Violenza, silenzio e barbarie: quello che ho visto io della Siria

12 settembre 2014
Pubblicato da

di Lorenzo Declich

Le cose, sul campo, erano già molto chiare all’inizio.

La violenza del regime ha iniziato a manifestarsi subito, anzi, la rivolta nasce simbolicamente come risposta “civile” a un atto di violenza: un gruppo di ragazzini, picchiati e torturati per aver scritto su un muro quello che pensavano di Bashar al-Asad.

La macchina della propaganda, allora, era già ben oliata, ma nessuno che avesse un po’ di senno pensò che video e immagini della repressione contro i manifestanti pacifici fossero dei falsi.

Cosa che, invece, diventò uno dei pilastri della disinformazione negli anni a venire.

Erano in divisa o in borghese, sparavano sulla folla inerme.

Al termine delle dimostrazioni rimanevano a terra in molti.

Qualcuno respirava, qualcuno si muoveva, altri no.

Alle dimostrazioni seguivano gli arresti, gli stupri, le torture, molte delle quali senza ritorno.

Gli attivisti lavoravano per far tornare a casa i prigionieri, o per avere loro notizie.

Nasceva il Centro di documentazione sulle violazioni in Siria, aprile 2011.

Documentavano le morti, le vessazioni subite dai prigionieri con racconti, fotografie, video di persone martoriate, smagrite, quasi in fin di vita.

Le proteste si organizzavano principalmente attorno a due eventi, uno programmato il venerdì, l’altro dipendente dall’intensità della repressione: i funerali.

***

Andò avanti così per un po’ e la rivolta, nonostante la repressione, si allargò.

Iniziarono gli assedi. Prima furono “morbidi”: blindati bloccavano le vie di fuga delle città ribelli.

La città di Deraa fu la prima.

Lo scopo del regime era silenziare le proteste, isolare i focolai di rivolta, non permettere il collegamento fra attivisti.

Quando c’era una manifestazione gli strateghi del regime mandavano l’esercito, i soldati dell’esercito di leva davanti a tutti, e ordinavano di sparare.

Se i soldati si rifiutavano di sparare venivano presi a fucilate alle spalle.

Morti e feriti aumentavano esponenzialmente.

Eravamo all’inizio di maggio 2011, le vittime erano centinaia.

Il regime parlava di “terroristi”, di complotto contro la Siria ma nessuno dalla parte dei manifestanti aveva ancora sparato un colpo.

A nulla servivano gli infiltrati, venivano isolati.

Si narra anche che la sicurezza lasciasse per strada armi da fuoco.

Era l’ennesima provocazione, i manifestanti erano dichiaratamente pacifici e lo rimarcavano continuamente nei loro slogan.

Ma lì si registrarono le prime defezioni di ufficiali dell’esercito.

Bashar al-Asad, il dittatore, decretò la prima di una serie di amnistie grazie alle quali mise in libertà criminali comuni ed esponenti dell’islam radicale.

Un cavallo di Troia utile a legittimare l’algoritmo della violenza che i suoi seguaci traducevano nello slogan: “O Asad o bruciamo il paese”.

***

Gli assedi si moltiplicarono nelle città che il regime ritenne essenziali dal punto di vista strategico.

Homs, Baniyas, Tafas, Talkalakh, Rastan, Talbiseh, Jisr ash-Shughur.

In giugno a Jisr al-Shughur, cittadina di frontiera con la Turchia nella provincia di Idlib, si registrò il primo caso di violenza da parte dell’opposizione.

La città era assediata dall’esercito governativo, uomini armati – secondo gli attivisti si trattava di soldati defezionari – attaccarono le forze della sicurezza e le postazioni della polizia.

L’assedio si concluderà la settimana seguente con una carneficina, almeno 120 manifestanti rimasero uccisi.

Fu un episodio premonitore, in tutti i sensi, ma prima ci fu il 22 luglio 2011, il venerdì delle manifestazioni di massa in tutta la Siria.

Il punto più alto della rivolta pacifica.

La cifra della rivoluzione siriana.

Le bandiere sventolate dai manifestanti erano ancora quelle ba’athiste, le bandiere panarabe della Siria degli Asad.

Successivamente i rivoluzionari, per segnare un punto di non-ritorno, adottarono la bandiera dell’indipendenza.

Le città coinvolte furono soprattutto Hama – città simbolo della repressione asadiana – e Deir Ez-Zor ma l’intero paese, dalla costa al nord-est curdo, pullulava di presidi e proteste.

L’esercito siriano venne dislocato al centro di Damasco, dove le manifestazioni vennero di fatto impedite.

Il 29 luglio, per iniziativa di un gruppo di ufficiali disertori dell’Esercito Siriano nasceva L’Esercito Siriano Libero, con lo scopo primario di difendere le manifestazioni pacifiche dagli attacchi delle forze di sicurezza, dei civili lealisti e dell’esercito governativo.

Due giorni più tardi, il 31 luglio, nel quadro di un’operazione di repressione su scala nazionale, l’esercito regolare entrava a Hama e a Deir ez-Zor con i carri armati senza incontrare alcun genere di resistenza.

Spararono sulla folla, a caso.

Poi piazzarono i cecchini appostati sui tetti.

Il “massacro di Ramadan”  fece 136 vittime.

Passarono le immagini di corpi ammassati l’uno sull’altro, corpi senza testa, bambini arsi vivi.

***

A fine 2011 ci fu il primo attentato.

Esplosero due autobomba a Damasco, 34 morti secondo le autorità.

La televisione di Stato, giunta in loco pochissimi minuti dopo le esplosioni, inquadrava pezzi di essere umani sparsi sull’asfalto.

L’evento, che giungeva il giorno dopo l’arrivo degli osservatori della Lega Araba, fu il primo del genere nel conflitto siriano, non fu mai rivendicato.

Ne verranno altri, le modalità sono le stesse, lo spettacolo anche.

A partire dal 3 febbraio 2012 l’esercito governativo bombardò con l’artiglieria la città di Homs – snodo economico e strategico fondamentale per il regime – in particolare i quartieri della ribellione.

L’offensiva terminò il 14 aprile successivo, quando il regime affermerà di controllare circa il 70% della città.

Alto il prezzo pagato dalla popolazione.

La città sarà infine rasa al suolo, la sua anagrafe bruciata.

A marzo 2012 il campo profughi palestinese di Yarmuk, divenuto nei decenni un vero e proprio quartiere di Damasco, si unì alla rivolta.

Iniziò la repressione, in un’escalation che porterà al blocco totale del campo.

Come in altre zone calde la strategia del regime sarà il blocco degli accessi all’area e il martellamento tramite artiglieria.

Due anni più tardi Yarmuk sarà di nuovo in mano al regime.

Le immagini parlano chiaro, fu presa per fame.

Bambini e vecchi morivano.

Quelli ancora vivi erano ridotti a scheletri.

La stessa strategia venne messa in atto nelle aree liberate di Homs, che alla fine caddero.

Oggi il regime si esercita nella stessa pratica in altri quartieri di Damasco e ad Aleppo.

***

Nell’aprile 2012 un doppio attentato dinamitardo scosse la capitale.

55 le vittime secondo le fonti del governo.

Per la prima volta l’obiettivo era civile.

Pezzi di corpi sull’asfalto.

Il regime accusò “i terroristi” e qualche giorno più tardi su internet comparve una rivendicazione della Jabhat al-nusra, gruppo armato estremista che più tardi scopriremo essere affiliato ad al-Qa’ida, che immediatamente smentì.

Fu il mese di inaugurazione della “stagione delle stragi”.

Avvennero in paesi, piccole cittadine attorno a Homs.

Il regime faceva “pulizia” nelle aree che riteneva strategiche.

Quella di Hula è la più conosciuta, ne seguirono diverse altre, fra cui quelle di al-Buwayda al-Sharqiyya e al-Qubayr.

L’esercito chiudeva le via d’accesso all’area, bombardava con l’artiglieria.

Poi entravano in azione i “reparti speciali”, formati da civili lealisti, che facevano irruzione nelle case e uccidevano chiunque trovassero.

Le immagini fecero il giro del mondo.

Case distrutte, corpi ammassati, messi in fila.

Gli eventi vennero definiti dagli analisti un “punto di svolta” del conflitto.

Ma l’atteggiamento degli attori internazionali non mutò.

Nei fatti la strage di Hula determinò la fine del “cessate il fuoco” che, mai davvero rispettato, era stato annunciato dall’inviato dell’ONU Kofi Annan il 4 aprile precedente.

***

Il 17 luglio 2012 partì una grande offensiva dei gruppi ribelli, fra i quali figuravano già un buon numero di formazioni di spiccato carattere confessionale.

Gli obiettivi erano le principali città (il 19 luglio inizia la battaglia per Aleppo, ancora in corso).

Iniziò la guerra, una guerra asimmetrica e sempre più sporca.

Iniziò a manifestarsi, anche, il gioco della guerra per procura.

Iran (e poi Hezbollah e milizie sciite iraqene) e Russia con Asad, gli arabi del Golfo e la Turchia con la ribellione.

Polarizzazione in senso confessionale.

Gli Stati Uniti e l’Europa rimasero nel limbo.

La Cina alla finestra.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite immobilizzato.

***

Il 3 novembre 2012 l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani denunciava l’esecuzione sommaria di militari dell’esercito regolare siriano catturati dai ribelli.

Questo e altri fatti avvennero nonostante l’Esercito Siriano Libero si fosse dato in agosto un “codice di autoregolamentazione” per impedire eccessi di questo genere.

Il fondamentalismo intanto montava, le brigate si radicalizzavano.

I combattenti non siriani, da ambo le parti, erano ormai una realtà tangibile.

Entrava in scena l’aviazione del regime, coi razzi.

Bombardavano scuole, ospedali, istallazioni civili.

Nel gennaio 2013 venne colpita l’università di Aleppo.

Era giorno di esami, fu una strage.

Nello stesso mese, nella stessa città, corpi senza vita emersero dal fiume Qweyq.

Erano circa 80 persone giustiziate dai lealisti con un colpo di pistola, legate mani e piedi e gettate in acqua.

Più avanti iniziarono a manifestarsi le evidenze di attacchi chimici, bombe incendiarie, gas.

Caddero anche bombe a grappolo.

Corpi martoriati, persone che scavano, persone intossicate e poi morte asfissiate.

Il flusso dei profughi e degli sfollati aumentava esponenzialmente.

Pestaggi, umiliazioni, stupri, accanimento su corpi esanimi, processi sommari, fucilazioni ed esecuzioni efferate da ambo le parti.

Un combattente di Homs la cui famiglia era stata sterminata dai lealisti strappò il cuore dal corpo di un militare di Asad, lo portò alla bocca nell’atto di mangiarlo.

La spirale della vendetta sembrava non conoscere fine.

E fecero la loro comparsa i barili bomba: ordigni ciechi, senza propellente, armi di distruzione di massa destinati ad uccidere indiscriminatamente.

Le vittime erano quasi soltanto civili, puro terrore.

***

Nell’aprile 2013 infine fece la sua comparsa lo Stato Islamico di Iraq e Siria (ISIS) che operava inizialmente a cavallo fra le frontiere siriana e iraqena.

La situazione, lo avrete capito, era già ampiamente deteriorata.

L’Esercito Siriano Libero soccombeva, mancava di logistica e coordinamento.

Diverse brigate avevano cambiato bandiera, si rafforzavano e si federavano le formazioni jihadiste, meglio equipaggiate e foraggiate.

Altre, lasciate a se stesse, si abbandonavano a razzie, gestivano i traffici di armi, agivano come veri e propri gruppi criminali.

A Qusayr l’aviazione lealista bombardò i civili in fuga dalla città dopo la conquista della cittadina da parte dell’esercito siriano e del libanese Hezbollah.

Nella Ghuta di Damasco il regime bombardò col sarin.

L’ISIS occupò l’est del paese, abbandonato dal regime, e guerreggiò a nord.

Mentre Asad teneva l’esercito nelle caserme, ISIS prendeva possesso del territorio e dell’amministrazione.

Combatteva contro i gruppi armati anti-regime, si accaniva contro gli attivisti, incarcerava gli esponenti della società civile, li uccideva in piazza di fronte alla popolazione e poi esponeva in pubblico i loro corpi crocifissi.

Si apriva un nuovo fronte per l’eterogeneo fronte anti-Asad, anche l’ISIS era “il nemico”.

***

Ecco, questo ho visto io in questi anni.

Un colpevole: il regime di Bashar al-Asad, spalleggiato dai suoi complici d’oriente e d’occidente, avallato dai silenzi di chi nel mondo voltava le spalle e chiudeva occhi e orecchie.

Una risposta: l’aumento esponenziale dell’esercizio della violenza.

Un esito: la barbarie.

***

Il 16 aprile 2013 l’ONU invocava la pace in Siria, usando le facce di ben cinque responsabili di agenzia (OCHA, PAM, UNHCR, UNICEF, OMS).

Una di queste cinque facce, quella del Direttore dell’Alto Commissariato per i Rifugiati, che si chiama António Guterres ed è stato Primo ministro nel suo paese, il Portogallo, parlò con i giornalisti dell’Economist.

Spiegò loro che la guerra in Siria, secondo il suo modesto parere di uomo che di conflitti ne ha visti decine, era la più brutale dal 1989 – cioè dalla fine “dichiarata” della Guerra fredda – a oggi.

Lo era dalla prospettiva dell’impatto sulla popolazione e da quella della percentuale totale della popolazione in stato di bisogno.

In quegli stessi giorni tornava dalla Siria Amedeo Ricucci, cronista di guerra di lungo corso, una specie di Guterres italiano nel suo campo, dopo essere stato ostaggio di una brigata di qaidisti che, proprio in quei giorni, passava dalla Jabhat al-nusra all’ISIS.

La cosa più importante che disse, appena sceso dall’aereo, non riguardava la Siria in sé, ma il fatto che fosse diventato quasi impossibile raccontare la Siria.

Da una parte, già allora, c’era un regime che considerava “obiettivi militari” tutti coloro che entravano nel paese “illegalmente”.

Dall’altra un groviglio di fazioni armate che dimostravano di non aver più alcuna fiducia nel “potere della stampa” e di non farsi scrupoli di fronte alla prospettiva di qualche vantaggio economico (o nel caso dell’ISIS anche propagandistico).

In mezzo c’erano decine, centinaia di giornalisti, per lo più siriani “freddati con colpi di arma da fuoco alla testa, torturati a morte, sequestrati e mai più tornati a casa” (fonte).

***

Bene, prendete in considerazione le due coordinate della “brutalità” e del “silenzio” e consideratele in atto su una scala temporale sempre più ampia o, se preferite, su una scala di potenza sempre maggiore.

Su un tratto temporale breve incontreremo il tiro a segno del regime sui manifestanti e, poco più in là, il massacro di Hula o i “massacri del pane”, quei “punti di svolta” che, se ignorati (cosa di fatto avvenuta), rendono ancora più clamoroso il silenzio.

Su un tratto di media lunghezza – ad esempio dall’inizio della rivolta fino all’aprile 2013 – troviamo 70.000 morti e 6 milioni e mezzo di rifugiati o sfollati.

Parliamo di numeri, qui, di numeri in progressione, ovvero di qualcosa che ci “risveglia l’attenzione” in occasione di cifre tonde (100.000!) o di salti di scala (1:10!).

E su un tratto lungo?

Sul tratto lungo c’è un crimine di inaudita brutalità reso possibile da un silenzio ormai definitivo, una cosa così spaventosa da renderne addirittura scabrosa la menzione.

Sul tratto lungo c’è una cosa che si chiama sterminio.

***

Siamo arrivati a settembre 2014, è passato un anno e mezzo.

I morti sono triplicati.

Un terzo degli abitanti della Siria, 8 milioni di persone, è fuggita dal paese, vive la condizione di profugo.

Non si contano più gli sfollati interni.

Da gennaio, l’ONU ha smesso di contare i morti.

