L’uomo

28 febbraio 2017
Pubblicato da

di Michele Cocchi

(incipit dal romanzo La cosa giusta, in uscita per Effigi).

Aprì gli occhi e si ritrovò al buio. L’aria odorava di pelo bagnato e di urina di cane. Nel silenzio, sdraiato sul fondo di calcestruzzo, sentiva la schiena intorpidita e la coscia dolergli. Allungò una mano al ginocchio, si palpò la stoffa dei pantaloni impregnata di liquido e si annusò le dita, riconoscendo l’essenza ferrosa del sangue. Alzò di poco la testa nel tentativo di vedere e la riabbassò sul pavimento; poi curvò la schiena, allungò un braccio e si toccò la ferita senza riuscire a valutarne la gravità. Il dolore, comunque, gli impediva di sollevare la gamba, così abbandonò la testa sul pavimento e iniziò a sudare.

Quando si svegliò, dopo un tempo imprecisabile, capì che non sarebbe morto dissanguato. Intorno a lui ogni cosa era ancora immersa nel buio. La gamba gli faceva male, ma di un dolore diverso, come di una lama che a intervalli regolari gli trafiggesse la carne appena sopra l’osso.

Si girò sulla pancia e cominciò a trascinarsi sul pavimento, cercando di non piegare il ginocchio ferito; sentiva le gambe indolenzite e la stoffa dei pantaloni appiccicata alla pelle. Non  riusciva a capire in quale punto del capannone si trovasse, e tantomeno che ore fossero. Era notte, di questo era sicuro, perché dalle finestrelle in alto non proveniva alcuna luce. Si fermò a riposare e a riprendere fiato, la fronte aderente al pavimento.

Quindi riprese a strisciare, puntando i gomiti e spingendo con le reni con tutta la forza che aveva. Quando si fermò, pochi metri più avanti, aveva il fiatone e si accorse che stava tremando per il freddo. Sforzò gli occhi e fissò la penombra in cerca di qualcosa per coprirsi, nonostante le forme intorno a lui continuassero ad apparirgli estranee. Allungò un braccio e tastò a destra e a sinistra, finché nella ricerca afferrò una latta vuota di olio per motori. La sollevò con rabbia e la lanciò lontano; ne ascoltò il tonfo metallico contro la parete di cemento.

