Les nouveaux réalistes: Calogero Virzì

27 marzo 2015
Pubblicato da

L’amore secondo Fichte

di

Calogero Virzì

 

Johann Gottlieb Fichte Dressed as a Soldier (1813)

Johann Gottlieb Fichte Dressed as a Soldier (1813)

 

Lì, sospeso tra il paesino e il vulcano, stava il Chianu Nìuru, il piano nero. Formatosi nei secoli, tra un rigurgito magmatico e l’altro, il Chianu era una distesa aspra e nera. Non c’era niente, e forse per questo ci si faceva di tutto. Per gli abitanti del paesino rappresentava la vera balia, la matrigna che allevava da generazioni la gente del luogo. Di giorno, nel tempo spensierato della prima gioventù, tante amicizie e tante guerre si erano consumate; di notte, quando gli istinti si svegliano e i vizi illuminano il sentiero, il Chianu era il teatro discreto di amori brevi e lunghi amplessi.
In un pomeriggio di Ottobre, nuvoloso ma sereno, Salvo stava lì, sempre nella sua culla di roccia, sempre al suo posto. Eppure tra le mani non reggeva riviste allegre o giornali sportivi, come di consueto, bensì un tomo più pesante da leggere che da portare appresso. Il Chianu, nel suo silenzio pomeridiano, era l’ideale per studiare in pace all’aria aperta. Ben presto, con un po’ di ritardo, sopraggiunse l’amico Mario, anche lui con lo stesso volume nello zaino. Era l’ultimo anno di liceo e bisognava terminare degnamente.
«Spiegami questo Fichte che non ci ho capito niente».
Era una costante ormai, e i due, studiando insieme, riuscivano a compensare per quanto possibile le lacune altrui. Salvo era un esperto umanista, abile a muoversi nelle materie letterarie e nei corsi della storia, anche se il suo cavallo di battaglia era la filosofia, croce senza delizia della maggior parte degli alunni. Gli riusciva bene di barcamenarsi tra pensieri, tesi e interpretazioni, annullando momentaneamente le proprie visioni per sostituirle con quelle del luminare di turno. Provava inoltre uno strano piacere a spiegarle agli amici, come se in quel momento potesse sentirsi un vero intellettuale. Viceversa, Mario lo sosteneva nelle materie scientifiche. Matematica e fisica gli calzavano a pennello, perché trovava più interessante sapere che una formula è quella ed immutabile, senza il rischio che qualunque filosofo desse la sua personale interpretazione.
Quello, tuttavia, era il pomeriggio di Salvo, perché il giorno dopo qualcuno sarebbe stato ghigliottinato in filosofia, ed entrambi avevano discrete possibilità di passare per il patibolo.
«Cosa non hai capito di Fichte?».
«Spiegami ‘sta storia dell’Io, del non-Io…». Mario era già pronto con carta e penna in mano.
Salvo si schiarì la voce, raccolse le idee e cominciò: «Dunque, allora, Fichte è un idealista come Hegel, no? Te le ricordi tesi, antitesi, sintesi, giusto? Ecco, qui è la stessa roba, ma cambiano i termini. Allora, praticamente Aristotele diceva che A=A, giusto? Bene, Fichte non si accontentava di ciò. Lo scopo finale è la sintesi, che per Fichte è l’Io assoluto, cioè la conoscenza, l’intuizione intellettuale, il soggetto che prende coscienza di sé, IO PENSO… Ci sei?»
«…Coscienza di sé…Ok!».
«Ora, come si arriva a ciò? Seguimi! Questo Io assoluto si divide in categorie. La prima è l’Io, cioè il soggetto, la tesi, chiamalo come ti pare. Bene, l’Io da solo non combina una minchia, perché solo con l’Io non possiamo arrivare alla sintesi, d’accordo? Allora Fichte c’infila una seconda categoria, cioè il non-Io, l’antitesi, che è tutto ciò che non è Io, ovviamente. Ci sei? Dunque, a ‘sto punto Io e non-Io si guardano e si salutano, ma quello che devi dire tu è che sussiste una dialettica tra soggetto e oggetto, che fa sì che entrambi si limitano e si determinano, cioè si definiscono. L’uno ha bisogno dell’altro per definirsi, ok?».
«Va bene, continua».
«Poi devi dire che quando l’Io limita il non-Io, cioè l‘oggetto, questa si chiama conoscenza pratica; viceversa si chiama conoscenza teorica, o teoretica, va bene? A ‘sto punto finisci dicendo che la conoscenza teoretica corrisponde alla sintesi, cioè l’Io prende coscienza di sé! Ma questo avviene per gradi, mica in un attimo: prima c’è la sensazione, poi l’intuizione, poi il giudizio e infine l’idea. L’idea rappresenta proprio L’IO PENSO dell’Io, l’esperienza della conoscenza. Insomma, è come se il non-Io servisse a riempire il pensiero dell’Io…». Ci fu una pausa.
«Stop?» chiese l’allievo.
«Stop! Finito» rassicurò il maestro.
«Io non ci ho capito comunque una minchia, ma mi fido…» disse Mario ridendo. «Sigaretta?».
«Cannetta?».
«Cannetta!».
Immersi nella pace incontaminata, i due abbandonarono per un po’ gli argomenti scolastici. «Ma come fa a piacerti la filosofia? Cioè, può essere anche interessante, ma non c’è modo di applicarla alla realtà, non ha senso. La fisica invece può anche essere noiosa, però, cazzo!, serve».
«E che ci posso fare? A me piace».
«Ti piace perché sei un segaiolo».
«Può darsi, ma stamattina a scuola mi son fatto aiutare…» disse Salvo sogghignando.
«Ah sì, e con chi? Sentiamo».
«Maria Grazia, quella della prima C».
«Dici sul serio? E dove?».
«Al terzo piano della scuola, quello chiuso per ristrutturazione. Siamo andati al cesso… E lì, beh, mi ha aiutato a pisciare». A vedere Salvo si sarebbe detto che godeva di più a raccontare certe cose che a farle.