Noi però da queste parti parliamo solo dell’ISIS, e solo nella misura del fatto che l’Occidente “è in pericolo”.

E questo non lo dico per cercare di smuovere qualche coscienza.

Lo dico perché sono certo che a molti, oggi, sfugge un aspetto centrale del “problema mediorentale”: la Siria di Asad.

Però, per parlare dell’oggi, delle preoccupazione dei nostri Ministri dell’interno, dei tagliatori di teste anglofoni e delle teste mozzate in Iraq, uso le parole di Zanzuna (uno pseudonimo).

L’articolo, che qui riporto per intero, è apparso il 9 settembre su SiriaLibano.

Siria, in carcere chi chiede dei militari scomparsi

Non ha usato mezzi termini il presidente americano Barack Obama quando, nell’incontro Nato tenutosi venerdì a Newport in Gran Bretagna, ha parlato dei mezzi per sconfiggere lo Stato islamico. Non ha utilizzato l’espressione “linea rossa”. Né ha insistito sulla “necessità di trovare  soluzioni politiche”.

Obama è sembrato deciso e chiaro:  “Vi è una ferma convinzione che dobbiamo agire. (…) Lo Stato islamico è una grave minaccia per tutti. E nella Nato c’è una grande convinzione che è l’ora di agire per indebolire e distruggere l’Isis”.

Da Newport 2014 a Bruxelles 2013 è passato più di un anno. Allora, la tavola rotonda della Nato aveva altre priorità, e la situazione siriana presentava realtà diverse: la Nato respinse un “intervento nel conflitto siriano, nonostante il deterioramento della situazione”.

Non sembra essere molto utile mettersi a studiare cosa è accaduto in questo periodo per capire come mai la Nato abbia cambiato idea.

Non è stato per Raqqa, la prima città uscita dal controllo del regime nel marzo 2013 e capace di gestire la sua vita civile nel primo mese di libertà, prima dell’arrivo dello Stato Islamico. Non è  stato per il massacro della Ghuta con i gas nell’agosto 2013.

Forse il caos creato dallo Stato islamico in Iraq è diverso da quello creato in Siria.  Forse solo adesso “le minoranze del mosaico religoso sono a rischio”. Forse è stato a causa della morte dei due giornalisti americani James Foley e Steven Sotloff, barbaramente uccisi dallo Stato Islamico. In questo modo il video game funziona e convince il mondo a unirsi per combattere contro i terroristi.

Anwar al Bunni, avvocato siriano da decenni in prima fila per la difesa dei diritti umani, scrive sulla sua pagina Facebook: “Non so perché il mondo vibra di panico quando centinaia di teste vengono tagliate dalla spada, ma non vibra quando decine di migliaia di persone vengono uccise dai barili esplosivi lanciati dagli aerei, o dai missili, o dalle armi chimiche, o sotto tortura (…). La risposta ha a che fare con l’identità dell’assassino? O forse con l’identità della vittima? Se l’assassino indossa l’abito laico gli è permesso forse di uccidere chi vuole e nel modo in cui lui vuole? Ma se il boia indossa l’abito religioso gli è vietato anche di urlare?”.

Due facce della stessa medaglia. Una uccide il popolo con il coltello. L’altra col veleno. Una uccide e dice “sto uccidendo e sono così”. L’altra consegna alla prima il popolo che deve essere ucciso.

Il presidente siriano Bashar al Asad ha imparato dall’esperienza americana: creare il nemico terrorista serve per diventare il baluardo contro l’integralismo da combattere con tutti i mezzi, leciti o meno. A dire il vero, Asad figlio ha imparato bene dal padre.

Per fare funzionare questo gioco chiede ai suoi militari di ritirarsi da alcune aree, lasciando scoperti molti luoghi del fronte contro lo Stato islamico. Molti suoi soldati sono così lasciati impotenti da soli ad affrontare l’attacco della marea nera dei jihadisti. Solo allora, servirà l’intervento salvifico delle truppe di Asad.

Nadin, un’attivista siriana, racconta la sua storia nelle località attorno a Tartus: “Non ci sono più uomini nei villagi alawiti. Questi villaggi sono ormai famosi perché le donne che vi abitano non hanno più un uomo al loro fianco. Gli uomini che tornano, tornano morti”.

#Wainun(“Dove sono?”) è una campagna Web gestita da attivisti siriani per chiedere che sia fatta luce sulle sorti degli scomparsi come Padre Paolo, Razan Zaytune, Samar Saleh, Mazen Darwish, Yehya Sharbaji e molti altri.

Su modello di questa campagna, i siriani fedeli ad Asad, hanno cerato una pagina Facebook in cui campeggia la foto del raìs e chiamata: “Le aquile dell’areoporto militare di Tabqa, uomini di Asad” in riferimento alla battaglia avvenuta a fine agosto nella regione settentrionale di Raqqa tra lealisti e jihadisti.

Di solito questa pagina incoraggiava i soldati a combattere nel nome di Asad. Soprattutto quelli rimasti nella base militare area di Tabqa ad affrontare lo Stato islamico. Ma quelle “aquile” sono poi state abbandonate. Senza nessun sostegno di Asad.

Ecco perché i lealisti, autori de “Le aquile dell’areoporto militare di Tabqa, uomini di Asad”,  hanno creato nella stessa pagina una sezione informativa chiamata #Wainun dove raccolgono notizie sulla sorte dei militari dell’esercito regolare scomparsi.

L’episodio di Tabqa non è stato certo l’unico. Ma è stato il più recente e quello più drammatico. Centinaia di soldati sono stati uccisi dai jihadisti. Il regime non solo non li ha difesi, non ha nemmeno parlato della loro morte nei canali televisivi governativi che hanno invece proseguito a trasmettere secondo il palinsesto regolare, con musichette e serie televisive.

I toni espressi nella pagina Web #Wainun dei lealisti mettono a nudo la rabbia e la delusione di molti sostenitori del regime: “Dove sono i nostri figli?”, hanno chiesto in molti. Come se questi seguaci di Asad si fossero accorti solo adesso del gioco e del fatto che il regime è capace di impegnare ogni energia per liberare dei rapiti russi o iraniani, ma è capace di lasciare al loro destino tragico centinaia di soldati semplici. Come carne da macello e niente più.

La pagina lealista #Wainun ha così superato la “linea rossa” indicata dal regime e dai suoi servizi di controllo e repressione. Ma non comprendete male: non è che gli agenti dei servizi sono andati a difendere i soldati di Asad al fronte contro i jihadisti. No… gli agenti sono andati ad arrestare l’amministratore della pagina Facebook e l’ideatore della campagna, Mudar Khaddur.

Khaddur è sempre stato un lealista. Poi ha perso uno dei suoi fratelli nella battaglia dell’aereoporto. E ha creato questa pagina per chiedere ad Asad e al ministro della difesa, Fahd al Frej, i motivi per cui i generali sono scappati, lasciando i soldati in mano allo Stato islamico, che prima li ha insultati e poi uccisi. Khaddur ha trascorso giorni e giorni per raccogliere informazioni sui soldati scomparsi e per dare la notizia alle loro famiglie.

Questa partita a scacchi il regime la vuole giocare fino all’ultimo. Ha capito di essere il re e di poter giocare col sangue. Non pensa di esser sconfitto solo perché fa la parte del cattivo. Non crede alle favole, dove i cattivi alla fine vengono sconfitti. A differenza di noi, il regime di Asad sa che non è “il protettore del Paese” e che non è “il protettore delle minoranze”. Lo sa bene e sorride di fronte ai proclami di Newport e Bruxelles, ai negoziati di Ginevra-2 e Ginevra-1, alle riunioni degli Amici della Siria e degli Amici del regime. Perché in questa partita a scacchi, nessuno vuole gridare “Scacco matto!”.

 

Tag: , , , ,

121 Responses to Violenza, silenzio e barbarie: quello che ho visto io della Siria

  1. francesco forlani il 12 settembre 2014 alle 10:48

    benvenuto Lorenzo
    effeffe

    • Andrea il 12 settembre 2014 alle 21:45

      Non posso credere che stiate prendendo sul serio le tesi di questo articolo. L’autore davvero considera Bashar al Asad il colpevole principale delle atrocità in Siria? e davvero crede che la guerra sia iniziata per la necessità di sedare dei pacifisti?

      • lorenzo declich il 13 settembre 2014 alle 11:11

        E qual’è la tua tesi?

        Qui c’è ciò che ho visto io. Ed è un qualcosa che ha a che vedere molto parzialmente con ciò che tu credi sia la mia tesi.

        Tu cos’hai visto?

        • Andrea il 14 settembre 2014 alle 11:34

          Ho visto quel virus, apparentemente invisibile, coi mille occhi dei miei compagni siriani, alcuni fuggiti da Aleppo, o da Damasco, altri bloccati con le proprie famiglie, altri ancora rimasti per non abbandonare le proprie case alla razzia dei “ribelli”, cioé il virus introiettato dall’esterno, il combattente mercenario magari disperato spesso fanatico (due esempi diversi: Fronte al-Nusra, Stato Islamico, e poi ecc… ) a cui della Siria e della libertà dei siriani non può fregargliene di meno, instradato e ammaestrato da potenze tendenzialmente occidentali nel sistema Siria (esattamente come era stato fatto un pò prima in Libia) per creare un Caos funzionale, e non certo al benessere dei siriani, piuttosto alle strategie geopolitiche occidentali, naturalmente Usa più che europee. La Siria infatti è una storica alleata della Russia.
          Quei siriani pacifisti avranno avuto da ridire, naturalmente, giustamente, su chissà quante cose dell’operato di Bashar al-Assad, ma sono convinto che, quando è iniziato lo stato di guerra, nessuno di loro era contro Bashar al-Assad, perché in quel momento era come combattere contro se stessi e a favore del vero nemico, il cosiddetto ribelle combattente, in realtà un mercenario che operava contro l’interesse del popolo siriano.
          Non ti sei reso conto che quasi tutto ciò che è stato imputato a Bashar al-Assad era invece opera dei ribelli?

          • lorenzo declich il 15 settembre 2014 alle 10:41

            Le carceri siriane, nonostante le amnistie di Asad, sono piene di quegli attivisti di cui parli. I morti per tortura non si contano. Human Right Watch, già diversi mesi fa, fece la mappa dei centri di tortura governativi. La teoria della cospirazione dall’esterno è luogo comune dei dittatori. Una volta uscì fuori che i manifestanti erano drogati da al-Jazeera. Non scherzo. La guerra per procura in Siria c’è, ma c’è anche (tuttora) la rivolta dei siriani contro Asad. Nelle celebrazioni per il terzo anno dall’inizio della rivolta un uomo scriveva su un cartello: “tre anni di bombe e morte, tre anni di orgoglio e dignità”. Il “popolo” non sta con Asad.

        • Andrea il 15 settembre 2014 alle 15:39

          FACEVO riferimento alla politica internazionale, niente a che vedere con la teoria della cospirazione!
          Sarebbe interessante inoltre approfondire (anche le bufale hanno i loro diritti) il discorso sulla mappa di tortura dei centri governativi fatta da Human Right Watch.
          Sono d’accordo con i commenti fatti dal signor ng, più sotto; la situazione in Siria è molto più complessa di come è stata rappresentata da te, la tua lettura del contesto siriano è troppo univoca, e per di più, mi permetto di dire completamente sbagliata.

          • Andrea il 15 settembre 2014 alle 15:51

            Non voglio escludere che siano esistiti dei centri di tortura governativi in una situazione di guerra come quella. Figuriamoci, dovremmo farle anche in Italia queste mappe? Però quando dico bufale mi riferisco alla impossibile credibilità di un ente come Human Right Watch in questo contesto specifico, in cui, se pensi davvero di offrire una lettura convincente dei fatti basandoti solo ed esclusivamente, come sembrerebbe, sui comunicati delle agenzie di stampa occidentali (e purtroppo anche dei loro enti umanitari) secondo me non stai muovendo un solo passo nella giusta direzione.

          • lorenzo declich il 15 settembre 2014 alle 19:25

            Andrea, non voglio dire che questa è una provocazione, voglio risponderti sul tuo stesso tono.

            Hai torto, mi dispiace, purtroppo non hai nessun elemento per giudicare, e si vede da ciò che scrivi. La tua versione dei fatti, qualora esista, è sbagliata. Sembrerebbe inoltre che tu non sappia assolutamente nulla della Siria. Ti invito quindi a informarti. Un saluto e, anche a te, un affettuoso abbraccio.

            E con questo chiudiamola, che davvero non c’è più niente da dire.

            [p.s. L’asadista “classico” squalifica una fonte o l’avvalora in base al suo tornaconto. Probabilmente Andrea non è un asadista ma si comporta come tale. Gli asadisti usavano HRW quando l’organizzazione denunciava – a ragione – i crimini commessi dagli anti-asad, l’hanno poi attaccata quando si parlò di centri di tortura governativi. E’ uno dei mille esempi, dei quali un giorno si potrebbe narrare una sociologia]

          • lorenzo declich il 15 settembre 2014 alle 19:43

            Comunque, visto l’interesse, inserisco qui il link.
            Invito anche a leggere i report.
            http://www.hrw.org/interactive-map-syria-torture-centers

        • Andrea il 16 settembre 2014 alle 00:36

          Si, possiamo chiuderla qui, anche perché resta questo stato di disaccordo totale. Ovviamente non sono a favore delle dittature. Ho molti amici siriani (alcuni di loro lavorano per le Nazioni Unite a Ginevra) altri sono riusciti a scappare da quella terra solo pochi mesi fa; io ho semplicemente potuto confrontare il mio punto di vista con il loro. Ti ringrazio per il link.

  2. sparz il 12 settembre 2014 alle 10:57

    grazie Lorenzo, finalmente qualcosa di autentico sulla Siria.

  3. gianni montieri il 12 settembre 2014 alle 11:00

    splendido. grazie

  4. rmorresi il 12 settembre 2014 alle 11:16

    ciao lorenzo, benvenuta chiarezza

  5. lorenzo declich il 12 settembre 2014 alle 11:21

    grazie a voi!

  6. carlo carlucci il 12 settembre 2014 alle 11:37

    Questa forma asciutta, essenziale, empatica……
    Siria, Iraq, Egitto…da dove proveniamo…
    Poi l’impero Ottomano, poi gli inglesi che hanno disegnato alla meglio confini geopolitici, poi il Petrol(d)io.
    Dove si andrà?
    Grazie per aver ricondotto questa tragedia in punti a,b,c,c…finalmente comprensibili.

  7. davide orecchio il 12 settembre 2014 alle 12:22

    Complimenti, Lorenzo, e benvenuto. Non è una sorpresa, la tua competenza su questi temi. Ti leggo da anni, ma adesso è bello leggerti qui.

  8. helena il 12 settembre 2014 alle 13:22

    L’ho riletto: mi veniva da piangere ma poi la spinta si fermava. L’orrore, l’orrore cit), fa questo effetto.

  9. Mariateresa il 12 settembre 2014 alle 16:17

    Ma li leggono articoli di questo tenore, altissimo tenore, ai vertici della diplomazia? Per quanto riguarda Ricucci, forse non racconterà la Siria ma l’altra sera in un Porta a porta invedibile che infatti ho interrotto subito dopo il suo intervento, Ricucci ha detto con forza che ci sono migliaia e migliaia di pacifisti in Siria ma nella tv italiana e per i vari interventisti, conta solo l’opinione di quel guerrafondaio di Luttwak, oscuro agente della Cia che tanto seguito ha da noi…E’ scandaloso quello che si cerca di fare: bombardamenti dall’alto contro indistinti gruppi terroristi, armi ai curdi del Pkk, fino a ieri nemici giurati dell’occidente e blocco sostanziale della diplomazia. Alla faccia dei Nobel per la pace! Fermiamo questa follia…

  10. véronique vergé il 12 settembre 2014 alle 18:06

    La guerra occupa la mente, invade poco a poco la nostra realtà.
    Il testo – diario di guerra in Siria di Lorenzo Declich- mostra quello che non vogliamo vedere.
    E leggendo, non si puo distogliere lo sguardo.
    E’ lì il corpo torturato.
    L’Isis mi spaventa, perché la sofferanza di una donna, la sua
    mutilazione e la sua tortura sono
    una ferita che non posso immagire
    con il mio corpo di donna.