Aveva ripreso a strisciare, ma la gamba gli mandava fitte così pungenti che fu costretto a fermarsi di nuovo; concentrò lo sguardo su un punto laterale e finalmente riconobbe il contorno di alcune ciotole impilate sul pavimento. Ampi anelli scuri che balzavano fuori dalla notte. Strisciò ancora, mantenendo la stessa direzione, finché la testa andò a cozzare contro il mobile addossato alla parete. Col cuore che gli batteva per lo sforzo, l’uomo si girò su un fianco e rimase immobile alcuni istanti, poi premette a terra le mani e si diede la spinta per mettersi seduto. Grugnì per il dolore, gli occhi gli si riempirono di lacrime. Digrignò i denti e riprese fiato, respirando a pieni polmoni, aspettando che le fitte alla gamba si placassero, mentre sentiva il rivolo caldo di sangue colargli sopra il ginocchio e scivolargli lungo il polpaccio. La testa che gli girava per la tensione. Con la schiena incollata agli sportelli scorrevoli, cercò tastoni la maniglia del mobile e fece scorrere l’anta dietro le spalle. Al tatto riconobbe i sacchi di cibo secco da cinque chili disposti sul primo scaffale e fece appena in tempo a voltare la testa di lato e vomitare. Si ripulì la bocca con la manica della camicia e si concentrò di nuovo sull’interno del mobile. Spostò il primo sacco e lo accompagnò a terra di fianco a lui, fece cadere sul piano metallico il secondo con un tonfo e lo trascinò fuori. Dopodiché fece la stessa cosa con il terzo e il quarto, le scosse alla gamba gli procuravano punture brucianti. Quando ebbe liberato la parte superiore dello scaffale, accompagnò lentamente la gamba ferita sopra uno dei sacchi distesi e si allungò all’interno del mobile cercando alla cieca la cassetta veterinaria. La trascinò sul pavimento e poi si spinse a rovistare in mezzo a vecchie mangiatoie e a ritagli di rete arrotolata. Annaspava e deglutiva e si gettava in avanti indifferente al dolore, con la testa protesa nello spazio angusto oltre lo sportello, bestemmiando e costringendosi a trattenere e respingere i conati di vomito. Aveva gettato a terra il sacchetto con gli spray antiparassitari, le spazzole e i guinzagli. Dentro un contenitore di plastica aveva riconosciuto le pile consumate e alcune lampadine tascabili e adesso provava diverse combinazioni, senza riuscire a vedere cosa stesse facendo, finché una luce si propagò intorno a lui. Per prima cosa puntò la lampadina all’altezza del ginocchio. Uno squarcio indicava chiaramente dove la lama era penetrata lacerando la stoffa e la carne. Sotto il circolo di luce la macchia di sangue rappreso appariva nera ed era impossibile distinguerne i bordi. L’uomo orientò la lampadina sulla cassetta e iniziò a frugarvi dentro: individuò il flacone dell’antidolorifico, ne svitò il tappo contagocce e lo riempì per tre volte spremendoselo sulla lingua. Dopodiché chiuse gli occhi, lasciò scivolare indietro la testa e premette la nuca sulla superficie fredda del mobile, attendendo che il farmaco facesse effetto, in uno stato tra il sonno e la veglia. Quando aprì gli occhi vide un vecchio di fronte a lui con una faccia sconvolta che lo guardava e provava a parlargli, ma l’uomo distinse soltanto un biascicare incomprensibile. Il vecchio allora si avvicinò brancolando e allargando la bocca, come per farsi sentire meglio, e l’uomo si accorse che al posto dei denti aveva vetri di bottiglia piantati nelle gengive. Si svegliò di soprassalto e tastò tutt’intorno il pavimento per ritrovare la lampadina. Il silenzio era immutato. Soltanto lo scroscio dell’acqua che scorreva nella gora dietro il capannone. Puntò la luce nel vuoto, facendo emergere dal buio le gabbie accatastate a una parete, i paletti di metallo per le recinzioni e gli attrezzi nell’angolo opposto. Cercò una posizione sufficientemente comoda, con la gamba ancora sollevata sul sacco di mangime e l’altra distesa sul pavimento. Dall’interno della cassetta prese un flacone di disinfettante, una confezione di garze sterili e una di bende. Incastrò la lampadina tra due sacchi di mangime così che il fascio puntasse diritto sulla gamba ferita. Con un paio di cesoie tagliò i pantaloni all’altezza della coscia e fece scorrere la stoffa fino agli scarponi. Il taglio era profondo poco più di un centimetro e piuttosto largo. La lama ricurva della roncola era affondata nella carne e uscita sopra il ginocchio sfiorandogli il femore. Si piegò in avanti e provò ad allargare i lembi della ferita; sentì una puntura propagarsi sotto la pelle e vide la carne aprirsi e sputare fuori un grumo di sangue. Puntò la lampadina nella direzione dell’ingresso, ma a malapena il fascio di luce raggiungeva le chiazze di gasolio sul pavimento pochi metri più avanti. Fissò a lungo lo sguardo dove supponeva dovesse esserci l’entrata del capannone. Rovistò ancora nella cassetta, utilizzò una delle garze per disinfettarsi le mani e una seconda per disinfettare la ferita. Tagliò due metri di bende e fece una fasciatura intorno al ginocchio: flettere la schiena in avanti risultava particolarmente difficile. Si era spremuto un altro contagocce di antidolorifico sulla lingua e aveva atteso di sentire la testa leggera per issarsi sulle braccia e mettersi in piedi. Grugnì, bestemmiò e si afferrò al secondo scaffale. Si fermò e aspettò che il dolore si acquietasse, con la testa tra le braccia e tenendosi in equilibrio sulla gamba sana. La fasciatura teneva e non gli sembrò esserci un’ulteriore perdita di sangue, soltanto, la gamba stava gonfiando e la sentiva pulsare sotto la benda. Spostò il fascio di luce e, sorreggendosi al mobile, camminò a passi laterali fino all’angolo del capannone dove teneva gli attrezzi.

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