La nostalgia che avremo di noi – Anna Voltaggio, Neri Pozza

Ulisse 

estratto dalla raccolta di racconti

La nostalgia che avremo di noi, Anna Voltaggio, Neri Pozza, 2023

Non so quanto tempo sia trascorso, il viaggio è lento ed è lungo ma non ho fretta, mi piace questa immobilità forzata sul sedile del passeggero, mi abbandono a pensieri senza peso come se non sapessi dove stiamo andando, per me non stiamo andando da nessuna parte. La durata del viaggio non corrisponde alla sua naturale lunghezza, è un tempo scollato da quello umano, dalle sue misure.

Mio fratello sta guidando, per fortuna è rimasto un tipo silenzioso a meno che non si parli di novità tecnologiche, ha le mani grandi da operaio, il respiro pesante di chi fuma troppo, lo sento concentrato su quello che stiamo andando a fare.

Questa autostrada sembra diretta ai confini del mondo. Ai confini del mondo c’è sempre Clara, la sua intera assenza nella mia vita.

Fuori dal finestrino i campi di grano si distendono nella pianura, c’è uno spaventapasseri lacerato dagli uccelli affamati, corvi e passeri e fagiani scesi in picchiata pieni di ferocia. Lo spaventapasseri è sconfitto, piegato, il cappello di paglia sfilacciata è caduto. Il becco di un corvo gli ha bucato un occhio e il petto all’altezza del cuore.

Claudio guida senza badare a me, ha messo un disco di Bob Dylan che ha trovato nel cruscotto, sapeva che non avrei avuto niente in contrario dato che il disco è mio, lui non ha mai ascoltato Bob Dylan. «Puoi dormire se vuoi» ha detto, ma è come se dormissi già, non ho bisogno di altro. Mi appago di questo non dover fare niente, dell’essere trasportato senza interesse.

Fino a ieri mattina ero nella pensione dei preti salesiani dove vivo da sei mesi, non ho idea di come mi abbia rintracciato, facevo colazione al tavolo della mensa con la tovaglia cerata tempestata di mandarini, masticavo un biscotto secco di quelli che mettono a disposizione insieme alle merendine confezionate e al caffè, sfogliavo la Gazzetta dello Sport senza un velo di malinconia e si è avvicinato un giovane imberbe con i pantaloncini sportivi e la maglietta troppo grande e troppo bianca, mi ha detto che mio fratello era al telefono, che era urgente.

Dopo un breve dialogo ha chiesto se avevo una macchina.

«È senza assicurazione» ho detto.
«La pago io, domani dobbiamo partire».

Non sentivo mio fratello da quattro anni, è molto credente come nostra madre, di quelli che si fanno il segno della croce prima di mangiare e cose del genere.

L’ultima volta che ci siamo visti vivevo a Venezia, è piombato con un volo del mattino per vedere come stavo, stavo bene, abbiamo parlato di novità tecnologiche in un bar affacciato sul canale, di Elon Musk e dei microchip sugli esseri umani, i miei malesseri andavano e venivano, non so come gli arrivava la voce, o se ero io stesso a chiamarlo nei momenti di cui perdo la memoria. La mia vita è piena di buchi, di zone d’ombra.

Quel giorno stavo bene, vivevo nel presente, forse ero anche contento di vederlo, avevo una camicia di lino fresco che si riempiva di vento e gli occhiali da sole tondi che mi aveva regalato una donna.

Il viso di mio fratello prendeva piano piano il colore limaccioso del canale, abbiamo ordinato due Ceres che bevevamo dalla bottiglia.

«Come sta la mamma?» gli ho chiesto.
«Sta bene, dovresti andare a trovarla».
E poi ha preso a parlarmi del valore di un nuovo modello di cellulare che mi aveva mostrato.
«Il marchio sconosciuto lo tiene sottocosto» diceva, «ma si tratta di un oggetto straordinario. Al momento è l’unico che ha tutte le caratteristiche che mi servono, anche se ho dovuto sbloccare il boot loader per due-tre applicazioni essenziali al mio lavoro. Mi segui? E insomma si perdono i drm per la fotocamera e la qualità si abbassa».
«Sí, ti seguo».
«Ma d’altronde non è che io faccia tutte queste foto. Ci pensa Lori quando andiamo in vacanza o alle feste dei bambini, comunque, voglio dire, a qualcosa devi sempre rinunciare».

«Sí, è chiaro, a qualcosa devi rinunciare» ho ripetuto. Ma io non avevo rinunciato a niente, pensai, semplicemente perché non avevo scelto.

Siamo rimasti in silenzio a finire la birra circondati dai turisti, ogni tanto mi guardava con la coda dell’occhio e non riusciva a vedere altro che un povero cristo, un naufrago alla deriva dall’aria soddisfatta.

Io a quel tempo avevo smesso di voler dimostrare il contrario e lo lasciavo fare, sentivo il mio sorriso fermo e mite sorvolare il canale, allontanarsi dai pensieri funesti di mio fratello.

Il suo volo partiva in serata. Non ci siamo detti frasi di circostanza, solo «Stammi bene» e quando, qualche ora dopo, ho visto il suo aereo risalire l’aria ho pensato intensamente a mio fratello come a una cavia da laboratorio destinata a morire dopo l’esperimento.

In autostrada tutto è cosí placido da far pensare che possa succedere qualcosa da un momento all’al- tro, viaggiamo a una velocità costante di centoventi chilometri all’ora, sento il respiro di mio fratello che invade l’abitacolo e mi concentro sul rumore bianco del motore che mi rasserena.

L’estate è tornata ad assediare i paesaggi, si vedono colonne di fumo denso in lontananza, il fuoco avanza e brucia campi di sterpaglie, scende dalla collina e arriva quasi al ciglio della strada, non ci sono i pompieri, non arrivano Canadair. Sembra che stia per piovere ma non piove mai e i campi inaridiscono e le pecore non hanno cibo.

La strada è dritta, spero che non finisca mai, le nu- vole sono strette una sull’altra senza respiro, si spingono per prendere spazio e si compattano come la notte in cui ho visto Clara.

Prima ancora di vederla ho sentito il ritmo dei suoi tacchi sull’asfalto salato, avevo cominciato a seguirli senza rendermene conto, la mia traiettoria ha deviato naturalmente nella sua, come il topo ho seguito il pifferaio.

[Continua…]


Anna Voltaggio è nata a Palermo. Vive a Roma e lavora come ufficio stampa specializzato nel settore culturale. La nostalgia che avremo di noi è il suo esordio letterario.

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