    L’articolo di Lorenzo mi disturba nel buon senso. Quale frontiera tra un intervento militare e un appoggio a Bashar El Assad?

    Una domanda: perché su NI nessuno articolo scritto sulla condizione delle donne in Irak?
    Perché questo silenzio?
    Perché il silenzio sulle donne
    carne di sacrificio, altare delle barbarie?
    Perché il silenzio sulle donne scomparse in caserme?
    I gridi di queste donne mi sono insopportabili.

  11. virginialess il 12 settembre 2014 alle 19:38

    La lettera di Khalifa chiedeva, in febbraio, che si appoggiasse la rivolta democratica. Non si è fatto e a poco serve ragionare sui “se”. Ora c’è l’Isis, la psicosi del terrorismo, bombardiamoli tutti, armiamo i curdi ecc. Malissimo tutto.
    Ipotesi alternative?

  12. lorenzo declich il 13 settembre 2014 alle 11:14
  13. carlo carlucci il 13 settembre 2014 alle 14:25

    Era difficile mettere mano nel guazzabuglio (sanguinosissimo e terribile) siriano. L’articolista ha fatto del suo meglio, senza presunzione alcuna, delineando con chiarezza le fasi, le tappe della escalation. Ha fornito senza prosopopea e senza compiacimento alcuno quella che potrebbe essere una forma di approccio, una forma di giornalismo nuovo, una narratio radicalmente diversa…Nella storia dei se e dei poi uno può dire ‘ma se si lasciava in pace il dittatore Assad…’, è un opinare come un altro, come è un opinare della presenza americana….La cosa in sè, molto apprezzabile è il modo in cui i fatti si dipanano, la forma (nuova e originale) con la quale…..

  14. Silvia Contarini il 13 settembre 2014 alle 19:32

    molto chiaro e molto interessante; grazie Lorenzo e benvenuto!

  15. andrea inglese il 14 settembre 2014 alle 14:26

    Grazie a Lorenzo Declich, e anch’io ti dò il benvenuto tra gli indiani.

    Una riflessione dopo averti letto. A grandi linee, quello che tu ha scritto qui, è quello che, avendo seguito con un minimo di costanza gli organi d’informazione anche generalisti, dovremmo avere tutti abbastanza chiaro in mente. Ovviamente parlo delle grandi linee. Ciò però di cui mi sono accorto subito è che la situazione siriana ha avuto come un effetto di paralisi sui tradizionali schemi di lettura della politica internazionale sia a destra che a sinistra. Ci tengo a ricordarlo qui, ma lessi abbastanza presto articoli sul “Manifesto” che enfatizzavano la tesi dell’infiltrazione per mano occidentale. Il che, in definitiva, aveva come conseguenza di squalificare la ribellione siriana, e in qualche modo alleggerire le responsablità di Asad.
    Per me quella è stata la spia della difficoltà ormai crescente, anche nella sinistra più avveduta, di leggere gli eventi di politica internazionale, con le categorie di una critica all’imperialismo che si edificata nel corso della seconda metà del Novecento.
    Insomma, siamo di fronte a un duplice problema: troppo spesso manchiamo d’informazioni articolate e di fonti dirette. Ma a volte anche le buone informazioni, possono essere distorte dalle categorie interpretative obsolete o fuorvianti.

    • lorenzo declich il 15 settembre 2014 alle 09:11

      Le due cose si intrecciano. Dal mio osservatorio ho sempre constatato (e rilevato pubblicamente) tutta l’inadeguatezza di alcuni strumemti dell’analisi e della critica ma, nel caso siriano, ho visto esplodere la situazione. La questione delle fonti è molto lunga da trattare ma, sommariamente, posso affermare che l’ingresso dell’attivismo mediatico e il contemporaneo occultarsi della fonte giornalistica “classica” ha reso impervio il percorso di lettura dei fatti. La reazione a questa nuova complessità è stata spesso una tendenza a semplificare muovendosi su traiettorie già praticate e, in passato, tutto sommato “sufficienti”. Ad esempio nel caso dell’imperialismo la semplificazione ha schiacciato l’emersione di nuove problematiche, ad esempio le dinamiche di potenza degli attori regionali che non sempre (vedi ad esempio l’Arabia Saudita) agiscono come “il braccio dell’impero”. Di qui, anche, le tendenze a interpretare gli eventi con teorie del complotto. Con dolore ho compreso fino in fondo il provincialismo di molta sinistra italiana su temi internazionali, col quale dovremmo fare i conti.

  16. ng il 14 settembre 2014 alle 19:23

    La forma narrativa di questo articolo rischia di far passare per verità «cose» che in realtà non sono affatto «chiare».

    Un esempio.

    Declich scrive: «Nella Ghuta di Damasco il regime bombardò col sarin».

    Ma l’attribuzione della strage è ambigua, e non c’è nulla che confermi la responsabilità del governo; anzi …

    Mi lascia perplesso anche il tono di benevolenza con cui l’autore parla dell’Esercito Siriano Libero. È davvero così poco importante il fatto che è la componente su cui più hanno puntato gli Usa, in funzione anti governativa prima e ora in funzione anti-Isis? È davvero irrilevante il fatto che abbiano ricevuto, fin dall’inizio, finanziamenti quanto meno dubbi (Turchia? Qatar? etc.)? E che dire del ruolo svolto dall’ESL nel rapimento dei giornalisti Domenico Quirico e Pierre Piccinin? Etc., etc. …

    In alcuni passaggi la tensione anti-Asad porta a delle forzature narrative che aprono scenari di senso ambigui; un esempio di ciò è l’inciso riferito alla televisione di Stato («giunta in loco pochissimi minuti dopo le esplosioni»): non ha alcun valore documentale e davvero non c’entra niente col fatto in sé, a meno che non si voglia sottindendere (e così io l’ho letto) che fossero pre-informati di ciò che sarebbe accaduto, e che dunque, per semplice scatto mentale, il governo sia il vero responsabile dell’attentato (che difatti userà la scusa degli attentati per «bombardare i quartieri della ribellione»).

    Dove parla degli attentati, Declich punta narrativamente a fare risaltare di più la reazione del governo, con tanta enfasi sull’alto «prezzo pagato dalla popolazione» ma senza nessuna indicazione sui possibili colpevoli. Già, chi ha commesso gli attentati? Nessun sospetto sulla responsabilità dei ribelli, che magicamente spariscono nella narrazione di questi eventi …

    Detto ciò, più che l’articolo, che comunque ha una sua dignità, mi irritano i commenti a-critici che lo seguono. Ma tant’è …

    @ Andrea (permettimi la battuta):
    le «categorie interpretative» nuove sono in gestazione in parlamento, ricordi?

    • lorenzo declich il 15 settembre 2014 alle 10:31

      > Declich scrive: «Nella Ghuta di Damasco il regime bombardò col sarin». Ma l’attribuzione della strage è ambigua, e non c’è nulla che confermi la responsabilità del governo; anzi …

      Sulla Ghuta ho letto fino allo sfinimento, dai rapporti tecnici indipendenti, alle cronache sul campo, alle relazioni dell’ONU, fino alla pubblicistica di propaganda del regime, spacciata spesso per “studio scientifico”.

      La rete è letteralmente piena di “letteratura” sul caso, da ultimo arriva Hersch, che usa una fonte di intelligence della quale non ci fornisce dettagli. Ed espone la teoria di una cospirazione proprio nei giorni della “linea rossa”.

      Mi sono formato un’idea, l’ho esposta.

      Ti dirò di più: in nessuno degli eventi che ho qui raccontato il regime ha ammesso la propria responsabilità.

      Hula, i massacri, le esecuzioni ad Aleppo, i missili sull’Università sono stati occultati o attribuiti ai “terroristi”.

      Qui, da noi, decine di “controinformatori”, in buona e cattiva fede, hanno messo in dubbio le responsabilità del regime su questi e altri fatti.

      Mentre sulle pagine pro-Asad c’era chi faceva l’elogio dei barili bomba, inneggiando allo sterminio, qui da noi qualcuno metteva in dubbio l’esistenza stessa dei barili bomba.

      > Mi lascia perplesso anche il tono di benevolenza con cui l’autore parla dell’Esercito Siriano Libero. È davvero così poco importante il fatto che è la componente su cui più hanno puntato gli Usa, in funzione anti governativa prima e ora in funzione anti-Isis? È davvero irrilevante il fatto che abbiano ricevuto, fin dall’inizio, finanziamenti quanto meno dubbi (Turchia? Qatar? etc.)? E che dire del ruolo svolto dall’ESL nel rapimento dei giornalisti Domenico Quirico e Pierre Piccinin? Etc., etc. …

      Non credo di avere espresso benevolenza.

      Trattare dell’argomento dei finanziamenti all’ESL comporta trattare dei finanziamenti al regime.

      Di questi finanziamenti al regime, però, tu non fai menzione e a questo punto mi chiedo perché.

      Chi è il “benevolente”?

      I finanziamenti hanno a che vedere con il capitolo “guerre per procura”, che non era il tema del pezzo (sebbene la cosa, visto l’intento, è stata indicata).

      Questo non è un articolo di geopolitica, parla di repressione e guerra, di esercizio della violenza, di barbarie, di responsabilità.

      Afferma che il regime di Asad, per rimanere al potere, ha messo a ferro e fuoco un paese, ha adottato una strategia di sterminio, e tutt’ora la cosa è in atto.

      Su questo mi attendo repliche.

      Per tutto il resto c’è solo il bisogno di documentarsi davvero e di farsi una propria idea davvero.

      Io ho fatto questo, e ho visto questo.

      > In alcuni passaggi la tensione anti-Asad porta a delle forzature narrative che aprono scenari di senso ambigui;

      Vedo intrufolarsi il “sospetto” che io abbia manipolato le informazioni avendo una “tensione”.

      Invece il mio intento è chiaro: esporre il mio punto di vista, che non è neutrale.

      > un esempio di ciò è l’inciso riferito alla televisione di Stato («giunta in loco pochissimi minuti dopo le esplosioni»): non ha alcun valore documentale e davvero non c’entra niente col fatto in sé, a meno che non si voglia sottindendere (e così io l’ho letto) che fossero pre-informati di ciò che sarebbe accaduto, e che dunque, per semplice scatto mentale, il governo sia il vero responsabile dell’attentato (che difatti userà la scusa degli attentati per «bombardare i quartieri della ribellione»).

      Il mio lavoro sulla Siria è pubblico e pubblicato. Le mie idee sui primi attentati anche.

      Riguardo al “valore documentale” in senso generale: in questi anni tutte le fonti di informazione sono state fatte oggetto di discussione. Il 100% delle affermazioni che faccio in questo articolo rispondono all’idea che ho dei fatti dopo aver consultato le fonti che ho raggiunto. Niente di più, niente di meno.

      > Dove parla degli attentati, Declich punta narrativamente a fare risaltare di più la reazione del governo, con tanta enfasi sull’alto «prezzo pagato dalla popolazione» ma senza nessuna indicazione sui possibili colpevoli.

      Vedo che “il sospetto” si afferma a chiare lettere.

      Avrei un obiettivo a cui punto “narrativamente”.

      Ma la mia posizione è evidente a tutti, non ho motivo di “puntare narrativamente” ad alcunché.

      Ripeto, i primi attentati rimangono non rivendicati.

      L’ambiguità è nei fatti, non nelle conclusioni.

      Non mi sono soffermato sulle accuse reciproche.

      Parallelamente mi sembra di aver espresso con chiarezza il fatto che l’esclation della violenza e l’imbarbarimento hanno coinvolto tutti.

      > Detto ciò, più che l’articolo, che comunque ha una sua dignità, mi irritano i commenti a-critici che lo seguono. Ma tant’è …

      Non vorrei ferire il tuo ego, ma davvero delle tue pagelle faccio a meno. E delle tue irritazioni anche.

      Quanto a questo tentativo di diffondere il sospetto.

      Di “dubitatori” e “negatori” è pieno il mondo. L’ambiguo sei tu.

      Se hai un’idea chiara delle responsabilità affermala, ne parliamo.

      • ng il 15 settembre 2014 alle 11:18

        Io ho commentato il tuo articolo, non la situazione in Libia. Le cose che ho scritto sono in relazione alle tue parole, and stop. Pretendere da me altro è non avere il senso della misura.

        Sulla strage di Ghuta sei evasivo. Non è proprio indifferente sapere se la responsabilità è da attribuirsi al governo o ai ribelli. Tu ti sei formato l’idea che il governo sia il colpevole. Legittimo, certo; ma è altrettanto legittimo sospettare, e proprio vista la non chiarezza dei fatti, che la tua idea sia figlia di un “partito preso” che non riesce a vedere al di là del proprio naso.

        La prova? Sugli attentati ti trinceri dietro «l’ambiguità dei fatti». Ma i fatti non sono ambigui anche nel caso di Ghuta?

        La benevolenza rispetto all’ESL è nelle tue parole. Ma chiunque potrà verificarlo da sé.

        Ma smetto. Il tono delle tue risposte è insolente. Buona bile.

        Compimenti a Nazione Indiana per averti accolto in redazione.

        • ng il 15 settembre 2014 alle 11:56

          Siria in luogo di Libia, of course

        • lorenzo declich il 15 settembre 2014 alle 12:03

          Scusami, dai per scontato che io stia conducendo una sorta di battaglia nascosta. Sono ambiguo, “punto narrativamente” a qualcosa, sono evasivo, mi tricero dietro qualcos’altro. Questo è profondamente offensivo. Stai creando uno scontro e inoltre, ora, ti poni come vittima. Qui mi fermo, ricordandoti i tuoi giudizi sprezzanti e le tue insinuazioni (quelle sì, violente).

          • ng il 15 settembre 2014 alle 12:34

            Sei completamente fuori strada. Fare dei rilievi, mettere in dubbio alcune tue affermazioni, sottolineare alcune ambiguità, o anche solo esprimere dei dubbi sul tuo “partito preso”, non è sottintendere che stai facendo «una sorta di battaglia nascosta». Io questo proprio non lo penso. Penso, questo sì, che in taluni passaggi la foga anti-Asad ti prenda la mano … E tanto per dirla chiara: io non ho difficoltà a stare con la rivolta contro il regime, che reputo sacrosanta. Ciò non toglie che ad un certo punto, e proprio in coincidenza con certe aperture del governo, parti importanti della rivolta, e l’ESL prima di tutti, hanno puntato alla guerra civile; ed è qui che si fanno importanti i rapporti internazionali e i finanziamenti e le spinte eterodirette … Tu non dici niente su ciò, in un certo senso rendi astratta la rivolta, come se si trattasse di un evento narcotizzato sotto una cupola di vetro e indifferente a ciò che succede intorno …

  17. véronique vergé il 14 settembre 2014 alle 21:39

    Ng,

    L’articolo inizia con “quello che ho visto”; non pretende alla verità.
    Propone una lettura nuova.
    Nella lettura di una guerra entrano molte immagini o molti vuoti.
    Avrei scritto sul corpo torturato delle donne.
    La schiavitù.
    Il silenzio e la scomparsa.
    E’una manera di leggere la guerra.

    La mia critica è che non ho letto ancora su Nazione Indiana un articolo su queste donne rapite o sulle guerriere che affrontano con un raro coraggio l’Isis.

    • ng il 14 settembre 2014 alle 22:00

      Una «lettura nuova» può essere anche sbagliata, non credi?

      Non tutti gli occhi ci vedono bene.

      E in ogni caso, l’articolo ha degli spunti interessanti, o per lo meno è uno stimolo all’approfondimento; cionodimeno, ha lacune dovute non tanto allo sguardo parziale, quanto ad alcune connessioni non rilevate. Se omesse coscientemente o dovute all’incompetenza dell’occhio personale, non sta a me dirlo.

