Overbooking: Lorenzo Mazzoni

28 aprile 2014
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Con la nuova casa editrice, l’italo francese Meme Publishers, Lorenzo Mazzoni ha pubblicato Murder Time. Per gentile concessione dell’editore vi proponiamo qui in anteprima uno dei suoi racconti. Vai Lorè! effeffe

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Il disinfestatore del Caucaso

di

Lorenzo Mazzoni

Mikheil indossa un fez di feltro, un cappotto di montone comprato al mercato, pantaloni a zampa di elefante e stivali lucidi di cuoio con il tacco alto. È lungo, calvo e magro con una barba incolta. Cammina sbilenco. Intorno il buio della notte riveste i profili delle case diroccate. Mikheil odia le strade fatiscenti di Kharpukhi, uno dei quartieri più poveri di Tblisi, le maledice giorno e notte.
Arriva davanti all’entrata di un magazzino che sembra abbandonato. Un bambino in tuta da ginnastica e la giacca da commesso viaggiatore, seduto su uno pneumatico di camion, segue con lo sguardo Mikheil che apre la porta ed entra.
Percorre il corridoio umido del magazzino. Alle pareti carta da parati di epoca sovietica marcia e scrostata. C’è puzza di piscio e sigarette. Nell’ufficio lo aspetta Misha, seduto alla scrivania spoglia. È basso, magro, indossa uno sformato maglione nero con una spruzzata di forfora sulle spalle. Gli dà la mano, una stretta debole.
― Mateba Autorevolver Benvenuto, genatsvale ― dice, con una voce stanca.
― Piantala con queste stupide espressioni d’affetto, Misha.
― Ho portato fagioli e pane khachapuri ripieno di formaggio. Vuoi mangiare con me?
― No. ― Mikheil si accende una sigaretta e guarda Misha scartare una pagina di giornale che avvolge un contenitore di alluminio pieno di stufato freddo di fagioli e di pane molliccio.
― Hai il nome?
― Diversi nomi ― risponde Misha portandosi alla bocca un pezzo di khachapuri intinto di salsa.
― Non si accontenta, eh?
― Questi hanno peccato.
― Tutti peccano.
Misha estrae dalla tasca dei pantaloni un bigliettino unto e stropicciato e glielo allunga sopra la scrivania.
― Lì ci sono i nomi.
Mikheil legge distrattamente e si lascia andare in un lungo e affannato sospiro:
― Tu almeno ogni tanto puoi andartene. Farti qualche periodo di riposo all’ovile.
― Anche lassù è una noia mortale ― dice Misha. ― Anzi, preferisco stare qua. Almeno posso scopare.
Mikheil dà una lunga boccata alla sigaretta ed emette una nuvola di fumo. La fissa a lungo perdendosi nei suoi pensieri. Ad altri è andata senz’altro meglio: Parigi, Londra, Ibiza, Barbados. Anche all’isola di Tonga c’è qualcuno di loro. E lui, come un autentico fesso, sono trecento anni che si trova nel Caucaso, quasi tutti passati a Tblisi. Trecento anni passati a lavorare discretamente e a ubriacarsi senza parsimonia. Ha anche perso l’ala sinistra, bruciata durante una serata di bagordi post― indipendenza dai sovietici in un bordello fuori città.
― Insomma, ora io vado ― dice, alzandosi.
Misha continua a ingozzarsi di khachapuri. Un filo di salsa gli cola dall’angolo destro della bocca.
All’esterno l’aria è carica di ozono. Il bambino in tuta da ginnastica e la giacca da commesso viaggiatore, è ancora seduto sullo pneumatico. Segue con lo sguardo Mikheil che si allontana.
Questi, svoltato l’angolo, si accende una sigaretta. Cammina per le strade buie di Kharpukhi. Dà un calcio a un gatto randagio. Piscia contro il muro di una chiesa. Si ferma davanti a una porta con un’insegna al neon che recita: STAR. Mikheil apre la porta. Due ragazzini stanno fumando eroina seduti sul primo gradino della rampa che conduce nel sottoscala. Mikheil si fa offrire un paio di tirate. Scende. Cammina in un tunnel. Il tunnel è infinito, dritto e sempre uguale. Il pavimento è lastricato di marmo e le scritte alle pareti sono al neon, blu, luminose e fastidiose.
Entra in una stanza semibuia, illuminata tenuemente da candele posizionate a terra, fra i corpi di una decina di giovani ballerini. Agli angoli della stanza altri ragazzi. Fumano, sorseggiano drink scadenti. La musica, turbofolk serba, esce da casse malandate appoggiate su mensole di legno.
