Come della rosa

31 ottobre 2017
Pubblicato da

di Teresa Fiore

Tiziana Rinaldi Castro Come della rosa Effigie edizioni, 2017, euro 19

La letteratura incentrata sull’esperienza degli Italiani all’estero ha una lunga, e spesso poco nota, storia, e al suo interno quella degli Italiani negli USA, e in particolare a New York, ricopre un ruolo importante, abbracciando storie antiche e nuove di partenza dall’Italia e di ricerca di uno spazio di vita in un altrove. Come della rosa di Tiziana Rinaldi Castro (Effigie, 2017) s’inserisce in questa variegata galassia letteraria in maniera del tutto originale. Scardinando la convenzionale storia della tensione tra “casa” e “nuovo mondo” propone un romanzo di case multiple e mondi sincretici che si sviluppano intorno a un’identità aggregativa, fatta di incontri, esplorazioni e di ricerca interiore. Bruna di Michele, soprannominata Lupo, lascia il Sud d’Italia per la Grande Mela negli anni Ottanta: il suo percorso di fotografa freelance e donna in lotta contro la dipendenza dall’alcol s’intreccia a quello del cubano Emiliano Westwood, narcotrafficante e fornitore d’armi alla guerriglia salvadoregna, mentre le loro vite s’intrecciano ai riti del culto yoruba guidati da Mama Adebambo, sacerdotessa del tempio di Harlem. Il loro itinerario, fatto di pena e guarigione, così come di rivelazioni e segreti, è anche un viaggio fisico, non solo attraverso le strade crude del sud del Bronx o della Brooklyn di quell’epoca, ma anche negli spazi sterminati del sudovest degli Stati Uniti e persino del Messico. Ma Come della rosa è soprattutto un viaggio attraverso miti, letteratura, arte e musica che si fanno lingua, per scoprirsi e capirsi attraverso le citazioni e la costante affabulazione.

 

Più che un romanzo fluviale, come è stato definito da Pier Luigi Razzano nelle pagine di Repubblica, l’ultimo libro di Tiziana Rinaldi Castro è un rizoma, direi. Il fiume parte da un punto e procede allontanandosene, mentre il rizoma è l’estensione sotterranea del fusto di una pianta che si sviluppa soprattutto in orizzontale, in molteplici direzioni, e gemina nuove piante. Questo concetto di natura botanica è ben in sintonia con un libro che vuole essere un roseto, come suggerisce la similitudine del titolo, nella sua inconsueta sintassi: la rosa – simbolo d’amore, amicizia, morte, terapia, iniziazione – qui regala tanto profumo quante spine. Ma ritorniamo all’altro concetto di natura botanica, il rizoma: per riprendere il significato attribuitogli da Deleuze e Guattari, che a loro volta lo riprendevano da Jung, il rizoma rappresenta un continuo flusso di energia creativa, anche se sotterranea e a volte non visibile, che non segue leggi gerarchiche né paradigmi antitetici, ma si muove, prospera e crea in senso plurimo. Il concetto di rizoma è per definizione legato alla creolizzazione, e mi è venuto in mente leggendo il romanzo di Tiziana Rinaldi Castro che, creola lei, non poteva che scrivere un romanzo creolo e rizomatico, appunto, tessendolo attraverso una scrittura addensante, cagliata, per usare un termine sciasciano. Le valli del Cilento che si associano alle strade della metropoli newyorkese, le frasi in dialetto campano di nonna Angiolina a cui fanno eco le battute in spagnolo cubano di Emiliano, le pozioni terapeutiche yoruba che convivono con il ricordo delle tradizioni cattolico-pagane del Meridione italiano. E poi gli infiniti richiami artistici e mitici senza confini che si fondono tra loro: da Edgar Allan Poe ad Antonio Machado e José Martí, passando per Parsifal e Dioniso fino a Miles Davis, dalle poesie di Garcia Lorca … a  quelle della nonna in Italia, mentre le massime di Mama, che chiede a Bruna ed Emiliano di raccontare e di raccontarsi per guarire, sono come le congas della narrazione, ne scandiscono il ritmo profondo.