      Le uniche donne «guerriere» sul campo sono le curde, troppo in odore di marxismo o infarcite di ideologia «anti-imperialista» per meritare una nota.

      • lorenzo declich il 15 settembre 2014 alle 10:59

        NG, mi piacerebbe che esponessi queste lacune e queste connessioni non rilevate.

        Così capiamo cosa i tuoi occhi vedono e se ci vedono bene.

        E’ molto, molto facile salire in cattedra, NG.

        Meno facile è far lezione.

        Ma, ti prego, passa dalla negazione alla affermazione, altrimenti fai solo fango.

        • ng il 15 settembre 2014 alle 11:07

          Le connessioni sono quelle accennate nel precedente commento.

          Il tono delle tue risposte è violento oltre misura.

          • lorenzo declich il 15 settembre 2014 alle 12:05

            Quindi solo accenni.

            Sulla supposta violenza dei miei toni: non vorrei avessi confuso l’idea di contraddittorio con quella di violenza.

            Ma va bene lo stesso, un abbraccio.

        • ng il 15 settembre 2014 alle 12:41

          Ti ricordo che io agisco nello spazio dei commenti, che funziona proprio «per accenni».

          Comunque, se l’abbraccio non è stritolante lo accetto, ricambiandolo con una piccola nota filologica:

          il «contradditorio» è aprire uno «scontro» tra posizioni diverse …

          • andrea inglese il 15 settembre 2014 alle 17:23

            “Ti ricordo che io agisco nello spazio dei commenti, che funziona proprio «per accenni».”

            Mi dispiace ma questa è malafede. Da quando NI esiste, lo spazio dei commenti, per chi voleva partecipare a una discussione, è stato aperto a tutte le tipologie di interventi: in questo spazio sono stati scritti micro-saggi, incollati interi articoli, elencati link a fonti determinate.

          • ng il 15 settembre 2014 alle 20:11

            Malafede??

            Andiamo, non renderti ridicolo.

            Ritengo scorretto pretendere da chi commenta lo stesso rigore di chi posta in home. Punto. E ciò al di là che possa darsi il caso che il commento sia qualcosa di più che un semplice commento. Per altro, e tu Andrea lo sai benissimo, io sono solito intervenire sempre ARGOMENTANDO, e dunque rimando al mittente l’accusa di scorrettezza.

  18. yusssf il 15 settembre 2014 alle 11:47

    difendere bashàr e colleghi equivale dire che gli arabi hanno bisogno di dittatura e repressione altrimenti si scannano a vicenda in nome di Dio. C’è un molto snobismo razzista nel pensarla così. Difendere bashàr significa essere stalinisti o oltranzisti della teoria del meno-peggio.
    sulle bombe a Damasco solo tre parole: strategia della tensione, anche qui da noi qualcosa ne sappiamo.

  19. Francesco il 15 settembre 2014 alle 13:02

    Sulla questione attacchi con i gas da parte di Assad c’è poco da dire: è stato l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, pubblicato a fine agosto, a certificarlo: solo ad aprile 8 attacchi con armi chimiche da parte dell’esercito di Assad contro la popolazione civile. A distanza dunque di diversi mesi dal presunto smantellamento degli arsenali del regime e dall’attacco di Ghouta che fu opera di Assad. Fu poi lo stesso Ban Ki Moon ad attribuire la responsabilità al regime in una dichiarazione pubblica dopo la prima visita degli ispettori nel Paese. (Poi naturalmente si può dire che l’Onu è al servizio degli sgherri americani ecc. ma si dimenticherebbe in questo caso che la stessa Onu era contraria all’attacco aereo Usa ecc. ). I barili bomba sono stati usati indiscriminatamente dal regime su città e popolazione inerme, così come il campo-quartiere di Yarmouk palestinese è stato assediato dall’esercito regolare fino a vedere gli abitanti morire di fame come non accadeva dalla seconda guerra mondiale. Lo stesso è avvenuto in altre città. E’ un fatto certificato dai media e dalle agenzie di tutto il mondo – oltre che dall’evidenza dei fatti, dalla sproporzioni delle forze militari in campo e via dicendo – che la stragrande maggioranza dei 220mila morti siriani siano stati causati dal regime al potere. Il mito di un Assad anti-imperialista è ormai solo grottesco, si tratta di una dittatura efferata che ha torturato, ucciso e provocato milioni di profughi. I crimini tremendi dell’Is non cancellano o diminuiscono questa realtà, semmai sommano barbarie a barbarie e contribuiscono a tenere nel terrore un popolo che si era sollevato chiedendo libertà e più giustizia. (Ed è veramente pazzesco che gente che si crede di sinistra non capisca e accetti questa semplice realtà).

    • ng il 15 settembre 2014 alle 20:24

      «Indaghiamo su quattordici casi sospetti di uso di armi chimiche, ma non abbiamo stabilito chi sia responsabile»

      Il presidente della Commissione, Paulo Pinheiro, durante una conferenza stampa del Rapporto (Il Sole 24 Ore).

      «Non conosciamo gli autori, i responsabili. Non abbiamo conclusioni», sempre Pinherio (Il Messaggero).

    • ng il 15 settembre 2014 alle 20:27

      Ban ha riferito ai 15 membri sul rapporto redatto dagli ispettori in merito all’uso di armi chimiche in Siria.
      «Sulla base delle prove ottenute durante le nostre indagini condotte sugli scontri di Goutha, la conclusione è che il 21 Agosto 2013 armi chimiche sono state utilizzate nel conflitto in corso tra le parti nella Repubblica araba di Siria, anche contro civili, compresi bambini, su una relativamente vasta scala», si legge nelle conclusioni alle quali sono arrivati gli esperti guidati da Ake Sellstrom.

      Il segretario generale tuttavia frena su ogni attribuzione di responsabilità: «La squadra di Ake Sellstrom ha determinato il fatto che sono state utilizzate armi chimiche». «Il loro mandato – ribadisce Ban in conferenza stampa – era determinare se tali armi fossero state usate, non da chi».

      La Stampa

    • ng il 15 settembre 2014 alle 20:28

      Ovviamente Il Sole 24 Ore, Il Messaggero e La Stampa sono organi di contro-informazione, o chissà, magari diretti da qualche anti-imperialista incallito ….

    • ng il 15 settembre 2014 alle 20:44

      Già che ci sono riporto anche la dichiarazione di un’altra anti-imperialista, Carla Del Ponte, ex Procuratore del Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia e membro della Commissione Onu sulle violazioni ai diritti umani in Siria. E’ di un annetto fa, ma rende bene la complessità delle attribuzioni di colpa:

      «Sull’uso delle armi chimiche in Siria ci sono indizi anche a carico dei ribelli» (intervista su La Repubblica).

      «Stando alle testimonianze che abbiamo raccolto – ha detto la Del Ponte, parlando ai microfoni della RSI (Radio della Svizzera Italiana) – i ribelli hanno usato armi chimiche, facendo uso di gas sarin, anche se le indagini sono ancora da portare a termine». (Intervista alla televisione svizzera)

      • helena il 15 settembre 2014 alle 21:34

        “Tutti colpevoli nessuno colpevole” è sempre stato l’arma vincente del potere regnante.
        Chiunque in Siria (per non parlare dei campi profughi) non sta né con Asad né con i “ribelli” più discutibili – da questo modo di porre la questione viene totalmente zittito, schiacchiato, consegnato nelle mani degli aguzzini o degli usurpatori della propria lotta.

        • Lorenzo Declich il 16 settembre 2014 alle 10:18

          Esatto Helena. E per chi, come me, sta con quelle persone, questo è inaccettabile.

  20. helena il 15 settembre 2014 alle 13:42

    Trovo abbastanza razzista anche pensare che chi accetta finanziamenti dall’esterno (e chi non lo fa?) sia un esercito-marionetta manovrato dai finanziatori.
    Certo che è importante capire da dove viene la grana e che interessi ci sono dietro (sempre meglio che siano i vecchi cari USA), tentare di stabilire se e fino a che punto alcuni stanno combattendo una guerra per procura.
    Ma pensare di aver sgamato tutto in questo modo, mi sembra cinismo bell’e buono vestito da marxismo impoverito.
    Quelli che combattono (anche la più sporca delle guerre), non hanno un’agenda politica, proprio la loro – sia di idee che di obiettivi?
    Vale per i “buoni” come per i “cattivi” (per esempio Isis).

  21. helena il 15 settembre 2014 alle 13:48

    Parentesi: sono alle prese con la Guerra Civile Spagnola che non è stata una bella cosa, proprio per niente.
    E si può dirlo (i migliori storici lo fanno) senza concludere che da una parte c’erano i fascisti e dall’altra finivano tutti quanti per essere burattini controllati e foraggiati da Stalin.

  22. carlo carlucci il 15 settembre 2014 alle 17:29

    Polemizzare sull’articolo che ha cercato di raggranellare tutti o quasi i termini di una situazione confusa, caotica, tragica e terribile è assolutamente, ingiustificatamente fuori luogo, disumanamente fuori luogo. L’articolista non si sente di avere tutte le tessere di una verità difficile da discernere. Però ci ha aiutato tutti a capire non tutto ovviamente ma i termini di una situazione così complessa. Che ci tocca da vicino, anche perchè qualcosa di noi di lì proviene. Damasco, Aleppo, Bagdad, il Cairo, Alessandria sono in qualche modo nostri, parte del nostro conscio collettivo. Che si voglia o no. Prova ne sono le reazioni partecipi (i soliti agghiaccianti sapientoni esclusi….)

  23. elio_c il 15 settembre 2014 alle 19:36

    Mi pare che le obiezioni introdotte da ng siano state rappresentate, nei mesi scorsi, nei siti della contro-informazione in misura per lo meno sufficiente a ritenere che se possa discutere. E dunque gli esprimo solidarietà, a fronte di certe risibili scomuniche.

    http://www.paulcraigroberts.org/2013/08/26/syria-another-western-war-crime-in-the-making-paul-craig-roberts/

    • lorenzo declich il 15 settembre 2014 alle 19:49

      Fate pure, se volete, il giuoco dei link.

      Ma non riuscirete a infliggermi letture come quella appena postata.

      Qui di scomuniche non ce ne sono state. Il vittimismo no, perfavore. Il problema è che non si è capito di che cosa discutere perché oltre agli “accenni” non si è andati. Se c’è un argomento discutiamo. C’è?

      O meglio: l’argomento è che “l’occidente sta compiendo un crimine di guerra in Siria?”

      Se l’argomento è questo la mia domanda è: se anche fosse, giustificherebbe un altro crimine di guerra?

      E, ancora. Cosa rende giustificabile un bombardamento continuo e reiterato per mesi e anni sulla popolazione inerme con ordigni come i barili bomba?

      Perché, quando “si distribuiscono le colpe” di questa situazione non si parla del preciso e incontrovertibile dato della distruzione della Siria da parte di Bashar al-Asad?

      Vorrei inoltre capire bene cosa sono questi “siti della controinformazione” perché se sono quelli che immagino, io li definirei invece “siti della propaganda” o “siti della disinformazione”.

      Per chiunque voglia approfondire dati e notizie riportate rimango disponibile.

      • elio_c il 16 settembre 2014 alle 19:32

        Ok, nessun vittimismo. Ovviamente al “se anche fosse” la risposta è no: questo non giustificherebbe alcun crimine di guerra. In effetti l’attribuire una simile stupida intenzione mi sembra indice di un certo assolutismo o per lo meno di un carico di emotività con il quale non mi sembra tanto proficuo confrontarsi. L’articolo presuppone continuamente un “io ho visto” al quale è naturale acconsentire, poi però la panoramica “a volo d’uccello” sembra più quella di Dio che non di un testimone umano, con i suoi immaginabili limiti. Riguardo alla controinformazione/disinformazione, si tratta chiaramente di vagliare, confrontare, cercando di intuire tutte le “agende”, palesi e nascoste.

        • Lorenzo Declich il 19 settembre 2014 alle 10:32

          Il “volo d’uccello” è determinato dall’argomento, che è stabilito nel titolo.

          Nessuna divinità, quel “io ho visto” ha un motivo: sono stato attaccato alle fonti, giorno dopo giorno, per tutti questi anni.

          Puoi anche “non credermi”, ovviamente ma ripeto: per chiunque voglia approfondire dati e notizie riportate rimango disponibile.

          • elio_c il 20 settembre 2014 alle 06:27

            L’articolo mi aveva suggerito l’idea di una conoscenza “sul campo”. Vuoi forse dire che più che un “ho visto” sarebbe “ho letto”, guardato, vagliato ecc.? Le fonti sono ovviamente un problema. Una delle cose più bizzarre del tuo scritto è la rappresentazione di un dittatore idiota, un pazzo furioso che ammazza indiscriminatamente, rendendosi in tal modo nemica l’intera popolazione. Di solito non va così. L’immagine più suggestiva in tal senso erano questi “barili esplosivi” lanciati alla cazzo sulla propria gente. Mettono curiosità, allora vai a cercare qualche conferma e trovi questo:

            http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=94375

            Disinformazione filo-russa? L’articolo appare piuttosto informato e ben argomentato. Se si trattasse di menzogne si tratterebbe davvero di un’operazione diabolica.
            Insomma queste fonti sono un problema. Di chi fidarsi alla fine?

          • Lorenzo Declich il 20 settembre 2014 alle 09:09

            Hai usato la parola giusta: “appare”.

            Elio, Megachip e Sibialiria no, perfavore. E’ davvero spazzatura. Come scrivevo in un altro commento: mentre uscivano questi articoli in Italia sulle pagine dei pro-regime si inneggiava allo sterminio dei nemici grazie ai barili bomba. L’uso dei barili bomba è documentato in mille modi.

            Anzi, quell’articolo che mi citi è proprio la dimostrazione dell’esistenza di un negazionismo criminale anche in Italia.

            Che l’operazione sia diabolica o no non so, giudica tu.

  24. ng il 15 settembre 2014 alle 20:54

    Per tutti (spero definitivamente):

    io non ho mai assolto Asad, né tanto meno scritto o anche solo pensato che è un «anti-imperialista» (sic!) o che il suo regime vada difeso per ragioni di opportunità strategiche.

    Lo ribadisco:

    la rivolta contro il regime è sacrosanta, ma la guerra civile scatenata da alcune componenti è – mi si perdoni il gioco di parole – rivolta contro la stessa rivolta. E in questa “militarizzazione” un gioco importante è stato svolto da elementi esterni alla rivolta. Anche di ciò bisognerebbe parlare.

    Chi mi vuole imputare altro giochi da solo.

    • Lorenzo Declich il 15 settembre 2014 alle 21:53

      Attenzione però a confondere le vittime con i carnefici.

      Forse i siriani hanno sbagliato in termini assoluti a imbracciare le armi (non potevano vincere. Un teorico delle rivolte nonviolente come Sharp indica nell’uso della forza da parte di una formazione anti-regime la prima vittoria del regime stesso. Per molti versi ha ragione) ma avevano il diritto di difendersi.

      Insomma, le proteste erano pacifiche, la responsabilità è di chi sparò contro gli inermi, non di chi decise di reagire a quell’attacco (dopo mesi e mesi di repressione).

      Possiamo considerarlo un errore, anche in termini strategici, ma non possiamo affermare che i rivoltosi si dovessero far prendere a fucilate per sempre senza reagire.

      E, tornando all’articolo, le responsabilità di Asad sono anche nell’escalation, sfociata poi in una carneficina infinita.

      • ng il 15 settembre 2014 alle 23:55

        Scusa, Lorenzo, ma messa così non posso che concordare con te. L’autodifesa è pratica legittima, sempre; e certamente la prima responsabilità è di chi ha scelto di reprimere le istanze popolari. Ma è altrettanto indubbio, almeno per me, che ad un certo punto sono entrate in gioco altre istanze, esterne alla rivolta, che l’hanno condotta verso una strada destinata alla sconfitta. Come in Libia.

        A differenza di te, però, non riesco a considerare il regime di Asad come il solo responsabile dell’escalation. Gli Usa, la Francia, il Qatar (maschera degli Usa), l’Iran, la Turchia, ma anche l’Isis, Al-Nusra, ESL …

        Chi perde? La rivolta.

        Chi vince? È presto per dirlo.

        Ho solo l’impressione che in Siria (ma anche in Iraq, in Palestina, in Ucraina, in Libia, etc.) si stia combattendo la terza guerra mondiale (la quarta, se si considera terza quella c.d. “fredda”). Per questo mi (CI) riguarda.

        Ci stanno già chiamando alle armi.

        Io posso solo disertare.

    • valerio p. il 15 settembre 2014 alle 22:30

      E meno male, perché non si capiva proprio che fossi contro Assad.

      Ricordiamolo, un dinasta cleptocratico che, anche prima del 2008, meritava l’esecrazione mondiale per la sua repressione del dissenso interno. Quando se ne andrà sarà una liberazione per tutti, a cominciare dai Siriani.

      Certamente se i rivoluzionari avessero “scatenato la guerra civile” noi, forse un po’ fariseicamente, potremmo imputar loro gravi responsabilità. Mi viene difficile, sopratutto dopo aver rinfrescato la memoria con questo articolo, dar loro la responsabilità del primo sangue.
      O del degenerare della situazione dalle pacifiche manifestazioni alla violenza di strada.

      Ma forse non dovremmo nemmeno, i fini contano, ovviamente il fine non giustifica i mezzi, ma il fine conta. E il fine di Assad è Assad, la dinastia, il suo corrotto gruppo di potere (che sia detto per inciso ha saccheggiato il paese negli ultimi 15-20 anni a livelli che suo padre, altro assassino di buon livello, troverebbe sconvolgenti, privatizzando a favore dei parenti e degli amici tutto il privatizzabile).

      Se qui da noi la polizia (o chi per lei) sparasse ad ogni corteo non credo che subiremmo ghandianamente, al 10, al 100 o al 1.000 morto scoppierebbe la guerra civile.
      Ovviamente può anche darsi che alcune (ben poche temo) delle malefatte che Lorenzo Declich attribuisce ad Assad, alla prova della storia, si scoprano non essere state sua diretta responsabilità. Ma continuerebbe ad averne una indiretta. Se se ne fosse andato nel 2008 non saremo qui a parlarne, al massimo discuteremmo di lui come esiliato di lusso in qualche paradiso tropicale, e di come il governo Siriano chiede alle banche di consegnare almeno i suoi miliardi.

      Poi certo i fini dei ribelli sono molteplici, alcuni nobili, altri ignobili, ed infatti non esistono “i ribelli”, ma decine di sigle rivali e in lotta, tra cui oggi emerge un soggetto di tagliagole particolarmente ributtanti di nome IS.
      Certamente tantissimi imperialismi (anche filo Assad: Russo, Iraniano, recentemente anche Cinese) hanno detto la loro, e foraggiato i “loro uomini”.
      L’IS però in questo è piuttosto eccezionale, ha preso un po’ di donanzioni pubbliche da alcuni paesi del golfo, ma si è sostenuto sia con donazioni private, sia facendo una guerra molto redditizia (saccheggi, tasse, riserve auree iraqene, petrolio…). Con l’IS, una volta tanto, l’imperialismo USA non centra.

      Quello che tendiamo a dimenticare è che gli uomini e le organizzazioni che vengono finanziati da potenze estere non sono robot, ed hanno un loro programma. Non possiamo, non dobbiamo, pensare che chi riceve aiuti o armi dagli USA (che, sia detto per inciso, a differenza di EAU, Qatar e Sauditi, ne hanno inviati pochissimi… caspita se gli conviene se Assad resta al potere, pensate ad una Siria democratica che rivendica il Golam! destabilizzante per Israele quanto meno)sia lì per rappresentare, senza se e senza ma, interessi particolari di potenze estere.

      Dimentichiamo che Lenin era “al soldo” della Germania nel 1917? O che Mussolini prese soldi dai servizi francesi dal 1914 al 1918 (e forse sin dal 1910)? Certo poi per tutta la vita hanno fatto quello che gli dicevano i suoi vecchi finanziatori…
      E potremmo andar avanti per secoli a fare questi esempi, anche recenti, di soggetti favoriti dai servizi di questa o quella nazione, che poi hanno fatto i loro interessi e sviluppato i loro porpri programmi.

      Il fatto che l’ESL (soggetto per cui non “tifo”) abbia preso un po’ di soldi dall’occidente, a mio avviso, non toglie nulla alla specificità delle sue lotte, nate lì, da siriani che si sono ribellati di loro sponte all’ordine di fucilare e sparare sui ribelli disarmati. E quindi non per rivoltarsi contro la rivolta (accusa che all’IS potremmo anche fare, ed infatti, come Lorenzo Declich riporta, non è che Assad l’abbia combattuta seriamente), ma per difendere la dignità che i soldati siriani avevano davanti al loro popolo.

      Valerio P.

      • ng il 16 settembre 2014 alle 00:30

        Chi ha pensato che fossi pro-Asad è in mala fede o, molto più semplicemente, non sa leggere.

  25. giorgio mascitelli il 15 settembre 2014 alle 21:48

    Se mi posso permettere di dire un paio di cose da perfetto ignorante e senza voler offendere nessuno, mi sembra difficile contestare il ritratto che implicitamente Lorenzo Declich fa di Assad e del suo regime, anche se si è in disaccordo su un singolo tratto ( per esempio io penso che nell’agosto del 2013 non sia stato Assad a usare i gas, ma se a qualcuno è venuto in mente di incastralo in questo modo è perché le armi chimiche Assad le aveva usate).D’altronde qualsiasi antimperialista, io lo sono ancora magari in forme non canoniche, farebbe bene a girare al largo da Assad anzi dagli Assad almeno dai tempi di Taal el Zatar. D’altronde armare i ribelli oggi significa passare per la Turchia e l’Arabia Saudita con tutto quello che ciò comporta ( anche Emma Bonino, che non è esattamente un’antisraeliana, si è posta il problema). Di più significa preparare una guerra successiva: quella che Israele scatenerebbe in Libano all’indomani della caduta di Assad per eliminare gli hezbollah. Inoltre non c’è nessuna ragione di credere che un intervento occidentale si risolverebbe in maniera diversa da quelli precedenti, per tacere della base navale russa. E’ una situazione tragica nel senso tecnico della parola

  26. celacanto il 15 settembre 2014 alle 23:18

    Trovo addirittura ridicolo che si possa avere idee così definitive sulla guerra civile Siriana.
    Ridicolo.
    Fuori dalla pappa quotidiana che ci ammanisce la disinformazione di cui tutti siamo vittime.

  27. andrea inglese il 15 settembre 2014 alle 23:37

    La situazione è tragica nel senso tecnico della parola, potrebbe significare – secondo una delle importanti interpretazioni del tragico (Szondi) – che ciò che ai protagonisti pare una via d’uscita si rivela, in realtà, come la via più certa della catastrofe. In quest’ottica potrebbero essere viste le varie fasi che ha attraversato la ribellione siriana e i vari volti che ha assunto.
    Dal canto suo, l’atteggiamento della tradizionale potenza imperiale, gli USA, presenta qualcosa di comico, che dovrebbe appunto riaggiornare le letture canoniche dell’imperialismo: in un arco di tempo notevolmente ridotto, l’amministrazione USA è passata dall’ipotesi di bombardare Asad a quella di bombardare i ribelli jihadisti.
    Il difetto delle letture imperialiste vecchio stampo io credo sia solo quella di pensare l’impero come sostanzialmente onnipotente, o in ogni caso come motore fondamentale dei grandi avvenimenti di carattere politico. Oggi la complessità delle forze in gioco, il loro specifico peso, fa sì che gli USA siano inevitabilmente presenti nella guerra civie siriana, ma di rimbalzo, e con strategie che durano non più di un trimestre scolastico. I tempi delle armoniose, efficaci e stabili collaborazioni CIA-regimi militari sudamericani del Piano Condor sono abbastanza lontani.
    La critica che si può fare a questa concezione dell’imperialismo grezza, ma non ancora del tutto fuori moda, è l’incapacità di cogliere nei soggetti storicamente e politicamente piccoli (movimenti operai, studenteschi, di piazza, ecc.) un’autonomia nell’azione e una imprevedibilità negli esiti di questa, che nessuna manipolazione dei soggetti grandi (stati imperialisti) è in grado di neutralizzare o riassorbire. Che poi le rivoluzioni, o le rivolte, non sempre finiscano bene, basterebbe la storia europea del XIX secolo a ricordarcelo. Questo perché un filo rosso attraversa la lettura “grezza” che è stata fatta in termini imperialistici sia delle primavere arabe tunisina e egiziana sia dell’odierna guerra civile siriana.
    Il problema, dunque, non è ovviamente l’obsolescenza dell’antimperialismo come orientamento politico, ma le categorie che abbiamo per leggere il fenomeno dell’imperialismo oggi.

  28. Lorenzo Galbiati il 16 settembre 2014 alle 00:36

    E’ un peccato che il dialogo tra ng (sei nevio gambula?) e lorenzo declich abbia preso subito la forma di un batti e ribatti a livello di giudizi personali sull’atteggiamento espresso nei commenti, perché così è passato in secondo piano il confronto sui termini della questione.

    Che non è solo: cosa è successo realmente in Siria, ma, per quanto mi riguarda, è: come parlare della Siria oggi? O meglio, come porci verso l’informazione globalizzata, specie via web, dopo lo spartiacque della Siria (credo sia stato uno spartiacque, la Siria, per l’informazione mondiale via web e la militanza delle campagne pacifiste e antimperialiste), e come fare informazione sulla Siria?

    Il testo qui presente di L. Declich, è non “neutrale”, per ammissione stessa di LD. Cosa sarebbe stato se fosse neutrale? E’ possibile essere neutrale, o neutrale è un sinonimo di obiettivo, cosa che sappiamo essere impossibile? O neutrale significa che oltre a informare propone uno sguardo interpretativo non esente dal proprio filtro ideologico (“ideologico” senza alcuna accezione negativa)?

    Io trovo che questo testo, che reputo meritevole, avrebbe potuto essere più neutrale nel senso di più equilibrato nell’informazione e nell’imputazione delle storture e dei crimini. E se fosse stato più equilibrato avrebbe reso più facile il dialogo e più scomoda la posizione di chi incolpa più i “ribelli” di vario genere che il regime assadiano.

    Posto che la vittima resta sempre il popolo siriano.

    E su questo, per esempio, trovo non congrua, Lorenzo, la tua replica all’ultimo commento di ng (sei nevio gambula?) sul non confondere vittime e carnefici.

    Quel commento ha in pratica detto che dalla rivoluzione è nata anche una contro-rivoluzione che ha contribuito a creare una guerra civile. E questo mi sembra ineccepibile (al di là dell’appropriatezza che possiamo dare alle parole rivoluzione e controrivoluzione). In questa guerra civile le vittime restano le stesse: i siriani e gli attivisti siriani in particolare. Tu stesso hai scritto qui, a un certo punto, che frange dell’ESL sono diventate bande jihadiste o criminali. E che poi l’ISIS ha combattuto e combatte anche gli attivisti.

    Quindi, mi pare tu e ng non siate in disaccordo su chi sia la vittima, o sul diritto dei manifestanti pacifici a difendersi con le armi: siete in disaccordo sulla -diciamo- attribuzione dei crimini e delle colpe di vario tipo tra regime e ribelli o agenti esterni in generale.

    E su questo punto, ripeto, trovo che un maggior equilibrio del tuo pezzo avrebbe giovato. Perché la tua sintesi, unita alla volontà di fare chiarezza, favorisce l’impressione di dare la colpa di tutto o quasi al regime. Lo scrivi anche alla fine. “Un colpevole”, il regime, con i suoi spalleggiatori. E’ davvero l’unico colpevole di questa guerra civile? E se anche fosse l’unico cui spetta la responsabilità – morale?- di averla innescata con la repressione violenta e criminale di una rivolta pacifica che ha indotto all’autodifesa, resta sempre l’unico colpevole se poi in questa guerra civile ci entrano altri agenti esterni a soffiare sul fuoco con produzione di crimini di entità simile a quelli del regime?

    Gli esempi sul perché ti dico che, secondo me, avresti potuto controbilanciare la tua posizione non neutrale, sarebbero molti se analizzo ogni punto del tuo discorso.

    Ora non posso dilungarmi, ma per esempio, sull’ESL:
    “Il 29 luglio, per iniziativa di un gruppo di ufficiali disertori dell’Esercito Siriano nasceva L’Esercito Siriano Libero, con lo scopo primario di difendere le manifestazioni pacifiche dagli attacchi delle forze di sicurezza, dei civili lealisti e dell’esercito governativo.”

    L’ESL nasce solo su iniziativa di siriani, senza il contributo di potenze esterne?
    Il suo obiettivo era solo di difendere i manifestanti?

    Non vedo scritto nel tuo pezzo nessun accenno alla complicità di altri nella nascita e poi organizzazione dell’ESL, e neanche al suo obiettivo di rovesciare il regime, cosa che mi sembra inevitabile per un “esercito libero” che vuole combattere contro l'”esercito regolare”. Da qui viene inevitabilmente l’impressione che tu in qualche modo difenda se non sostenga l’ESL per gli obiettivi per cui tu dici è nato.

    Poi qui nei commenti scrivi che strategicamente rispondere con le armi alla repressione è stato un errore ecc.: questo avrebbe cambiato la percezione della tua posizione nel lettore, se l’avessi scritto nel testo.

    Mi fermo qui, il tempo è tiranno.

    • valerio p. il 16 settembre 2014 alle 01:49

      Se parliamo di responsabilità morale e storica della guerra civile siriana, ovvero del 2008-2009, di quando tutto è cominciato, bhé allora stiamo parlando di Assad e della cricca di potere che ha in Assad il suo “portavoce”.

      Perché, lo ripeto, il primo sangue l’ha versato lui, e la rivolta pacifica l’ha fatta degenerare in guerra civile lui.

      Credo siamo tutti convinti che in questa guerra tutti hanno fatto cose poco civili, e sono nati soggetti ancora più barbari di Assad. Ma senza la scelta repressiva di Assad (e sodali, ovviamente) non ci sarebbe stata la guerra.
      Non ci sarebbe nemmeno stata la possibilità per l’imperialismo saudita di giocare la carta della guerra per procura.

      Probabilmente sarebbe stata una cosa molto differente, e probabilmente già terminata. Alla peggio (ma proprio alla peggio, perché le strade non sarebbero state inondate di armi leggere) una situazione di caos stile libico, che però è ben diversa nelle propozioni (apocalittiche) da quello che stiamo vivendo, con una diversa dimensione della violenza, o una contro rivoluzione in salsa egiziana. O ancora un governo della fratellanza mussulmana, duro e puro, orribile, repressivo, ma sempre meglio di quello che abbiamo davanti agli occhi. Magari possiamo immaginare anche una recrudescenza di terrorismo e un massiccio intervento degli imperialismi delle petromonarchie (e non solo), una strategia della tensione, una strategia di attentati qaedisti. Non città in fiamme e in rovina.

      Una Siria che si democratizzava nel 2008 avrebbe potuto cambiare il medio oriente, rivoltarlo come un calzino, cambiava l’Iraq, cambiava la Palestina, in effetti destabilizzava (e non poco) anche l’Arabia Saudita, cambiava tutto.
      E non è successo anche perché qualcuno non è salito su un aereo scappando con la cassa in Iran, ma ha deciso di giocare sporco e giocare con la vita delle persone. Ovviamente anche altri hanno giocato sporco, sopratutto nelle petromonarchie, ma hanno potuto farlo perché né hanno avuto il tempo, e perché qualcuno ha scritto un copione perfetto per fali entrare in gioco.