Mikheil si dirige al bar: una cassa di frutta capovolta ricoperta di bottiglie di liquori illegali. Un uomo senza età, dai tratti siberiani, siede con lo sguardo assente fumando un sigaro. Beve birra direttamente dalla bottiglia chiacchierando con quindici persone contemporaneamente.
Mikheil gli mostra la lista:
― Hai visto qualcuna di queste persone qui dentro?
Il siberiano fa un impercettibile segno di negazione con il capo.
― Zaali Kenia e Roin Loria so che sono tuoi clienti.
Il siberiano lo ignora e riprende a parlare con gli avventori ubriachi che lo attorniano.
Mikheil se ne va. Risale le scale. Si fa offrire qualche altro tiro dai due giovani eroinomani.
Debole, tremante, dà un’occhiata alla lista. Decide di andare a fare una visita a domicilio, ma è stanco e si siede su una panchina. Di fronte a lui tre donne vestite di stracci lo guardano con la mano tesa in cerca di un’elemosina. Mikheil pensa che le tre pezzenti sembrano copie effeminate di Satana. Stringe forte la Tokarev TT33 nella tasca del cappotto. Una delle donne canta con una vocina stridula. Mikheil ha un calo di pressione. Ha bisogno di zuccheri.
― Avete cioccolata?
La donna che stava cantando la sua nenia infernale si zittisce ed estrae dalla giacca logora una caramella balsamica. La porge a Mikheil. Lui la scarta e se la infila in bocca. Cerca qualche moneta in tasca. Trova un kopeko del periodo imperiale. Lo lancia alla donna. Poi, succhiando la caramella, si alza e riprende a camminare.
Dà un’occhiata ai nomi della lista. Zaali Kenia, 54 anni. Roin Loria, 49 anni. Giorgi Loria, 51 anni. Eka Kaladze, 32 anni. Nana Japaridze, 19 anni. Abitano tutti nello stesso palazzo. Indirizzo ed età sulla lista non sono segnati, ma dopo trecento anni Mikheil è un archivio vivente di tutta la cittadinanza di Tblisi.
La casa è nel cuore fatiscente di Kharpukhi. Mikheil aspetta, di fronte all’ingresso, seduto sul marciapiede a fianco di un bambino silenzioso in tuta da ginnastica e un infeltrito cashmere di lana. Per passarsi il tempo Mikheil mostra al bambino come caricare e svuotare il caricatore della Tokarev TT33.
Una Lada arrugginita, sferragliante e puzzolente arriva a tutta velocità e si ferma con uno sraziante cigolio di freni davanti al palazzo. Scendono una ragazza bionda in completino zebrato e un tipo con la pancia sporgente e i capelli ingrigiti, la giacca aperta a mostrare la pistola alla cintura. La ragazza scompare nell’androne del palazzo, ridacchiando ubriaca. L’uomo barcolla e fatica a rimanere in piedi. Quando raggiunge la porta Mikheil lo afferra per il colletto.
― Ciao Roin ― gli bisbiglia all’orecchio.
Girando su se stesso l’uomo sfugge alla presa di Mikheil e si precipita verso le scale. Mikheil lo afferra per la giacca. L’uomo prova a sfilarsela, ma Mikheil gli blocca le braccia e lo trascina verso la porta.
― Tuo fratello e Zaali sono in casa?
Roin non risponde.
Mikheil lo lascia andare. L’uomo cerca di alzarsi e scappare in strada, ma inciampa sul bambino in tuta da ginnastica e cashmere di lana.
Mikheil gli stringe il collo con un braccio.
― Questo succede alle persone cattive ― dice, facendo pressione con la mano libera a girargli innaturalmente la faccia fino a spezzargli violentemente l’osso del collo. Lo lascia andare. Il bambino guarda il grosso corpo immobile nel centro dell’atrio. Guarda la pistola, una  Mateba Autorevolver,  infilata nei pantaloni.
― Prendila. Se vuoi, è tua ― dice Mikheil. ― Devi però essere consapevole che se lo fai un giorno potrei venire a cercare te e farti quello che ho fatto a questo signore. Scegli se vuoi essere o no una persona cattiva.
Il bambino si china sul corpo. Mikhaeil sale le scale mentre il bambino si allontana per le strade di Kharpukhi armato, in cerca di qualche poveraccio da spennare.
Al primo piano Mikhaeil si ferma davanti all’appartamento di Roin Loria. La porta è socchiusa. Per essere uno dei più importanti trafficanti di eroina della città vive in un appartamento banale, con un arredamento spoglio e neutro. Sulla tavola in cucina tanto cibo che non si riesce a capire il colore della tovaglia. Uova sode, salsiccia, polli arrosto, formaggi, brocche di suco di mela, fagioli, bottiglie di vodka, pomodori, cetrioli. Il lobio, lo stufato di fagioli.
