Sulla flebile abissale differenza tra dire e scrivere

2 dicembre 2014
Pubblicato da

Biagio Cepollaro,Ch'ien-2008

di Pino Tripodi

[L’intervento di Pino Tripodi, come quelli precedenti di Luigi Bosco e Lorenzo Mari, sviluppano per appunti quanto detto nell’ambito della rassegna Tu se sai dire dillo 2014 in occasione della serata dedicata alla critica letteraria. B.C.]

 

 

 

 

 

 

 

Un tempo si usava dire scrivo perché ho qualcosa da dire.

Tutto è cambiato, ora.

Niente ho da dire e nulla dico.

Se mi riesce scrivo, solo. Forma più adatta -paradosso – all’impero del fare.

Dire, prendere la parola, partecipare all’agone pubblico dell’insensatezza globale, farsi rumore nel frastuono della realtà. Completamente inutile. Ora. Dannoso, anzi, forse, chissà.

Dire, partecipare del reale quando tutto lo spettacolo di parole aderisce così profondamente alla realtà ne è la sostanza apologetica pur quando si presenta in forma antagonistica.

Dire completa l’indifferenza del reale, l’impossibilità che venga il reale preso dall’atto di parola. La splendida giostra del mondo più luccica più è insensata. In tutte le barricate che si erigono, impossibile è prendere posizione, stare di qua, di là o in mezzo.

In ogni guerra d’arme o di parola solo il piccino, il funesto, l’orrido si mettono in gioco fingendo cartapestiche barricate di propositi meschini.

Il resto, il generale, non ha da schierare le sue truppe.

Dire dunque non pensare, dubbio sforzo etico narcisistico per convincersi di partecipare alle cose del mondo.

Scrivere si può, solo, se non si ha nulla da dire. Ora.

Scrivere si può, solo, nella lingua dei morti. Scrivere si può, solo, se si è perfettamente consapevoli di essere morti.

Per chi scrivere.

Semplice. Per chi potrà ancora morire un giorno nella felicità di avere vissuto magari per un istante solo.

Ci si trova sempre a disagio quando vien chiesto di parlare di ciò che si scrive in letteratura. Perché? Perché è inutile e perfino dannoso ai fini della comprensione della scrittura. Parlare in letteratura non serve a comprendere ciò che si scrive. Tutt’al più serve a confondere. Il motivo è semplice. Lo scrivente non è uguale al parlante, spesso non è neanche affine e può essere addirittura contrario o opposto. Nella letteratura che si ama, lo spazio della scrittura insorge quando si cheta quello della parola parlata e l’altro della scrittura extraletteraria. Per scrivere bisogna staccarsi da sé, la scrittura inizia dove il parlare non può arrivare, non è un semplice complemento del dire. Scrivere è un’attività catartica che modifica profondamente le condizioni d’esistenza. Non c’è attività più metamorfica della scrittura. La scrittura è una presa d’atto di quell’esistenza che non si risolve nell’atto della parola, che la trascende. In letteratura, se si pensasse prima ciò che si scrive, la scrittura risulterebbe noiosa inutile. Solo quando si è in grado di scrivere ciò che non si è pensato fino all’attimo precedente scorre pensiero,  si partorisce atto creativo.

L’atto di parola è rappresentazione di ciò che si è, di ciò che si presume di essere in un momento dato, l’atto di scrittura è espressione di ciò che la parola parlata non  potrebbe mai rivelare. Dire è riflettere l’istante, scrivere è perdersi navigare nel tempo. Scrivere per rappresentarsi è un atto miserabile, si scrive per fuggire da sé, per cercare una linea di fuga alla propria esistenza. Per parlare si è obbligati a stare in superficie, per scrivere è necessario affondare, scavare, sprofondare. Parlare è vagolare razzolare nel buio, scrivere è cercare vedere un punto di luce.

Lo scrittore è il peggior critico di se stesso.

Forse un tempo non è stato così. Forse. Forse, in assenza della scrittura vi era chi parlava protoscrivendo e chi parlava, semplicemente perché ne aveva facoltà.

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4 Responses to Sulla flebile abissale differenza tra dire e scrivere

  1. diamonds il 2 dicembre 2014 alle 11:55

    in controluce, l’autorevole sorriso dei periti

  2. Carla il 2 dicembre 2014 alle 13:55

    bisognerebbe reintegrare la polis…:-)
    a parte tutto, sono d’accordo sul fatto che da dire è rimasto poco,
    meglio quindi limitarsi a scrivere ma non solo come allontanamento da sè stessi (atto critico)
    direi piuttosto come atto liberatorio, sfogo del momento
    quindi la scrittura andrebbe divisa in:
    quella che segue il bisogno e quella che segue un progetto…
    nella prima rientra a tutto tondo la poesia.