      Valerio

  29. Lorenzo Declich il 16 settembre 2014 alle 10:14

    Riguardo alle guerre per procura mi schiaccio sui pensieri di Valerio (e aggiungerò qualcosa in chiusura).

    La storia dell’ESL, della sua formazione, dei suoi obiettivi deve essere ancora scritta.

    Qui il video e sommariamente i contenuti dell’annuncio (29 luglio 2011)

    http://www.joshualandis.com/blog/free-syrian-army-established-to-fight-the-syrian-army/

    Il movimento dei disertori dall’Esercito siriano nasce perché diversi ufficiali si rifiutano di obbedire agli ordini, che erano di sparare sulla folla.

    All’inizio il problema non era tanto capire cosa avrebbero fatto – l’annuncio era chiaro in proposito, non conteneva “dichiarazioni di guerra” – ma, piuttosto, se questi ufficiali fossero “reali”.

    La loro reale esistenza avrebbe messo in crisi l’immagine “monolitica” che il regime dava del proprio fronte, e questo dava forza alla rivoluzione.

    Per questo i primi disertori e tutti quelli che seguirono (il movimento fu decisamente ampio) si presentavano in divisa e mostravano i loro tesserini.

    Non è mia intenzione proporre una visione romantica o edulcorata dell’ESL – ricordo di essere stato uno dei primi a segnalare i loro crimini (ed era importante farlo proprio per misurare il livello di barbarie raggiunto) – ma vorrei segnalare che intorno a quella data i morti per strada erano già più o meno 1.500.

    Le cosiddette “aperture” di Asad sono di molto posteriori a queste date.

    In queste aperture il dittatore escludeva il dialogo con “i terroristi” e, nel suo linguaggio, “i terroristi” erano sempre stati i manifestanti.

    Certo, aveva già liberato molti estremisti islamici e criminali, alcuni dei quali, nei mesi a venire, ritroviamo alla guida di fazioni estremiste islamiche anti-Asad.

    Ricordo a tutti anche che, dopo che Asad figlio arrivò al potere, ci fu la cosiddetta “primavera di Damasco”, un’apertura che si concluse – ahimé – con un ciclo di arresti e nuova repressione.

    Che fiducia si poteva avere dell’apertura di Asad?

    Sempre per riportare i pensieri di Sharp: secondo lo studioso “trattare” con un regime porta sempre a una sconfitta essendo quella del regime una posizione di forza.

    Quando parlo di “errori” do un giudizio “storico” sulla strategia della rivolta, non definitivo ovviamente. Penso che molti siano finiti nella trappola della violenza, come Asad voleva.

    Ma è come fare i conti senza l’oste. Penso, quando mi domando queste cose, alle mie esperienze di piazza, alla rabbia accumulata ad esempio a Genova, e concludo che – nonostante creda davvero nella nonviolenza – forse non avrei sopportato neanche un centesimo della violenza subita dai manifestanti siriani in quei mesi. Il resto sono speculazioni. Immagino che quando decidi di armarti non stai più di tanto a questionare su chi sia il contrabbandiere che ti vende il fucile.

    In ultimo voglio ricordare che questa guerra per procura – cerchiamo pure di stabilire quando sia iniziata ma non ho dubbi sulla scintilla che l’ha accesa – si è sempre combattuta in due.

    Quando scrivevo sul mio blog, Tutto in 30 secondi, non passava una giornata senza che mi scagliassi contro paesi come l’Arabia Saudita e il Qatar, o contro le politiche di Erdogan. Ma in Siria non sono intervenuti solo loro. Dall’altra parte, simmetricamente, c’erano Russia e Iran, da (quasi) subito. Tanto che oggi molti attivisti definiscono Asad un fantoccio dell’Iran o della Russia. Uno che, per rimanere al potere, ha venduto la Siria a potenze straniere.

    Non possiamo, nell’attribuzione delle responsabilità, dare “colpe” ai rivoltosi che si sono appoggiati agli “stranieri” senza ricordare che, simmetricamente, la cosa è avvenuta dall’altra parte. L’articolo che ho citato al termine del mio pezzo è interessante soprattutto perché fa conoscere la sorte di quei militari di leva lasciati a se stessi di fronte alle maree nere dell’ISIS. Mentre altrove Hezbollah “gestisce” ampie fette di territorio. Il fatto, fra l’altro, spiega il perché del mio punto di vista assolutamente non neutrale: Asad deve andarsene, non trovo accettabili altre soluzioni: si cura dei suoi solo nella misura del mantenimento del potere.

    Per chiudere: questo dibattito sulle guerre per procura lo possiamo certo fare, ha molto senso farlo, ma dobbiamo “annidarlo” nel contesto corretto, evitando anacronismi.

    • carlo carlucci il 16 settembre 2014 alle 10:40

      su queste parole conclusive di Lorenzo, possiamo degnamente chiudere (e meditare)

  30. Lorenzo Galbiati il 16 settembre 2014 alle 19:47

    Valerio P.:

    Scrivi: “Perché, lo ripeto, il primo sangue l’ha versato lui, e la rivolta pacifica l’ha fatta degenerare in guerra civile lui.
    Credo siamo tutti convinti che in questa guerra tutti hanno fatto cose poco civili, e sono nati soggetti ancora più barbari di Assad. Ma senza la scelta repressiva di Assad (e sodali, ovviamente) non ci sarebbe stata la guerra.”

    In realtà non sappiamo cosa ci sarebbe stato senza la repressione di Assad.
    Ma in ogni caso, è vero, la responsabilità iniziale è del regime, nessuno lo nega.
    Il regime è il responsabile morale, politico, storico della presa delle armi della popolazione pacifica per difendersi, e della diserzione dei militari per non sparare sulla folla.
    Ma è qui che ci dobbiamo fermare. E’ il responsabile di chi ha cominciato a prendere le armi contro la repressione. Punto. Non di tutto il resto. Non di chi ha cominciato a far vittime civili per motivi etnico-religiosi. E’ proprio su questo che metto sempre l’accento quando vedo chi incolpa il regime di tutto solo per il fatto di aver iniziato a versare sangue per primo. Se io ti do uno schiaffo e tu mi uccidi, sei tu il colpevole, non io. Le bombe atomiche americane sono crimini dell’America, non dell’assa Germania Giappone.

    Sul resto: fai fantapolitica, del tutto speculare a chi dice che senza il regime la situazione sarebbe peggiore: tu dici non intervenendo per fermare il regime ora la situazione è la peggiore possibile. Non è vero. Nessuno sa come sarebbe se…

    Lorenzo Declich:

    Avrai notato che io non ho mai scritto “guerra per procura”. Non è un concetto che mi appartiene, nel caso Siria. Ho solo avanzato riserve sul tuo modo di presentare i fatti, nel caso dell’ESL per quel che lessi io tempo fa: non è mai stato un unico e vero esercito con una direzione centrale tutta siriana cui tutti rispondevano, non è mai stato solo siriano né gestito solo in Siria autonomamente dall’influenza estera (Turchia come minimo), è stato fin dall’inizio composto anche da bande che avevano altro scopo che difendere i manifestanti.
    Questo non significa che potenze straniere abbiano fin da subito usato l’ESL per fare guerre per procura.

    Il discorso che mi interessa non è quindi parlare di guerre per procure, ma di come fare informazione sul web dopo lo spartiacque Siria.

    Per il resto, scrivi:
    “Quando scrivevo sul mio blog, Tutto in 30 secondi, non passava una giornata senza che mi scagliassi contro paesi come l’Arabia Saudita e il Qatar, o contro le politiche di Erdogan. Ma in Siria non sono intervenuti solo loro. Dall’altra parte, simmetricamente, c’erano Russia e Iran, da (quasi) subito. Tanto che oggi molti attivisti definiscono Asad un fantoccio dell’Iran o della Russia. Uno che, per rimanere al potere, ha venduto la Siria a potenze straniere.
    Non possiamo, nell’attribuzione delle responsabilità, dare “colpe” ai rivoltosi che si sono appoggiati agli “stranieri” senza ricordare che, simmetricamente, la cosa è avvenuta dall’altra parte.”

    Tutto vero: ma mi pare sia tu, nel pezzo che stiamo ora commentando, a dire tirando le somme che c’è, UN (solo) colpevole, il regime di Assad e i suoi alleati, e non quanto meno due colpevoli, e cioè anche i “rivoltosi” con i loro alleati.

  31. valerio p. il 16 settembre 2014 alle 20:51

    Faccio veramente fatica ad immaginarmi Hiroshima senza l’invasione della Polonia (atomiche e B29 sono i due programmi militari più costosi di tutta la seconda guerra mondiale, nel 1939 nessuno, a meno che non ci fosse una guerra, avrebbe sganciato gli assegni).
    Uno dei crimini di guerra previsti dal diritto internazionale è proprio “crimni contro la pace”, ovvero aver dichiarato guerra. Poi, il diritto internazionale, ben lo sappiamo, non esiste.

    Certo Hiroshima è anche una responsabilità di Truman, ma non è una sua esclusiva colpa.

    Vermanete stavo provando a fare storia controfattuale, ho commesso qualche errore cronologico, ma la mia ipotesi mi sembra sensata.

    Oltre tutto i tagliatori di teste nel 2011 erano anche in galera, ma furono graziati dal regime (e questo è un fatto), in una strateiga del “tanto peggio tanto meglio”.

    Comunque è vero, sono possibili infinite possibilità nell’evoluzione delle vicende umane, quindi quella che proponevo io era solo una possibilità.
    Una possibilità scomodissima per Assad, ma anche per le petromonarchie, gli USA, Israele, l’Iran. Quindi è logico che tanti hanno giocato sporco.

    Certo mi devi spiegare se ritieni che oggi Assad sia un elemento positivo e utile in Siria, dal tuo ultimo intervento non si capisce se sarebbe meglio o peggio che si facesse da parte.

    Perché io sono convintissimo che dal 2011 Assad poteva andarsene o finire come Gheddafi, ed oggi, domani, dopodomani può andarsene o finire come Gheddafi. Non ha alternative, resta attaccato al potere con le unghie e con i denti, con i morti anzi, ma non finirà in altro modo: o lui morto o lui in esilio.

    “Guerra per procura” è, invece, purtroppo, un concetto che dovremmo ben studiare. Buona parte delle rivoluzioni degli ultimi anni, in specie quella siriana, sono finite male anche perché sono state ridotte a guerre per procura tra l’Arabia Saudita e l’Iran (sopratutto per colpe saudite, ma gli iraniani non è che stanno a guardare, e fai bene a notare l’attivismo turco). E poi vi sono guerre per procura tra Russia e USA.
    Tutti elementi preoccupanti, che hanno fatto malissimo alla rivoluzione siriana.

    Guarda, paradossalmente non siamo su posizioni così distanti, i rivoluzionari sono diventati un’altra cosa. E questo proprio perché tra di loro si sono inseriti questi soggetti.
    Io però vedo ancora rivoluzioanri e rivoluzione, in un tavolo di gioco in cui sono aumentati troppo i giocatori.

    Quindi il primo colpevole è il regime, mentre i rivoltosi sono tanti e distinti, ed alcuni, certamente sono colpevoli. Sono colpevoli l’IS, al Nusra, sono colpevoli i signorotti della guerra che si sono presi pezzi dell’ESL.
    Ma mettere in un unico fascio tutti gli oppositori di Assad, pacifici o armati che siano, è un falso storico.

    Ci sono parecchi comitati di quartiere, o gruppi locali, o anche gruppi nazionali della rivolta siriana che sono persone che lottano per la giustizia e per la libertà, con analisi analoghe o comunque simpatetiche alle mie e che considero compagni o sinceri democratici. Con tutto quello che queste parole singnificano.

    Valerio

    • Lorenzo Galbiati il 17 settembre 2014 alle 19:03

      Valerio,
      1 è chiaro che se non ci fosse stata la II guerra mondiale non ci sarebbero state nemmeno le atomiche americane. Non sappiamo cosa ci sarebbe stato, in realtà. Ma ciò non toglie che la responsabilità di aver bombardato a man bassa obiettivi puramente civili come le città tedesche e italiane e giapponesi, fino alle due atomiche, è tutta americana. Sono stati in realtà crimini di guerra immensi, per certi versi peggiori di quelli tedeschi quanto a entità. Non è che chi inizia per prima si deve addossare tutti i crimini di chi risponde o di chi entra in gioco dopo. Sennò peraltro avrebbe ragione Israele a dire che si sta solo difendendo, e che al massimo pecca di eccesso di difesa, quando viene attaccato per primo.

      2. Assad è un elemento negativo? Direi di più, è un criminale contro l’umanità, e il governo siriano dovrebbe essere messo sotto processo per crimini di guerra e contro l’umanità. E anche molte bande ribelli. Ma come dici tu il diritto internazionale non serve a molto. A Gaza condanna nello stesso modo chi fa 3000 morti civili e interi quartieri distrutti con armi anche anticonvenzioali (Israele) e chi spara missili artigianali da una striscia di terra sotto embargo al limite della catastrofe umanitaria e uccide una decina di civili (Hamas). Il regime ha fatto crimini di maggiori entità, sicuramente fino ad almeno un anno fa, rispetto a ogni sorta di ribelli – ora non saprei. Se in Siria si starebbe meglio senza Assad? Non lo so: chi andrebbe al suo posto? Tu lo sai? E’ logico prevedere che la Siria con o senza Assad ora se la passerà male per molto tempo. Posso dirti che Assad fa solo male alla Siria e meglio sarebbe se non ci fosse più il suo governo, in astratto. Ma se passo al concreto, non scommetterei oggi che spodestato, ucciso, fuggito o quel che vuoi Assad la Siria starebbe meglio. Vedi, io non dico che Assad sia meno peggio dei fanatici islamici che potrebbero sostituirlo, dico solo che il male non tocca mai il fondo, non esiste il male assoluto (nemmeno la Shoah), quindi ogniqualvolta sento dire che occorre cambiare perché la situazione è grave, io ricordo che cambiare non assicura che si stia meglio: cambiare in peggio è una cosa molto più probabile che cambiare in meglio, se non altro per la legge dell’entropia. Se uno è malato e peggiora, non è detto che cambiando cura o provandole tutte migliori, potrebbe stare ancora peggio: per stare meglio ci vuole la cura giusta che sarà una sola o al massimo due su tante. La Siria potrebbe aver bisogno della caduta di Saddam e di un periodo di fanatismo islamico prima di poter rinascere ed evolvere verso la democrazia, ma forse non ci sarà più la Siria che c’è stata finora, così multireligiosa e multietnica. Tutto è anche una questione di tempo: valutare se con Assad o senza la Siria starebbe meglio presuppone un sottinteso: quando? Nell’immediato, a lungo termine? Difficile prevedere lo sviluppo di una nazione. Il fascismo è caduto grazie all’alleanza con Hitler che l’ha portato alla guerra: forse meglio così, se fosse rimasto neutrale sarebbe andato avanti magari per altri 20 o 30 anni come il regime di Franco, chi lo sa?

      3. Non c’è niente di paradossale nel constatare che le nostre posizioni non sono distanti. Conosco in rete L. Declich da un paio d’anni, ci ho dialogato spesso, ho cambiato certe mie idee anche leggendo quel che scrive. Non è che criticare dei punti (specifici) di un discorso in rete significhi sempre fare caciara o essere troll, ci sono anche persone serie che si confrontano.

  32. valerio p. il 16 settembre 2014 alle 20:58

    A, dimenticavo, guarda che anche Assad e i suoi sono ridotti ad essere una milizia confessionale (o assimilabile ad una milizia confessionale, anche quando non sono sciiti sono assadisti), e fanno pulizia etnica, magari più soft.

    Di teste ne tagliano anche loro…

    Valerio

  33. Lorenzo Declich il 17 settembre 2014 alle 14:30

    Segnalo un articolo uscito anch’esso il 12 settembre su New Republic.

