Cercando un altro Egitto (due)

Vignetta di Mauro Biani apparsa sul Manifesto 20 agosto 2013
Vignetta di Mauro Biani apparsa sul Manifesto 20 agosto 2013

L’Egitto non è solo un paese per «turisti»

di

Giuseppe Acconcia

Il Cairo – Le più grandi televisioni del mondo nei giorni delle elezioni presidenziali in Egitto mostravano gli alberghi vuoti delle località turistiche del Mar Rosso e titolavano: «Ci mancano i turisti». Con l’elezione dell’ex generale Abdel Fattah el-Sisi i turisti torneranno in grande numero perché finalmente è tornata la «stabilità» nel paese delle piramidi e del museo egizio. Eppure non troveranno egiziani entusiasti del nuovo corso perché l’Egitto delle manifestazioni di piazza del 2011 e delle prime elezioni democratiche del 2012 non era forse un paese ideale per i turisti ma poteva diventare un esempio straordinario per la transizione democratica in Africa e Medio Oriente. Così non è stato.

 

La distinzione tra egiziani e non egiziani è questione di orientalismo

Eppure molti conservatori si ostinano a non vedere gli effetti devastanti del colpo di stato militare del 3 luglio 2013 sulle libertà individuali e la transizione democratica in Egitto. Su questo punto non esiste una distinzione tra egiziani e non egiziani. Ma tra orientalisti e chi tenta di criticare l’orientalismo. In altre parole, milioni di egiziani non vogliono un ex generale come presidente e lo hanno dimostrato boicottando il voto. Alcuni di loro sono annientati dalla crudele repressione contro gli islamisti, attuata dopo il 3 luglio 2013. Altri semplicemente non vogliono né l’autoritarismo dell’esercito né il neo-liberismo degli islamisti.

Essere orientalista significa esattamente credere che l’Egitto, e il Medio Oriente, siano speciali, diversi e che per questo non hanno niente a che vedere con l’Europa. Molti egiziani che ora sostengono Sisi (giudici, poliziotti, ex uomini di Mubarak) e a quanto pare anche alcuni stranieri residenti in Egitto, lo pensano.

Noi crediamo invece che solo dalla critica dell’orientalismo, a questa forma di esotismo, seguendo la quale, per realismo politico, l’Egitto dovrebbe essere solo una terra per turisti, possa nascere un’analisi non orientata sulle sorti del paese.

 

La dura vita dello straniero in terra straniera

Ma concentriamoci per un momento sugli stranieri residenti in Egitto. Come di consueto, vivono una competizione estenuante all’interno delle loro comunità di espatriati all’estero (come spiega Adorno) per trovare lavoro e partecipare alla vita pubblica. E così forgiano una forma straordinaria di ipocrisia tanto da credersi, in questo caso, egiziani e rivendicare la loro «egizianità». Acquisiscono le abitudini locali, spesso senza conoscerne la storia, e credono per questo di avere il dovere di rispettare le istituzioni politiche del «loro paese» (anche dopo che sono state messe in discussione radicalmente come è avvenuto nel 2011 in Egitto). Una visione meno «patriottica» potrebbe in definitiva creare problemi con il gruppo di pari che gli egizianizzati frequentano. Eppure questi stranieri residenti non è facile incontrarli per le strade, le piazze dei quartieri popolari, di Zeitun, Embaba, Shubra, Matarya, Bulaq Dakrur: i luoghi dove milioni di egiziani vivono tra povertà, inquinamento, scontri, cadaveri e lacrimogeni.

 

Costruendo una «terza via»

Non esistono solo militari e islamisti in Egitto ma giovani, attivisti per i diritti umani, socialisti, liberali, comunisti, ecc. che formano ormai una terza via concreta. Queste persone (come me) non hanno alcuna simpatia per i leader dei Fratelli musulmani che ritengono tra i principali responsabili del costante mantenimento dell’autoritarismo di regime e della povertà di masse di cittadini. Ma è il dovere di tutti non tacere gli abusi e i soprusi a cui sono stati sottoposti gli islamisti negli ultimi mesi, come riportato nell’articolo precedente. Questi uomini e donne, che hanno tentato di violare la legge anti-proteste marciando verso il palazzo presidenziale durante la campagna elettorale, costruiranno la terza via laica e secolare che riformerà il ruolo centrale nella gestione dello stato che fin qui hanno avuto i due pilastri dell’Egitto: esercito e islamisti. Ma per questo ci vogliono anni nei quali solo il viaggiatore temerario potrà visitare il paese delle piramidi e gli egizianizzati dovranno fare «opera di astrazione».

 

PS. Noto alcune imprecisioni: ero in piazza Tahrir dal 28 gennaio 2011 e già avevo vissuto al Cairo nei due anni precedenti; la vittoria dell’ex generale, Abdel Fattah el-Sisi non rappresenta un ritorno dei militari perché l’esercito è rimasto al potere anche quando l’ex presidente Mohammed Morsi tentava di governare.

 

 

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francesco forlani
francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux