da Quaderno millimetrato (e altro)

 di Dorinda di Prossimo

gatto dorinda

I vetri dell’inverno ho spazzato
il bastimento dei rami
i millimetri dei calendari

 

 

 

Al mattino l’occhio, le spalle perfino, sono
una cosa sola. La voce non ha stile,
il gesto non è colmo. Col chiarore, poi,
le mal educate cose. La tazza nel lavandino,
le foto, la rigida maniglia, il conto senza sconto,
i gesti andati a male. Stolti, incompiuti
M’aggiusto coserelle senza ambiguità,
al mattino. Due righe di luce rubate ai vetri,
quattro versi di pensieri (un viaggio, la cura
d’una fuga), la polpa del caffè. Mi faccio chiara,
senza il lusso della speranzella. Pitagorica,
direi. Una moltiplicazione di molliche di buona
educazione (parlati piano, Dorì, lavati gli occhi
di ieri, metti la linda parananza). Rinvio
il sommario del freddo, la tenacia d’una felicità.
Alla poetica sgrammaticatura, m’affido,
alla colletta della nicotina; bionda, sulla ritmica
unghia, andantina.

 

 

 

Restasse così il giorno. Due macchine quasi
per scherzo, tra un lampione e l’altro. La paura
di niente. Poiché niente accade. L’immobilità
delle rose tramortite in testa, potature
che giovano per allungare il cielo. Lo desidero
d’assempre il cielo. Me lo gioco come un buon
affare. Assi nella manica perdendo. L’asse.
Restasse così. Balcone senza inquilini
i pomeriggi di nicotina la fretta delle lucertole
nel calendario d’erba estiva. Parlano gli anni,
accasati, amorevolmente moribondi. Metto
fra un po’ trucco di gioielli, il brillante di mammà.
L’orlo fino al ginocchio. D’una seta speciale.
Che struscia, fra le cosce, tintinna, io so bene,
silenziosa.

 

 

 

Vince l’occhio dei lampioni. Nebbia viene
dal mare. Ci tenevo a dirtelo, madre.
Sta’ tranquilla. Quindi. Il vicolo ha sempre
una vernice chiara. I vicini, gentili, mani strette,
corto sorriso, sì. Ma’ è che io, io trillo d’un’aria
frettolosa, trasparenti passi. E dicono i vicini
(gli uomini, le nonne di vetro e di rosari, le dame
coi tacchi per serate) – quella donna è troppo
spettinata. Disordina i saluti, inversi orecchini
porta, tosse, acquatiche respirazioni. Legge
copioni in macchina, dimentica la spesa per le
scale. E ha figli grandi come amanti – .O. amanti
rumorosi come figli. Rema d’amore. Eppure
ancora vedo col tuo occhio, madre. A pugno
stringo grano di preghiera. Sale butto, palma
benedetta. Così e Quando. Di croci un
temporale. Il collo, liquidi piaceri, giostre
per bambini. Fuggevoli. Millimetrati.

 

 

 

Esco. Dopo questa sigaretta che mi cessa
in gola. A far pezzi di passi. Dal vicolo che porta
alla casa gialla. All’infrangibile aria delle finestre
incartate. Verso il mare. Vado. A far notturna
la sera. A suonarmi le dita nelle tasche. Aiuta
gli occhi una felicità inaddormentabile. Che nei
capelli sta. Come i primi viaggi alleggeriti. A far
spese di gocce per le labbra. Ribes sapore. O
sole speso a grani. Anche s’è buio. E virgola
un treno ripetuto. Da nord a qui. Per tratti.
Esclamativi.

 

 

 

È complessa una pausa. È un’onorificenza
alle labbra, all’immaginaria resa d’una tonsilla.
Per gola. Per feconda avarizia che risucchia
l’occorrente. E svillana la fretta. I fiocchi
che altrimenti sgualcirebbero. Non posso, certo,
ancora dire: – Scusate, ho visto
un’amministrevole consapevolezza,
camminarmi accanto, un applauso di passi, un
cesto di fortunate giaculatorie. – Qui c’è solo
un’architettura d’echi. Un imbarazzato orecchio
che si consegna alle mani. Poi, nel poi, le
benedizioni. Il piccolo inchino. Ai giorni
congiunti. Ai sì dei no. Alla cortese attenzione.
Al post scriptum. Forse a inverno. Una sera.