    Si intitola “We Can’t Destroy ISIS Without Destroying Bashar al Assad First”

    Finisce così: “Legitimate governance in Syria will require much more than removing Assad. But regime removal is the first step, and without legitimate governance in Syria (as well as Iraq) the undead Islamic State will continue to march.”

    http://www.newrepublic.com/article/119424/isis-and-syria-why-us-should-eliminate-bashar-al-assad-first

    • ng il 18 settembre 2014 alle 16:11

      Ma questo articolo invoca Obama a intervenire anche con le truppe di terra, al fine di porre fine al regime di Assad … Ed è scritto da un membro di un organismo legato al Consiglio Atlantico, la parte politica della NATO!!!!

      La confusione regna sovrana … E’ davvero questo che vuole il popolo siriano?

      • [h] il 19 settembre 2014 alle 17:09

        “è davvero questo che vuole il popolo siriano?”

        a me questo sembra l’emblema del populismo inaccettabile. Come se ogni stato e ogni popolo fossero camere stagne. Nel mondo ci viviamo tutti, e se c’è un regime da qualche parte il popolo che sottosta a quel regime non è più titolare di altri ad esercitare il diritto di disfarsene. Visto che si è parlato di Hitler e di Hiroshima, quando ancora Hitler stava muovendo i primi passi era del tutto legittimo per i paesi confinanti intervenire con la forza e fermarlo. Non l’hanno fatto e le conseguenze si sono viste. E la cosa non riguarda solo il pericolo per gli altri, ma anche il senso di responsabilità verso chi viene sottomesso (vedi genocidio rwandese). Il che non giustifica qualsiasi tipo di intervento.

        • ng il 20 settembre 2014 alle 10:24

          In una sola frase hai sintetizzato tre diverse varianti della stessa “dottrina”: quella dei Bush (padre&figlio), che predica l’unilateralità dell’intervento USA contro i regimi avversi ai propri interessi, quella di Fukuyama sull’esportazione della democrazia, e quella di D’Alema sull’ingerenza umanitaria. Come anche un osservatore distratto può constare, e come il caso dell’Iraq dimostra inequivocabilmente, questa dottrina si è dimostrata fallimentare.

    • ng il 18 settembre 2014 alle 16:16

      Per non dire del curriculum dell’autore, Fred Holf … Tra le altre cose, nel sito del Consiglio Atlantico si legge: «He served as US Army …» … Ma sono queste le vostre fonti?

      • Lorenzo Declich il 19 settembre 2014 alle 10:51

        Questa è un’analisi, non una fonte.

        Ti invito a valutare l’analisi. L’autore la porta avanti avanzando argomenti sensati:

        “the president’s strategy, its implementation, and its outcome will be incomplete if it remains solely one of counter-terrorism”

        l’autore scrive anche:

        “The essential problem that has permitted the Islamic State to roam freely in parts of Iraq and Syria amounting in size to New England is state failure in both places. Redressing this failure is far beyond the unilateral capacity of the United States, as occupation in Iraq and ongoing operations in Afghanistan demonstrate.”

        e evidenzia “i buchi” nella strategia di Obama.

        Tutti gli esperti militari che ho letto in merito alla questione affermano che con i soli bombardamenti non si sconfigge ISIS.

        Sono in disaccordo con l’autore sul “che fare”, così come sono in disaccordo con Obama, ma non sull’analisi riguardante le cause della crisi, che sono l’oggetto di questo articolo.

        • Lorenzo Galbiati il 19 settembre 2014 alle 15:25

          A leggere questo articolo sembra che ogni stato arabo abbia una storia a se stante, e che il terrorismo si produca dal nulla ogniqualvolta un regime non è legittimato dai suoi cittadini. L’autore sulla base di queste elementari considerazioni arriva alla ancora più elementare conclusione che non si sconfigge il terrorismo se non si abbattono i regimi autoritari sostituendoli con quelli democratici.

          Mi sembra un’analisi alquanto semplicistica e carente.

          Mi pare manchi del tutto una visione geopolitica dinamica, che comprenda tutto il contesto vicinorientale, indicante la causa dei conflitti e del terrorismo. Per fare questo non si può prescindere dagli interessi politico-economici dei vari attori in campo, così come dai complicati rapporti tra islam sciita e sunnita.

          Tu, Lorenzo Declich, mi pare sia un esperto proprio di questi temi, sul tuo sito 30secondi ti definivi islamista. In questo tuo articolo hai voluto narrare la vicenda siriana in modo schematico, lineare, per fare chiarezza su alcuni punti saldi di quel che hai visto: operazione senz’altro utile vista la confusione mediatica imperante, specie sul web, dove sulla Siria si dice di tutto di più e si assiste spesso a due versioni dei fatti totalmente incompatibili. Nel far questo però, per quanto mi riguarda, ti ho trovato troppo semplicistico e unidirezionale nella lettura dei fatti e nell’attribuzione dei crimini, come ho già potuto dire.

          Ora, mi auguro tu possa nei tuoi prossimi articoli approfondire le questioni in modo più dialettico, complesso, facendo tutti i distinguo necessari a descrivere questa situazione alquanto complicata, con mille contrastanti interazioni tra i vari soggetti in campo, e che tu possa inquadrarla nel contesto religioso e politico-economico vicinorientale.

          Almeno, io da un esperto e da un intellettuale mi aspetto una analisi che (dopo aver fatto il punto si fatti) problematizzi le questioni complesse, più che dipanarle come un filo.

          • Lorenzo Declich il 20 settembre 2014 alle 09:29

            Lorenzo, con tutto il rispetto: nei miei prossimi articoli scriverò quello che voglio io al di là dei tuoi giudizi. Mi sembra che tu non abbia colto o non abbia voluto cogliere lo spirito di questo articolo né lo spirito con cui ho dato il link.

        • ng il 20 settembre 2014 alle 10:44

          L’analisi di questo articolo è ben poca cosa; tra l’altro, di analisi di questo tipo se ne trovano parecchie, sia sul web che sulla carta stampata, da ultimo l’intervento di Paul Salem su L’Espresso. Ora, a parte che citare un consulente del Consiglio Atlantico, se permetti, lo trovo alquanto screditante, il problema è perché non citi un’analisi simile prodotta SUL CAMPO, ovvero da parte dell’opposizione al regime. Chissà, magari sul campo le cose sono un tantino più complesse, e può capitare che componenti importanti della rivolta si accordino con l’Isis proprio in funzione anti-Assad …

          • Lorenzo Declich il 20 settembre 2014 alle 11:25

            > L’analisi di questo articolo è ben poca cosa;

            pone un problema, un tema che, casualmente, è lo stesso che ho posto io in questo articolo, motivo per cui l’ho citato

            > tra l’altro, di analisi di questo tipo se ne trovano parecchie, sia sul web che sulla carta stampata, da ultimo l’intervento di Paul Salem su L’Espresso.

            Segnalane altre.

            > Ora, a parte che citare un consulente del Consiglio Atlantico, se permetti, lo trovo alquanto screditante,

            dipende da come leggi la citazione, ma sembra che tu non abbia capito il motivo di questa citazione o non l’abbia voluto capire

            > il problema è perché non citi un’analisi simile prodotta SUL CAMPO, ovvero da parte dell’opposizione al regime. Chissà, magari sul campo le cose sono un tantino più complesse, e può capitare che componenti importanti della rivolta si accordino con l’Isis proprio in funzione anti-Assad …

            Sì, le cose sono molto complesse, ma certo non aiuta questo atteggiamento semi-cospirativo e insinuante di cui non si sente il bisogno. Non c’è nessun problema: se invece di accusarmi di non citare tu citassi la discussione proseguirebbe senza nessun “problema”. Così, invece, ci si arena su una critica spostata dai temi (l’articolo) alle persone (il suo autore che non citerebbe ciò che NG vuole). Non mi presterò a questo gioco demenziale, anche perché il tempo è poco e non vorrei morire nell’atto di rispondere a NG.

          • ng il 20 settembre 2014 alle 12:18

            Una sola questione di metodo, poi chiudo per sempre … Tu ti puoi permettere di definire «fuffa» o «spazzatura» le citazioni altrui, e lo fai senza spiegare alcunché e senza portare argomenti o citare altre fonti … Con che coraggio imputi poi agli altri di non «citare»?

            Qui di «demenziale» c’è solo quella sottile irrisione che anima il tuo giudizio nei confronti delle parole altrui. Comunque, per quanto possa servire, io non faccio alcuna insinuazione; semplicemente confermo la mia idea che tu, per lo meno in questa sede, abbia messo sotto vetro la rivoluzione siriana.

            Ricorda inoltre: c’è sempre la possibilità che tu non sia in grado di farti capire, e non solo che gli altri non siano in grado o non vogliano capire.

          • Lorenzo Declich il 20 settembre 2014 alle 13:42

            Ho dato un link a un articolo che riassume e raccoglie molti dati tecnici sulla vicenda della Ghuta scrivendo: “Un buon punto di partenza per non parlare di fuffa”. Tu citavi dichiarazioni di personaggi di vario genere su ciò che era avvenuto: fuffa.

            Ho definito “spazzatura” le fantasiose ricostruzioni di individui (che chi segue la Siria in Italia conosce perfettamente) dichiaratamente schierati con Asad e a favore della tesi del complotto contro Asad sul non-uso di barili bomba. Sottolineando che negli stessi giorni in cui essi si esercitavano nel mestiere di negare l’evidenza, alcune pagine pro-Asad “santificavano” l’uso dei barili bomba.

            Non mi sento obbligato a rispondere con “fonti” a questo genere di “letteratura” anzi: farlo sarebbe lesivo delle intelllgenze mia e dei lettori. E’ spazzatura.

            Riguardo alla mia presunta incapacità di farmi capire: è l’ultima di una serie di frasi che in questi giorni hai usato per sminuire ciò che ho scritto o per svalutare la mia persona.

            Hai provato in diversi modi.

            Fra le altre cose hai scritto anche che sono un violento.

            Hai dimostrato tutto il tuo pregiudizio quando hai risposto “impaurito” a un mio amichevole “abbraccio”.

            Hai affermato che ho messo sotto vetro la rivoluzione siriana.

            In ultimo dici anche che uso una “sottile irrisione”.

            La tua idea non cambierà, ma questo di certo, da come ti sei posto sin dall’inizio, era prevedibile.

          • ng il 20 settembre 2014 alle 14:07

            Ho risposto impaurito (!!) a un tuo abbraccio??!! Siamo proprio alla farsa.

            Chiunque potrà verificare da sé la sequenza delle “irrisioni” e delle violenze verbali. Basta tornare indietro alla tua risposta al mio primo commento (15 settembre, ore 10:31), dove tu mi liquidi accusandomi di «diffondere il sospetto» (falsità totale) e di essere «ambiguo» (scendendo dunque sul personale, giacché l’ambiguità cui facevo riferimento io era in una tua FRASE, e non certo riferita alla tua persona) …

          • Lorenzo Declich il 20 settembre 2014 alle 15:44

            Bene, lasciamo che chiunque verifichi.

  34. véronique vergé il 17 settembre 2014 alle 20:56

    Mi sono ritirata dalla discussione, perché vedere il coraggio delle donne spazzato in qualche riga mi fa male.
    Queste donne che fanno la guerra per la libertà delle donne nella solitudine della montagna sono lì.
    Visibile.
    Queste donne che hanno subito molto, l’escissione sono li.
    Sono gridi per la libertà.
    Occhi chiari in un mondo cupo.

  35. véronique vergé il 17 settembre 2014 alle 22:41

    VV le donne peshmerga.

  36. Lorenzo Declich il 18 settembre 2014 alle 10:11

    Véronique, il tema che vorresti che affrontassimo non è cosa da poco. Mi riprometto di scriverne, intanto vi consiglio questa lettura dell’amica Antonella Vicini.

    http://www.reset.it/reset-doc/kurdistan-siriano-il-grande-gioco-delle-donne-contro-lisis

  37. véronique vergé il 18 settembre 2014 alle 20:42

    Grazie Lorenzo. Aspetto la lettura.

  38. […] (di Lorenzo Declich – per Nazione Indiana) […]

  39. Lorenzo Galbiati il 20 settembre 2014 alle 14:02

    Non capisco, Lorenzo D. com’è che tu qui abbia bisogno di rispondere spesso in modo aggressivo a chi scrive osservazioni o altro con calma. Riesci ad innervosirti anche se uno, io, che non sono un commentatore anonimo, ma uno che conosci in rete da 2 anni, si augura che tu voglia scrivere articoli più approfonditi e onnicomprensivi della crisi siriana rispetto a questo link che hai postato.

    Io penso di aver capito bene il senso di questo link, il perché tu l’abbia postato, benché tu per primo, secondo me, abbia depistato la comprensione della tua intenzione, citando nei commenti qui sopra solo quelle frasi volte a dimostrare che la prima cosa da fare è ribaltare il regime di Assad (quindi una guerra con una invasione da terra) per sconfiggere il terrorismo.

    L’analisi della crisi siriana in questo link è svolta in un capoverso, quello in cui si dice, in soldoni, che Assad tra il 2003 e il 2011 ha creato i terroristi che son andati in Iraq e che poi nel 2011 son tornati in Siria dopo la repressione della rivolta pacifica. Dall’est della Siria poi son tornati in Iraq.
    Questa è l’analisi della crisi in atto. Vera, condivisibile, semplificata fino all’osso.
    La chiave di lettura di questa analisi è che questo è successo e succede perché questi due governi non sono legittimati democraticamente. Ergo, abbattiamo questi due regimi e creiamone due legittimati. Ma sul che fare dici di non essere d’accordo.
    Bene, allora torniamo a questa analisi, e magari dopo anche al che fare, o meglio al cosa vorremmo facessero la comunità internazionale e l’ONU per uscire da questa crisi. Ma non posso dirlo, perché se mi auguro tu voglia sviluppare un’analisi più approfondita pare ti incazzi. Hai conquistato una fetta di “potere”, questo spazio, e ci tieni a dire che ne fai quel che vuoi. Bene, peccato che lo dici a uno che ti ha detto che si augura tu voglia approfondire la sintetica analisi di un link che hai postato tu, non di commentare le analisi di sibialiria.
    Passo e chiudo.

    • Lorenzo Declich il 20 settembre 2014 alle 16:02

      Lorenzo, intendevo dire che “mi tiri per la giacca” e la cosa non è piacevole, pur sapendo che di articoli dettagliati e comprensivi sulla Siria ne ho scritti e presumibilmente ne scriverò.
      La chiave dell’analisi era che sia Siria che Iraq sono “collasati” e ciò ha permesso a un gruppo come ISIS di proliferare (storicamente gruppi terroristici del genere crescono proprio in aree dove gli stati non arrivano). Nel caso della Siria Asad ha scientemente abbandonato parti del paese perché ciò gli faceva gioco e tenere lui in sella vuol dire perpetuare questa situazione a suo piacere.

      • Lorenzo Galbiati il 20 settembre 2014 alle 18:18

        Va bene, può essere che il mio augurio, dopo una dura critica all’analisi fornita tuo link, possa esser sembrato un tirarti per la giacca per farti dire altro. Sul web capita di sentirsi dire: perché non parli di questa cosa? e questo è irritante, se il tuo obiettivo è di parlare d’altro, se non dell’opposto. A me capita da anni di sentirmi dire: perché non parli dei razzi o dello statuto di Hamas? Forse perché i crimini israeliani mi sembrano molto più gravi??? Cmq, non è il mio caso, non ti chiesto di parlare… della suora del regime. Semplicemente, esprimo un desiderio: mi auguro di poter leggere sul web, da te o altri, analisi migliori di quel link sul perché nasce il terrorismo stile Isis, sui suoi rapporti con regime siriano ed iraqeno, e soprattutto inquadrando il tutto nel contesto mediorientale.
        Ho linkato il tuo pezzo.
        http://cevengur.wordpress.com

  40. Lorenzo Declich il 20 settembre 2014 alle 15:39

    “Chi ha paura di Razan Zaitouneh?”: ritratto dell’attivista siriana rapita

    Di Claudia Avolio il 19 settembre 2014

    A 9 mesi dal suo rapimento, ricordi e considerazioni ci aiutano a capire chi è Razan

    Di Karam Nachar. The Republic Gs (11/09/2014). Traduzione e sintesi di Claudia Avolio.