«E poi?».
«E poi basta. A un certo punto ho provato a infilarle una mano nei jeans, ma lei me l’ha subito allontanata. Mi ha detto “Io certe cose non le faccio nei cessi”. Hai capito che tipo?».
«Certo, però le seghe nei cessi sono consentite. Che roba, ‘ste donne!».
«Mario, io ho un problema».
«Cioè?».
«Io devo scopare. E che cazzo, sono già maggiorenne, ho la patente, vado a votare e non scopo? Che me ne faccio della patente se non scopo?».
«Non dirlo a me» sospirò Mario, che comprendeva fin troppo bene le aspirazioni dell’amico. «Al limite, se sganci cinquanta euro…».
«No no amico, niente puttane. Sarebbe umiliante. Ce la devo fare gratis! Se poi non ci riesco, diciamo entro il diploma, allora ne possiamo parlare».
«Entro il diploma?».
«Entro il diploma… sì, ok, facciamo entro la fine dell’Estate… no, aspetta, facciamo entro il primo giorno ufficiale da universitario e la chiudiamo qui, ok?».
«Va bene, va bene, è tuo il pisello. Senti un po’, stasera che fai?».
«Io passo, amico. Devo finire di studiare le ultime cose per domani».
«Ok, come vuoi. A domani». Mario se ne andò, e Salvo, dopo qualche minuto di noia, ritornò a casa. Non si sentiva in colpa per aver mentito all’amico. Non è che questi devono sapere sempre tutto, che cavolo!
Qualche giorno prima accadde che Giorgio, l’imbecille dell’ultimo banco, gli confidò che Pietro, un suo amico, gli aveva detto che un certo Filippo gli aveva rivelato che Bianca, la figlia della farmacista, era più che generosa su certe questioni.
«Bianca, ma scherzi? Quella non spiccica una parola, e la mamma è pure catechista». Salvo era perplesso.
«Lascia fare, lascia fare… Quella fa tanto la santarellina, ma è più affamata di te. Zitta zitta ne ha viste passare, di minchie. E garantisce pure riservatezza. L’hai detto tu, che non spiccica una parola!».
«Mah, non lo so se è il caso. Ha pure sedici anni».
«E che ti frega? Guarda che quella è navigata. Si dice che fa certi numeri, e c’è pure la sorpresa…».
«Sorpresa? Che sorpresa?».
«Questo non lo so, Pietro non me l’ha detto. Comunque è facile, ascolta me: la porti da qualche parte, un bicchiere, due parole dolci ed è fatta. Senza impegno!».
Salvo era indeciso, ma in fin dei conti che gli importava? Valeva la pena tentare.
Allora l’adescò su Facebook: chattarono un po’, disquisirono molto sulla grande fede in Dio che ovviamente entrambi condividevano, e lui diede sfoggio della sua cultura classica snocciolando qualche aforisma a casaccio. Alla fine sparse generosamente diversi “mi piace” sulle foto di lei, e dopo due giorni la ragazza acconsentì al grande appuntamento.
Giunto alla sera fatidica fece risplendere la macchina, si lavò come mai in vita sua, si cosparse di profumo fino a farsi bruciare le ascelle, pantaloni delle grandi occasioni, camicia, cera fissante sui capelli (comprese le basette) e via di casa. Era la serata più importante della sua vita. Nel cofano della sua auto, una Fiat Tipo bianca, vecchia di venticinque anni, affidabile quanto un postino dislessico, aveva sistemato un set di asciugamano e coperte per tutelare la tappezzeria dagli umori della passione. Il cruscotto era stato riempito con una batteria di pacchi di preservativi, comprati ovviamente nel distributore della farmacia della madre della ragazza. Non era più un’auto, ma una corazzata del sesso.
Quando la venne a prendere lei era così coperta che le mancava solo il burqa, ma ormai l’istinto virile era scattato e nulla l’avrebbe abbattuto. C’era solo un dettaglio: non sapeva dove portarla. Per fortuna lei non diceva una parola, allora lui decise di trascinarla da qualche parte nel paese vicino. Non voleva farsi vedere in giro per evitare chiacchiere, ma d’altro canto non aveva ancora una confidenza tale da giungere con la Tipo a Catania.
Finirono in un anonimo pub a dieci chilometri da casa. Lei sembrava impermeabile a qualsiasi cosa, tanto che Salvo iniziò a pensare che il silenzio orale della ragazza derivasse, più che dalla timidezza, da quello cerebrale. Ancora una volta non si diede per vinto: cominciò a parlare, di tutto e di niente, da Dio alla politica passando per le barzellette sconce. Lei rideva spesso e qualche volta annuiva, nient’altro. Presero un paio di drink, ma dopo un po’ cominciò a dare segni di cedimento: il suo repertorio dialettico si stava esaurendo.
«Insomma, la dobbiamo passare tutta qui la serata?» sbuffò seccata la ragazza, e quindi trangugiò in un sorso unico quello che restava nel bicchiere.
Salvo si trovò spiazzato e incerto sul da farsi, ma alla fine si ripeté che non aveva niente da perdere e propose: «Torniamo in macchina, magari c’è più caldo… e possiamo parlare meglio… sì, insomma, senza ‘sta musica di sottofondo che dà fastidio».
«Ok, andiamo» annuì la ragazza.
Una volta acceso il motore, a Salvo cominciarono a tremare le mani. Parcheggiò dietro al cimitero, un posto così sperduto che non prendeva neanche il cellulare. Spense la macchina.
«Sei…sei carina, lo sai?».
«Sì sì, lo so. E’ una serata che me lo dici» disse nuovamente annoiata, e intanto, con le mani, provava a slacciare la cintura di Salvo, ma non quella di sicurezza.
«Che palle, tutta ‘sta fatica per un pompino» pensò, ma poi la lasciò fare, pensando che il meglio doveva ancora venire.