  3. lorenzo mari il 2 dicembre 2014 alle 14:46

    Ringrazio Biagio Cepollaro per aver pubblicato gli appunti tratti dal notevole intervento di Pino Tripodi alla serata milanese di “Tu se sai dire dillo” di quest’anno che è stata dedicata a poesia, critica, realtà e altre questioni.
    Eludendo ogni possibile superficialità, l’intervento di Tripodi continua a suscitare in me impressioni contrastanti. Sulle prime: ma è banale…
    La poesia è hybris, la critica è ancor più arrogante, bisogna attingere alla lingua dei morti per poter scrivere. Benissimo, e quindi? Ogni scrittura è hybris, e grazie tante… …Eppure l’intervento di Tripodi è poderoso e va approfondito: dunque, se si ritiene davvero che ogni atto di scrittura sia in parte o totalmente deplorevole, tutta l’arte dev’essere censurata. Ancor di più, dev’essere sempre censurabile, rompendo con le norme. Non dunque “nie wieder Zensur in der Kunst”, ma “immer Zensur in der Kunst”, se l’arte è poi in grado di dirsi tale…
    Con questo non voglio essere apologeta della trasgressione o del nuovismo. La scrittura che parla la lingua dei morti, però, trasgredisce le norme della lingua, così come mira sempre, inesorabilmente, in minima o larga parte, a trasgredire tutte le altre norme esistenti, su altri piani (che, per quanto non siano ritenuti qui decisivi, incidono, eccome!, sulle vite degli altri).
    Una di queste -oggi- è riscontrabile nei movimenti derealizzanti di cui siamo parte. Il postmoderno, a mio personalissimo avviso, è ancora di là da passare (forse, deve ancora venire): e perciò non posso essere d’accordo quando si sostiene che “dire, partecipare del reale quando tutto lo spettacolo di parole aderisce così profondamente alla realtà ne è la sostanza apologetica pur quando si presenta in forma antagonistica”. Oltre alla consapevolezza che realtà e reale sono piani convergenti ma al tempo stesso distinti, secondo le accezioni, un tale assioma funziona -credo- soltanto in modo binario: o per tutta la poesia (e ce n’è, anche attualmente) o per nessuna poesia. Non c’è alternativa, al nocciolo di questa tesi, che comprende in sé agonismo e antagonismo.
    Non è possibile, poi, pensare a un’auto-rappresentazione (cosa miserabile, si dice) che non sia anche fuga, entro una scrittura che sia degna di essere tale, e cioè censurata e censurabile. Si intravvede sempre, insieme alla rappresentazione, la fuga: può essere più o meno netta, ma se non si opera credendo di scrivere ciò che si dice (punto giustissimo, contro certa naiveté) c’è sempre.
    Così come sussiste la dialettica, che è ‘in re’ per quanto mi riguarda, tra reale e irreale, come ho tentato di dire nel pezzo da me pubblicato precedentemente.
    Detto questo, e continuando sulla via di un dissenso che sarà pure sciocco e presuntuoso (perché dilettantesco, come riconosco), l’intervento di Tripodi è intervento da vero intellettuale, che lui si voglia accollare l’etichetta o meno: perché contiene una galassia di discussioni in pochi appunti. C’è chi fa invece molto rumore per nulla. Sono troppi, comprendendo -perché no- anche “In Realtà La Poesia”, sono certamente troppi, e il rumore non consente di cogliere le voci, che pure sono (reali).
    Lorenzo

  4. rmorresi il 4 dicembre 2014 alle 10:32

    Anch’io, come Lorenzo Mari, sono un po’ divisa rispetto a questo contributo. Capisco il disagio, avvertito da molti, a starsene immersi nel rumore incessante delle parole ‘sociali’. O il pericolo di tante banalizzazioni ‘comunicative’. Ma trovo la reazione pericolosa. Difatti se concludiamo che

    “parlare di ciò che si scrive…è inutile e perfino dannoso ai fini della comprensione della scrittura. Parlare in letteratura non serve a comprendere ciò che si scrive. Tutt’al più serve a confondere”

    abbiamo non solo dato per scontato che i significati siano univoci, e debbano rimanere inalterati, ma pure che il linguaggio della mediazione sia qualcosa di impuro, derivativo, secondario. Entrambi le posizioni sono da sconsigliare, a mio avviso.

    A me capita ogni tanto di partecipare a occasioni letterarie pubbliche, ‘orali’, e sì, spesso sono futili, o dominate dall’ansia di comunicare/piacere, oppure troppo accademiche, o rivelatrici di come il parlare della propria scrittura sia per niente sincronizzato con la scrittura stessa, e così via.
    Altre volte non è così: altre volte capisci qualcosa di più di quella scrittura di chi parla, e non a motivo della sua ‘spiegazione’, ma per complementarietà o armonizzazione (a volte ti accorgi che la mancata consapevolezza corrisponde alla mancanza di peso).

    Insomma, non sarei così prescrittiva nel dire “no, non bisogna parlare di quel che si scrive”, anche perché c’è chi lo fa molto bene, dando molto a chi ascolta ma pure – sospetto – a se stessi, alla coscienza del proprio lavoro.



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