Il soffio, la vita, racconti – di Claudio Masetta Milone

Su “Il signor F. è morto in treno e altri racconti”

(Robin, 2017).

 

Breve premessa epistolare

 

Cara M.G.,

mi diverto anche io adesso,

ho letto e frugato fra le tue pagine o meglio righe,

frasi, parole;

Signor F. – signor M. personaggi, e poi luoghi definiti con ****

sono segni di luoghi infiniti, come scrivere “Catania centro” con un simbolo – un bersaglio? – (e insistere che è scritto: “centro”),

sorrido e mi sento ironico come le scarpe del senatore,

o mi credo uno specchio buio, come quello del gentile signor M.,

uno specchio che si rifiuta di riflettere, uno specchio pensante, mah! O la mia mente crea un pensiero adatto allo specchio, a ciò che io, tu, noi vogliamo vedere nello specchio ?

Mi tocco il naso per tastare, mentre leggo, se è enorme come quello della signora P., devastante sul mento, allora mi tocco il mento; lei che va in vacanza portandosi piccole borse etichettate alla moda per esserci. Piccolo marito al seguito per sentirsi (poco) protetta, che avventura, avere la fortuna di viaggiare con un dispettoso uomo morto…

 

Ed ecco cosa ne penso:

M.G. – Maria Greco – sa suscitare, attraverso stili brillanti e colta scrittura, uno sguardo nuovo sui comportamenti umani: un’ironia così determinata che sembra spietata e che tuttavia lascia scorrere sotterranea una vena di allegria. Ho detto proprio: “allegria”, sebbene, lo so, si tratti di umorismo… ma: quando il calzolaio-lettore si interroga invano – di fronte a lui, la professoressa imperturbabile che, lo sa bene, non gli risponderà – su quel suo strano figlio che traduce senza chiedersi cosa traduca e che studia Omero senza intendere, senza neanche immaginare di poter intendere cosa sia la guerra in Omero, e ancora, in “Ritratto di un senatore ideale”: quelle scarpe dispettose che saltellano di qua e di là e il figlio scemotto che le insegue col berretto (scarpe e berretto: manca “solo” l’uomo dalla testa ai piedi) non lasciano che si insinui tra gli umori del lettore, in mezzo al sottile umorismo, un pizzico di allegria? O esiste forse l’allegria pura? Senza malinconia ? Senza… diciamo pure amarezza?

Non è solo una digressione, l’allegria. Lo sa, la nostra autrice.

Volete che lo dimostri?

“Il signor F. è morto in treno”.

Accade in quel treno che un viaggiatore morto viaggi con il biglietto scaduto.

Scena assurdumoristicallegra (e così la cito – a modo mio -, la M.G.)

Ma più stravagante è ciò che accade intorno a lui: l’ordinario.

La donna superficiale chiacchiera amabilmente e gaiamente dei tempi del liceo e il controllore svolge il suo lavoro e la gente torna a sedersi. E che dire dell’avvocato così ligio e impeccabile, così triste nella sua perfezione giornaliera: “il posto, il mio posto prenotato…” che ingiustizia, occupato da un finto dormiente morto ( ironia lievemente tetra-allegra) e soprattutto, direi, io, sì proprio io che sto qui a scrivere quest’anomala recensione, e il lettore lì (qui) a leggerla… e tutti, insomma, vorrei timidamente ricordare, abbiamo un signor F. (o vogliamo chiamarlo signora Mor…) che ci guarda e pare prendersi gioco di noi. E che facciamo noi? Con allegra e rassegnata malinconia ammazziamo il tempo…

 

Breve epilogo epistolare

Cara scrittrice, farlo morire senza che si faccia notare, che colpo di genio, la morte che prende il suo tempo e che irride, come sempre, i vivi: “beato chi muore o beato chi resta?”

Posso permettermi di dirlo: beato chi legge!

E non dirò, come riteneva Bufalino, che si scrive per non pensare alla morte (ché poi: se uno per non pensare alla morte scrive di morte, non è questa la più allegra burla della vita? )

Vagoni treni traghettatori Caronte. Rive attese, di nuovo ombre: c’è un’età della vita dove la luce dà spazio alle ombre e però le ombre diventano più leggere, infiniti giochi a nascondere: c’è del magico nella vita o forse nel sogno della vita.

C’è un ravanello in frigo, una muffa evidenziata da un bordo verdastro scintillante per dire: ci sono anche io.

Il calcinaccio che vuole la sua parte in scena – e indica il famoso strappo del teatrino delle marionette – cadendo fra un atto e l’altro… e poi sdoppiarsi davanti a un piatto a cena.

Ma ecco la mia conclusione: “le due donne (Alcesti ed Euridice), se pure in preda alla disperazione, si abbandonarono insieme ad una risata fragorosa…”.

Questo è il gioco di cui sono capaci solo le donne, donne come te, cara M. G., questo è il compito anche della scrittura, questa è un’ironica grandezza. Una domanda farei alla tua Alcesti: se avesse acquisito nel suo cuore la consapevolezza che la vita è un soffio, la vita è soffio.

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