 

 

 

*

 

 

 

Domenica del padre.
Dell’occhio steso fino al giardino.
Fino alla misericordia delle foglie
( consuete le foglie al ripidar d’inverno )
Alla dolorosa carezza del gelo.
E fa trasparenze, il padre.
La mano del sole cerca. E. Spera.
Le nuvole sfalda. Sorride.
Sul bastone frusciato d’aria buona.
Sui figli respirati come navi.
Nel corto oceano. La rondine futura.

 

 

 

A passarlo un giorno con te
o
un’ora di frenetico candore
e
dirti – Fattene una ragione,
ché, d’indifferenza viviamo,
d’un versatile sangue, quasi a morire –

 

 

 

E
ti chiesi degli alberi caduti
dell’erba sotto
schiacciata come in guerra
Delle catene delle altalene
dei fogli scritti come foglie
/ ché si voleva il tempo delle tartarughe
gli occhi in spalla una ciglia alla volta /

 

 

 

Saranno giorni dal padre. A custodir la nave.
Le radichette per la primavera. I foglietti
dei minuti. L’organza del muoversi piano.
Per contare l’inverno. Il ciocco che si spegne, piano.
Parla nel sonno, il padre. Disegna ricordi.
Forse, il dolore sciocco della vita. Assaggia poi,
la luce dicembrina. Dalla finestra, dal pungolo
dei calendari. E : S’è allungato almeno d’un
minuto, il pomeriggio, mi dice, quasi sposando
primavera. E. Gl’ invidio il centimetro della speranza.
Il tepore del domani. Il saldo colore delle mani.

 

 

 

Salvo il mio nome che se ne va da sé.
Il sasso, la foglia d’ un luglio disattento.
Il vento, salvo, che ti portò.
Imperfetto, quasi muto, ti portò.
A fondermi come un battito
chiaro. Nascostamente baciato.

La nostra storia lenta, salvo.
Come d’inverno la finestrella aperta.
A sudare la neve. La parvula nave
della tua spalla. Salvo la collera. I versi
millimetrati. Il verbo accampare
e campare. Ogni rima d’ ah! Mare!

 

 

 

Pazienza
padre e madre
per l’uva andata a male.

 

 

*

 

 

I primi sette testi sono tratti da Dorinda di Prossimo, Quaderno millimetrato (incertieditori, Catania, 2012), i sette seguenti sono inediti.

 

*

 

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10 Commenti

  1. Cavolo, questo sì che è un risveglio sorprendente. Grazie, grazie davvero. Per e di scritture così.
    Saluti,
    G. Dippì

  2. Proprio belle: il tono del racconto, le sonorità del quotidiano, le immagini abbacinanti, gli incastri e le cesure sapienti.
    Il verso sul cielo ricorda un po’ la Gualtieri quando scrive “e io a lui mi attacco, come un vegetale che si mangia la luce” – sarà che è un verso che mi piace particolarmente, me lo ricordo sempre volentieri.

  3. “Quaderno millimetrato” è un’opera che merita ancora molta attenzione, così come non si possono passare sotto silenzio gli inediti, che accentuano forse gli spezzamenti, quasi a singulto, del ritmo, che già facevano capolino nel libro pubblicato nel 2012 per gli incerti editori. Grazie, dunque, anche a Renata Morresi per la scelta!

  4. Cara Dorinda, ho preso di recente il tuo bel libro e non appena mi riuscirò a liberare da una serie di incombenze che mio malgrado devo portare a termine, vorrò farne una breve recensione. Intanto approfitto per farti qui i miei complimenti.

  5. Dolcezza e follia, cose e pensieri dimenticati. Momenti buttati.forse per incoscienza, forse per dissennatezza

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Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.
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