― Roin, cosa cazzo stai facendo?
La ragazza col vestito zebrato, Nana Japaridze, diciannove anni, amante di Roin, con un passato di due aborti e l’abbandono di un neonato in un cassonetto dell’immondizia, compare sull’uscio della cucina. Ha il trucco colato, non ha più il vestito. È nuda.
― E tu chi cazzo sei? Dov’è Roin?
Mikhaeil vede un coltello seghettato per il pane sul tavolo. Senza dire una parola si avvicina alla ragazza e le incide un profondo taglio sulla giugulare. La lascia cadere a terra, e mentre questa agonizza apre il frigo. Trova un succo alla pera e lo beve guardando il cielo buio e malato. Scavalca il corpo di Nana, fruga in giro e trova un martello e un portacenere. Esce dall’appartamento e sale le scale. Zaali Kenia e Giorgi Loria, soci in affari di Roin, vivono insieme, sono amanti da quindici anni anche se i due nelle uscite nella società bene dicono di essere semplici amici.
Mikhaeil bussa. Un assonnato uomo in vestaglia di raso apre la porta. Mikhaeil lo colpisce violentemente con il martello. Poi trascina il corpo in casa. Si dirige nella camera da letto dove trova Giorgi. Con una mira e una forza sovrannaturale gli lancia il portacenere che lo colpisce in mezzo alla fronte, tramortendolo. Afferra un cuscino, glielo mette sopra la testa e lo soffoca. Prende una coperta, la getta sul corpo di Zaali e gli dà una trentina di martellate sulla testa. Esce e va alla porta accanto. Eka Kaladze, 32 anni, la giornalista corrotta che nelle campagne contro il clan dei Loria li ha sempre difesi guadagnandoci soldi e un appartamento.
Mikhaeil bussa. Due colpetti leggeri.
Eka apre dopo mezzo minuto. È una bella donna dai capelli lunghi e rossi. Indossa una minuscola sottoveste nera di pizzo.
― Sì? ― chiede, guardando Mikhaeil con gli occhi gonfi e arrossati.
― Hai una cattiva anima…
La donna arretra fino al sofà, inciampa e cadendo si scopre le cosce. Si accorge che Mikaheil la guarda e fa il tutto per tutto: si alza ancora di più la sottoveste allungandosi sul divano. Mikhaeil sbuffa, estrae la Tokarev TT33 e le spara un solo colpo, in mezzo agli occhi.
Si china sul tavolino, prende la vodka, sposta le gambe di Eka e si siede a fianco a lei a bere a a guardare concerti e film in tv, cambiando continuamente canale. Stravaccato. All’alba si stanca. Trova il telefono in corridoio. Telefona a Misha per dirgli che è tutto fatto. Nella borsetta della donna trova qualche soldo, li prende e getta la borsa sul cadavere.
L’alba illumina una città deprimente. Un giallore triste e febbrile colora le facciate dei palazzi. L’aria è carica di ozono e grosse gocce di pioggia cominciano a crepitare sul selciato. I vetri delle finestre sono rotti, le grondaie sono storte, le case sbilenche e diroccate, i cartelli pubblicitari arrugginiti, i parchi coperti di rifiuti. Le strade sono piene di buche profonde come una fossa, interrotte da radici che spaccano l’asfalto. I cavi della luce penzolano ad altezza uomo. Un cane con tre zampe rovista in un sacco dell’immondizia. Due bambini, uno con la giacca da commesso viaggiatore e uno con un cashmere di lana, lo osservano passare al riparo di una pensilina. Quello col cashmere tiene in pugno la pesante Mateba Autorevolver.
Mikheil guarda in alto in cerca di un segnale, ma lassù, nell’ovile, non si muove niente.
― Vecchio bastardo ― dice Mikheil. Fa il dito medio al cielo, dà i pochi spicci che ha ai bambini e riprende a camminare.

 

 

 
Alle Ore 19 del 9 Maggio, nell’ambito del Salone Off di Torino 2014
al SiVuPlé, petite épicerie/bistrot di Via C.L. Berthollet 11, in collaborazione con la libreria Trebisonda (Enjoy San Salvario Social Festival) Lorenzo Mazzoni presenta Termodistruzione di un koala. Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico.(Koi Press)
Interviene Marco Belli.



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