    Non molto tempo fa, una giovane donna guidava una delle più grandi reti di attivisti siriani messa in opera contro il regime di Assad. Occhi blu, capelli biondi senza velo, padronanza dell’inglese e laurea in legge, strenua secolarista. Razan Zaitouneh non aveva alcun interesse a mettere in mostra queste qualità, né voleva diventare un’icona internazionale. L’universalità della libertà e dei diritti umani – pensava – è un valore che può acquisire vita e significato solo attraverso battaglie sul posto.

    Ho sentito parlare di Razan per la prima volta nel 2005. Aveva preso parte a una piccola manifestazione a Damasco e presto erano iniziate a circolare storie sul suo eccezionale coraggio. Razan Zaitouneh aveva innalzato canti contro la famiglia di Assad in un momento in cui, per gran parte dei siriani, solo menzionare il presidente o suo padre era motivo sufficiente a tremare di paura.

    Nel 2011 con suo marito Wael Hamadeh e molti altri amici ha creato una formidabile costellazione di Comitati di Coordinamento Locale (LCC). I comitati organizzavano e documentavano le manifestazioni in forma video, registrando il crescente numero di morti, feriti e dispersi. Avevano anche eletto un comitato politico che discuteva di ogni aspetto legato alla rivolta siriana, offrendo una dettagliata visione per una Siria davvero democratica e pluralistica.

    Quando la rivolta ha segnato il suo secondo anno, però, la repressione selvaggia del regime di Assad ha reso impossibile per la gente continuare a protestare in modo pacifico. Per molti attivisti civili la trasformazione della rivolta siriana in ciò che è apparso come una guerra civile era insostenibile. Di chi si è sottratto alla morte o alla prigionia, molti hanno deciso di lasciare il Paese, intessendo un racconto di perdita e disillusione.

    Ma per Razan, Wael e molti dei loro amici più stretti, questi stessi sviluppi hanno significato dover ricorrere a un maggiore impegno. Per loro gli attivisti civili avevano ora il compito di monitorare le azioni dei ribelli armati, di resistere ai loro eccessi e di costruire istituzioni per un’amministrazione del potere di valore nelle aree liberate della Siria.

    Dopo due anni trascorsi nascosta a Damasco, Razan Zaitouneh ha seguito alla fine dell’aprile 2013 l’esempio del noto scrittore Yassin al-Haj Saleh spostandosi nella città liberata di Douma. Tra una popolazione che moriva di fame sotto il costante bombardamento delle forze di regime, Razan ha lanciato un progetto per rafforzare la posizione delle donne ed un centro per lo sviluppo della comunità – sempre continuando a documentare ed assistere le vittime della guerra.

    Nell’agosto dello stesso anno Yassin al-Haj Saleh si era spostato a nord, ma sua moglie Samira al-Khalil, Razan, suo marito Wael ed il poeta ed attivista Nazem Hammadi erano ancora a Douma. Il 9 dicembre 2013 sono stati rapiti da un gruppo di uomini armati: ad oggi, il loro destino rimane sconosciuto. Per Razan e Samira essere siriane significava non aver bisogno di conformarsi ad un modello culturale o politico. Già questo sembra aver terrificato le nuove forze islamo-fasciste come le proteste di massa hanno terrificato il regime di Assad.

    Ma al di là di questi attori locali, la presenza di persone come Razan Zaitouneh ha anche disturbato la narrativa che il mondo ha trovato più conveniente adottare circa la Siria, vedendo i veri democratici come deboli o del tutto assenti in ciò che era a loro parere solo una guerra civile settaria. Se questo sembra vero ora è solo perché per due anni i veri democratici sono stati lasciati da soli a combattere una dittatura brutale, gli estremisti di Al-Qaeda e signori della guerra corrotti.

    Già nel dicembre 2011, quando Amy Goodman ha chiesto a Razan cosa si aspettasse dal mondo, lei ha risposto: “Non mi aspetto più nulla”. Aveva ragione. Il mondo non ha fatto nulla per i siriani come Razan. Perlomeno, non ancora.

    Originale: http://therepublicgs.net/en/29528

  41. Lorenzo Declich il 22 settembre 2014 alle 09:09

    Di come un cessate il fuoco di 24h per recuperare i morti diventa un “patto di non-aggressione” fra ISIS e ribelli siriani

    http://claysbeach.blogspot.it/2014/09/how-24hr-truce-to-pick-up-bodies-became.html

  42. Lorenzo Declich il 22 settembre 2014 alle 13:05

    The War on ISIS: Views From Syrian Activists and Intellectuals

    http://www.dissentmagazine.org/blog/war-isis-views-from-syrian-activists-and-intellectuals

  43. Nevio Gambula il 22 settembre 2014 alle 16:31

    Vengo a sapere, tramite un’amica, che sul profilo Facebook di Lorenzo Declich viene chiamato TROLL chi esprime disaccordo con l’articolo, mentre al sottoscritto la redattrice di Nazione Indiana HELENA JANECZEK riserva le seguenti parole:

    «E’ un trombone di stampo sedicente comunista che si compiace a pontificare su ogni argomento e hai fatto bene a mazzolarlo».

    Pur confermando tutto (sono un troll, irriducibilmente dedito alla pontificazione e con, per di più, l’aggravante del comunista), a causa di questa vigliaccata da oggi il sottoscritto si dedicherà alla sottile arte del boicottaggio di Nazione Indiana. Le mie unghie meritano vetri più disponibili.

    Nevio Gambula (nel tempo anche NeGa, ng, Stan, Cuk-Utitz)

    • Lorenzo Declich il 22 settembre 2014 alle 18:54

      Mi ha detto mio cugino che non mi riferivo a te, o specificamente a te. Non vedo vigliaccate di sorta, la mia pagina FB fra l’altro è aperta. Positivo il fatto che tu ti sia palesato, Nevio.
      Detrollizzato, direi. Riguardo alle tue amiche lurker: potrebbero palesarsi anch’esse.
      Sulla mia pagina FB chiedevo ai miei amici di intervenire, di aiutarmi. Anche in modo “allegro”, “giocoso”, visto che è la mia pagina di FB, cioè una cosa personale.
      Lo sai perché l’ho fatto?
      Perché sono diversi anni che scrivo di Siria e i commenti sono – tristemente – sempre gli stessi.
      Stessi pregiudizi, stesse mistificazioni, stesso approccio alle fonti.
      Ho “invocato” i miei amici perché sono stanco di ripetere sempre le stesse cose.
      Ma questo non dovrebbe riguardarti perché alla fine, nonostante tutto questo, ti ho dato credito e spazio. Ora: fa un po’ quello che ti pare ma, pervafore, smetti di manifestarti qui in queste forme assolutamente offtopic.
      Grazie

      • Nevio Gambula il 22 settembre 2014 alle 20:48

        Un’amica ha letto l’articolo e i commenti; non conoscendoti ha cercato informazioni ed è arrivata al tuo profilo FB; dopodiché, sapendo che io non ho un profilo, mi ha passato la parte che mi riguarda. Ecco spiegato l’incipit. Tuo cugino, invece, non esiste. L’ironia è un’arte.

        Hai un po’ di confusione sul significato della parola “troll” e della netiquette di Nazione Indiana. Ma non importa.

        Se segui bene la logica del mio commento potresti accorgerti che “vigliaccata” non è riferito a te o a quello che scrivi nel tuo profilo, bensì alla definizione di me data da H.J. Anche leggere gli altri è un’arte.

        Sei sicuro che l’ultima tua frase non esprima anche, e certo al di là delle tue intenzioni, un tono troppo autoritario?

    • helena janeczek il 22 settembre 2014 alle 20:00

      Facebook è uno spazio pubblico e questa usanza da asilo – me l’ha detto la mia amica – è del tutto legittima. Legittimo e nient’affatto vile è però anche esprimere un parere negativo su chi si vuole.
      Quindi rispondo della mia frase sardonica. Ti faccio solo presente che l’ho scritta io e non Nazione Indiana – ma a ridurla così si sgonfierebbe la scena su cui proiettare il tuo grandioso quanto ridicolo vittimismo.
      Sì, penso che tu sia un trombone, nel senso meno simpatico: autocompiaciuto, teatrale, narcisista.
      Idea che trovo confermata da queste tue parole “Pur confermando tutto (sono un troll, irriducibilmente dedito alla pontificazione e con, per di più, l’aggravante del comunista), a causa di questa vigliaccata da oggi il sottoscritto si dedicherà alla sottile arte del boicottaggio di Nazione Indiana. Le mie unghie meritano vetri più disponibili.”

      • Nevio Gambula il 22 settembre 2014 alle 20:49

        Sull’«usanza da asilo» ho già detto sopra.

        Certo che è legittimo «esprimere un parere negativo su chi si vuole». E’ però VILE non farlo «de visu», ovvero in questa che è la sede dove stavamo discutendo.

        Io sarò pure «autocompiaciuto, teatrale, narcisista», ma tu dimostri che, alla fine della fiera, più che rispondere al merito dei miei commenti scendi sul personale, per altro insultandomi. E sì, perché la frase sul «trombone», più che un «parere», è a tutti gli effetti un insulto; anzi, tecnicamente è una «diffamazione», essendo stata scritta in un «luogo pubblico», in mia «assenza» e per offendere «la mia reputazione». Ma non importa, ci rido su.

  44. Nevio Gambula il 22 settembre 2014 alle 20:50

    Mi scuso con tutti per l’offtopic. La situazione in Siria merita di meglio che non questo scambio acido tra troll.

    • Lorenzo Declich il 22 settembre 2014 alle 22:49

      Be’, sono contento che alla fine tu l’abbia capito.

      Adesso, se il tuo orgoglio lo permette, vorrei tornare a postare qui cose che avrebbero a che vedere con l’articolo.

      Antiautoritariamente, però.

  45. Lalo Cura il 22 settembre 2014 alle 21:26
  46. Lorenzo Declich il 23 settembre 2014 alle 11:37

    Un’intervista a Eliot Higgins aka Brown Moses, che ha studiato bene l’attacco chimico della Ghuta

    http://www.wired.it/attualita/media/2014/09/19/moses-higgins-isis-scoop-divano-casa/

    Trovate nel pezzo molti link interessanti

    • elio_c il 23 settembre 2014 alle 20:39

      Guardacaso, anche il suo “lavoro” sull’MH17 rincalza sempre la medesima “parte”, ovvero la “linea politica” dei giornali che, sentendosi ben serviti, lo gratificheranno della qualifica di “esperto” e di qualche soldino. Vabbé, inutile prendersela con il “tengo famiglia”, stato di necessità che impone di rinunciare al “lusso”, ormai insostenibile, della probità.

      • jan reister il 23 settembre 2014 alle 20:57

        ad hominem

      • Lorenzo Declich il 24 settembre 2014 alle 20:19

        Be’, certo, le cose, per essere “vere” devono “apparire” equidistanti ed equipartite, altrimenti scatta il sospetto di pennivendolismo. Ma ad esempio un Hersch, che nega l’attacco chimico di Asad, non scrive sul NYT? E perché esce su Repubblica “a babbo morto”? Mistero. Così come è un mistero il motivo per cui Asad e Obama, in questo momento, stanno lavorando insieme.

        E poi stai sicuro che se Brown Moses fosse giunto a conclusioni diverse qualcuno dalle parti di Russia Today avrebbe pagato, eccome.

        • elio_c il 25 settembre 2014 alle 10:59

          Certo, già te lo vedo avvertire prima la “fondazione Carter”: Cari, ho scoperto questo.., posso vendere la notizia a Russia Today? – ..fa’ pure figliuolo, quel che è giusto è giusto, lo sai che di te ci fidiamo.
          Ho esaminato un poco il lavoro del vostro eroe: consiste totalmente di “bit” dall’oscura origine, che ben sappiamo essere “modificabili”. Chi ri-controlla l’autenticità di quelle famose geolocalizzazioni? Oppure l’assenza di abili svirgolate photoshop dentro ad immagini che dovrebbero poi dimostrare chissaché? Le presunte “dimostrazioni” dell’amministrazione americana (distinguo dal “popolo” ovviamente) vengono regolarmente ridicolizzate su Zerohedge (altro sito spazzatura ovviamente). Non ce ne sono state abbastanza di pagliacciate? Sinceramente non capisco se sacrificate il raziocinio per un “più alto ideale” oppure è semplice sciatteria da “partito preso”. Una bella delusione da Nazione Indiana, questo sì.

          • elio_c il 25 settembre 2014 alle 11:35

            Rileggendomi, ritiro le ultime due frasi.

          • Lorenzo Declich il 25 settembre 2014 alle 12:09

            Anche qui facciamo attenzione alle cronologie. Higgins ha lavorato per un bel po’ da solo, e anche sotto pseudonimo. E continua a farlo, ormai senza pseudonimo. Ed è tutto in chiaro, nessuno paga niente per avere quelle analisi. E’ poi, in seguito, coinvolto in un progetto alla Fondazione Carter, va bene. E’ chiaro che se si mette in dubbio la buona fede del soggetto tutto può essere. Chiunque non sia ai “piani alti” è manipolabile. Ma una cosa è dire: “Higgins è manipolato”, una cosa è dire “Higgins è un manipolatore”. Non commento le tue ultime frasi che hai cassato. Vorrei però sottolineare che squalificando quasiasi cosa in base all’origine di veri o presunti manipolatori non si arriva da nessuna parte. O meglio: si conclude che “tutto è falso”, che “non bisogna fidarsi di niente”. Si può anche fare, non dico di no. Io sostengo che c’è bisogno di affrontare la complessità delle cose, usando il meglio delle proprie capacità. Penso di avere il dovere di indicare con chiarezza, in base a ciò che ho analizzato, il mio punto di vista. Penso di averlo fatto. Questo avviene proprio per evitare che qualcuno pensi a qualche fine nascosto, a qualche “più alto ideale”, a qualche tentativo di manopolazione occulta. Non si tratta di “partito preso”, si tratta di “prendere una posizione” chiara.

          • Lorenzo Declich il 28 settembre 2014 alle 15:55

            Questa è una playlist do Brown Moses sulle manifestazioni antiamericane all’indomani degli attacchi.
            Molte di queste manifestazioni sono tristemente pro-isis

            https://www.youtube.com/playlist?list=PLPC0Udeof3T6FHfQHGTnUx4Tk8Pzcz91a

  47. Lorenzo Declich il 23 settembre 2014 alle 12:38

    UN Commission: ISIS Not The Sole Agent Of Death And Destruction In Syria

    http://www.huffingtonpost.com/2014/09/16/un-commission-syria_n_5828414.html?cps=gravity

  48. […] This article was originally published by the Italian website Nazione Indiana. Translation by Maria Elena […]

  49. […] Intanto un’altra guerra, quella che c’era prima, continua.  Qui un comunicato di stamattina dei Comitati di coordinamento […]

  50. Siria | Georgiamada il 26 settembre 2014 alle 13:00

    […] nazione indiana di Daniele Declich, che continuamente aggiorna con link, tramite commenti. Uno del 12settembre E uno del 24 settembre Consiglio anche la sua pagina Facebook aperta, e quindi visibile a tutti […]

  51. Lorenzo Declich il 26 settembre 2014 alle 13:17

    Sull’amnistia del maggio 2011

    http://therepublicgs.net/en/21409

  52. […] Lorenzo Declich è romanista e islamista. Ha aperto (e poi chiuso) il blog “Tutti in 30 secondi” con cui seguiva principalmente le “Primavere arabe”; è esperto e appassionato del mondo arabo contemporaneo, in particolare della Siria. […]



indiani