In quei momenti di gradevole silenzio e di aspirazioni ben poco spirituali, a Salvo venne naturale ripassare mentalmente Fichte. «Dunque, c’è la sintesi, che sarebbe la scopata. Come si arriva alla sintesi? C’è l’Io, che in questo caso sarebbe il mio cazzo; ma questo da solo non ha significato, è inutile. Serve dunque il non-Io, che sarebbe Bianca, o meglio la fica di Bianca. Comunque, l’Io e il non-Io si confrontano in una dialettica che limita e definisce entrambi. Non c’è scopata senza confronto di queste due parti, è chiaro! Ed è chiaro che adesso devo cercare il non-Io!».
Immaginandosi Fichte che lo incoraggiava dal sedile posteriore, con molta lentezza, la mano di Salvo si allungò verso la lunghissima gonna di Bianca. Ecco, stava per toccarla…
«Fermati, che stai facendo?» protestò alterata la ragazza.
«Come che faccio? Voglio, come dire, partecipare anche io».
«Prima mi dici che sei credente e poi fai queste cose? Bugiardo! Io mi devo conservare».
«Conservare? Per chi?».
«Per il mio futuro marito, scemo! Che gli dirò dopo il matrimonio? “Perdonami caro, ma un giorno sono scesa dall’autobus e solo dopo mi sono accorta di aver lasciato l’imene sul sedile?”. Ma tu guarda…».
Non disse una parola. A quel punto Bianca, addolcendo la sua espressione  ammiccò e disse: «Però possiamo sempre trovare una soluzione alternativa».
Rassegnato, disse solo: «Lasciamo perdere».
Si ricomposero e partirono. Entrambi delusi, per motivi diversi, non si parlarono per tutta la strada. Si dissero ciao sotto casa sua, e quella fu l’ultima volta che si videro. Non sempre le sorprese sono gradite.
Distesosi a letto, stanco e arrabbiato, Salvo prese il tomo di filosofia e sentenziò: «Che verginello quel Fichte! Io e non-Io… E se si mette di mezzo il culo come la mettiamo, eh?».
La mattina seguente fu proprio lui ad essere interrogato in filosofia.  Avrebbe voluto dire al professore che le teorie delle grandi menti sono straordinarie, fin quando un imbecille qualunque non avesse tentato di applicarle nel mondo reale, ma l’istinto di conservazione lo trattenne: quella lezione, imparata solo qualche ora prima, non era scritta nel capitolo su Fichte.

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