era accaduto, una decina di anni prima, per Peppino Impastato.

La sua memoria, la loro memoria, inchiodata a una menzogna.

Possibile che sia stato considerato più socialmente considerevole, più “pesante”, l’istanza di chi ha voluto architettare e insabbiare, fuorviare e mentire, anziché il diritto di Denis a vivere, o comunque a lasciare di sé un ricordo veritiero sulla propria fine, per i suoi famigliari, per le tante persone che lo hanno conosciuto? È possibile, quando a imporre la versione dei fatti sono la prepotenza, la prevaricazione, la falsità.

Adesso, dopo quasi venticinque anni, anni di vita sottratti a Denis Bergamini e anni di disprezzo per la sua famiglia, adesso basta. Adesso per favore diteci chi lo ha ammazzato. Adesso esigiamo che si vada fino in fondo, che le indagini siano fatte come si deve, con meticolosa serietà, senza guardare in faccia a nessuno. Che non vi siano zone grigie. E che paghino finalmente la giusta pena coloro che si sono macchiati di questo delitto. Che in questi anni senza Denis hanno continuato a dormire la notte, a vivere la propria vita: ma come avete fatto? Come avete potuto?

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2 Commenti

  1. Bisogna dare atto a “Chi l’ha visto?” di essere stata da sola a portare avanti la battaglia per raggiungere la verità in questo tristissimo caso; è ora che gli assassini paghino! Un brava a Federica Sciarelli!

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GIANNI BIONDILLO (Milano, 1966), camminatore, scrittore e architetto pubblica per Guanda dal 2004. Come autore e saggista s’è occupato di narrativa di genere, psicogeografia, architettura, viaggi, eros, fiabe. Ha vinto il Premio Scerbanenco (2011), il Premio Bergamo (2018) e il Premio Bagutta (2024). Scrive per il cinema, il teatro e la televisione. È tradotto in varie lingue europee.
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