Felicia Buonomo – tre racconti brevi

 

GHERARDO

 

“Tra il dolore e il nulla, io scelgo il dolore”

(Le palme selvagge – William Faulkner)

Nei 24 metri quadrati calpestabili, simbolo di quello che la neuroscienza chiama “sindrome da stress post-traumatico”, leggo l’ultimo libro di Gherardo. Ha una scrittura che i critici di un certo livello definirebbero evocativa. Sono eccitata e mi chiedo se anche Gherardo sia come R.: amabile nell’arte della scrittura, un demonio vestito di umanità entro le mura domestiche.

Credere alle parole è sempre stato il mio problema. «Mi farai venire il cancro», mi disse una volta R.. Vestigia delle cose vere, ho abbracciato parole, anni e vita, farcendoli di maltrattamento e dominazione. Mi chiedo ancora quale sia il più grande tra i nostri due deliri. Se quello di R., o il mio. Sottomettermi a quella verità è stato come sorprendersi a raccogliere una briciola di pane da terra per portarla alla bocca; come facevo da bambina, incapace di distinguere il bene dal male, di separare la dipendenza dall’esposizione continua al pericolo.

Apro il pc e aggiorno il mio nuovo manoscritto:

I.

Il male ha corpi autonomi e pulsanti.

Vuole vivere, dice assertiva e senza fede.

II.

Sobbalza sotto la pressione di un inciampo.

Lui le ricorda quanto sia disdicevole la sua umanità.

III.

Spera lontani i temporali dei suoi giorni.

«Mi farai venire il cancro». Lei gli crede.

IV.

È agitato – e poi altro. Lei improvvisa.

Così, anche per gli anni a venire.

La progressione meccanica degli eventi mi vede fuori dalla devastazione di quei ricordi. “I miracoli della neuroscienza”, dico, quando ne parlo con le mie amiche. Anche se il simbolo, i 24 metri quadrati, sono rimasti. La simbologia è un’influenza tirannica all’interno dell’organismo emotivo, dicono. Io penso solo di essere guarita: non amo, sorrido con facilità, il sesso sempre assicurato.

Oggi sono passata in auto su quel ponte dove si è tolto la vita Luigi Mastronardi e ho pensato che guarire è non sentire. Probabilmente, aveva ragione Faulkner.

***

IL FRIGORIFERO

Vivere in un monolocale, dove il mezzo frigo 54cmx90cm in dotazione alla casa è sito nella stessa – e unica – stanza dove si giace per accogliere gli incubi, ha il pregio di impedire gli incubi stessi. Ad esempio quelli in cui ti lanci dall’ottavo piano e non arrivi mai a terra; ti metti sui binari e il treno fa in tempo a frenare, ostacolando per ore la circolazione, con annesse imprecazioni dei pendolari; o tenti di tagliarti le vene con una lametta guasta. Insomma, quelli in cui capisci che nemmeno nei sogni i tuoi desideri vogliono sapere di imboccare la via della realizzazione.

Sei lì e pensi: quanto tempo mi separa dal sonno che mette fine al tormento di una quotidianità fatta di gentaglia, te stessa compresa? E il ristoro delle braccia di Morfeo non arriva mai. Senti solo quel “zzzzz”, che una zanzara portatrice della malaria, potrebbe tranquillamente fare da maggiordomo al sopracitato frigorifero.

Sono le 3.07, penso che potrei scrivere a M. e dirgli che ho perduto – come recita quel famoso brano – il sonno e la fantasia. Anche se sarebbe poco aderente alla mia realtà. Mi sono sempre chiesta come mai si utilizzi l’espressione “fantastico” per indicare qualcosa o qualcuno capace di galvanizzarci. Le mie fantasie sul conto di M. sono peggio degli incubi che mi augurerei di fare, piuttosto che rimanere con gli occhi fermi a fissare il soffitto di questa stanza che accoglie ogni dimensione domestica di me.

E allora sei lì ad aspettare che la notte passi, come la vita.

***

LOOP

  1. si è svegliato da poco, con i postumi della colossale sbronza della sera prima. Ha gli anni di Cristo, ma ha l’andatura di un vecchio inaridito dalla fatica. Nonostante il rosso dei piccoli ma evidenti capillari che avvolgono il suo iride, il viola delle imponenti occhiaie e lo spaventoso tremore delle sue mani provocato dall’abuso della sostanza, trovo sia sempre tremendamente stupendo. Mi trova in lacrime, mentre ripercorro con la mente, e gli occhi persi nel vuoto, la sera prima, che mi ha portato all’ennesima notte insonne.

Dopo ogni episodio, rimango sveglia per controllare che lui dorma. Passo il tempo che mi separa da un episodio all’altro come una condannata a morte, sotto la tortura di un plotone d’esecuzione che tarda a sparare. R. agisce come un serial killer, che torna sempre sul luogo del crimine, lasciando traccia di sé, come a beffarsi di chi – è certo – non sarà in grado di scovare la sua identità. Solo che io sono la sua unica, ma ben assortita, vittima.

La mia giornata scorre senza intoppi. Mi stendo sul letto aspettando il suo ritorno. Chiudo gli occhi per un attimo. Provo a cercarlo, vedo il plotone d’esecuzione. Ma non supplico la salvezza. Rimango immobile, in attesa, sprovvista anche del più elementare istinto di sopravvivenza.

  1. rincasa ubriaco. Anche le pareti di questa casa – che custodiscono il mio segreto – piangono lo stillicidio dei suoi insulti. «Sei pazza. Non meriti il mio rispetto», mi dice subordinando il suo placarsi alla mia obbedienza ai suoi ordini.

«Amore, adesso vieni a letto e la smetti di piangere», aggiunge.

Andiamo a letto. Mi abbraccia forte. Mi accarezza come fossi un cane devoto al suo padrone. Finché non si addormenta.

 


 

BIO: Felicia Buonomo è giornalista e autrice. Lavora come giornalista a Mediaset. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati su riviste e blog letterari italiani, statunitensi e francesi. Pubblica: “Pasolini profeta” (Mucchi Editore, 2011), “I bambini spaccapietre. L’infanzia negata in Benin” (Aut Aut Edizioni, 2020), “Cara catastrofe” (Miraggi Edizioni, 2020) e “Sangue corrotto” (Interno Libri, 2021). Dirige la collana “Récit”, per Aut Aut Edizioni.

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