 

In tanti cercano i parallelismi tra le storie del romanzo e la storia dell’autrice, che, originaria di Sala Consilina (Salerno), si è trasferita a New York nel 1984, e qui è diventata sacerdotessa yoruba nella comunità Lucumì. Ma è proprio nella trasposizione di un’esperienza in materia narrativa intrisa di letteratura e narrazione che va ricercato il senso di Come della rosa. Nella implicita biblioteca borgesianamente babelica del libro hanno uno spazio speciale i testi della tradizione americana, così cari alla scrittrice, e per certi versi motore del suo viaggio oltreoceano, frutto di letture giovanili rinvigorite da esperienze di vita negli USA, sia negli spazi urbani che in quelli aperti della natura, e dall’amore per il jazz. E seppur resti praticamente assente la tradizione letteraria italiana in questo romanzo scritto in italiano all’estero e pubblicato in Italia, il libro affronta e in maniera non convenzionale l’emigrazione, che per quanto scelta, pone sempre quesiti sul senso di appartenenza. Quando Emiliano incita Bruna a diventare sacerdotessa yoruba, lei rivela la sua esitazione: “forse dimentichi che appartengo a un’altra cultura.” E in un momento ancora più indicativo, Bruna, arrivata dall’Italia da pochi anni, si identifica con gli italoamericani – fenomeno raramente riscontrabile – quando Jean Michel Basquiat (sì, proprio lui) fa ridere a crepapelle Emiliano imitando Don Vito Genovese, e lei confessa: “Io li guardavo un po’ scucita, incerta se ridere con loro…. perplessa nel vedere la mia gente insultata.” Ma la titubanza rispetto al senso di distanza da una cultura non è affatto ricerca di purismo nella vicenda raccontata da Tiziana Rinaldi Castro; è semmai cauto e riverente avvicinamento nella propensione ad accogliere, ad aggregare appunto, perché il vero ritorno per chi parte è in effetti impossibile.

 

Ma proprio in questa sua ricerca esistenziale, Come della rosa, forse inconsapevolmente, s’inserisce nel corpus della letteratura degli italiani d’America – come il poeta di inizio secolo Emanuele Carnevali, “vagabondo  seminatore di parole da un buco della tasca”, per citare un suo famoso verso  – e anche nella ricca tradizione degli scrittori italoamericani come Kym Ragusa, autrice di The Skin Between Us: A Memoir of Race, Beauty and Belonging, incentrato sulla ricerca del passato siciliano per capire il presente di italoafroamericana, partendo dal rapporto con e tra le nonne, figure chiave anche nel romanzo di Tiziana Rinaldi Castro, che con scrittori come Ragusa s’incontra e pubblica saggi. Schivando con sensibile intelligenza il rischio della ricerca, talvolta improduttiva, dell’identità enico-culturale nel rapporto lineare tra terra di partenza e terra di approdo, l’autrice di Come della rosa predilige gli altrove che si incontrano e ci fanno loro tanto quanto noi li rendiamo nostri. Come la New York, creola e molteplice anche lei, vero teatro del tortuoso cammino spirituale dei protagonisti. Un luogo che Bruna “cammina” à la de Certeau, scardinando le norme di controllo del sistema. Sono tra le pagine più liriche del romanzo quelle sulle passeggiate per New York, al tempo stesso esplorazione di luoghi da documentare con la fotografia, scoperta di sé, medicina contro la dipendenza. E assumono un valore ancora più pregnante in questa fase storica di frenetico boom edilizio, il più intenso e aggressivo nella storia di una città che distrugge e crea costantemente, giorno e notte, perché non dorme. Come dice con sguardo perspicace la voce narrante del romanzo di Tiziana Rinaldi Castro: “È una prerogativa di questa città vedersi demolire dinanzi agli occhi il fondale di stagioni della vita: ospedali, chiese, scuole, cosa che altrove accadrebbe soltanto in ragione di una guerra o una calamità naturale e che qui fa dire già al ventenne: ‘Ai miei tempi lì c’era…’” E in questo senso, Come della rosa, è un documento e un omaggio a una New York di cui avere nostalgia, ma che la città stessa non dà il tempo di rimpiangere, se non attraverso la letteratura (e il cinema, e l’arte in generale). Tra i tanti “cammini” di una città che Bruna definisce “generosa”, ma con la quale in tanti hanno un rapporto di odio e amore per questa “cosa viva”, ci sono i passaggi sui ponti, luoghi simboli del collegamento. Bruna li scala, malgrado i divieti, anche di notte, per sentirli vibrare, per vibrare dentro, per da lì cogliere nuovi punti di vista sulla città con la sua macchina fotografica. È in questi ponti che si ritrova il senso del viaggio e della ricerca, intellettuale, emotiva, spirituale – umana – raccontato da Come della rosa, un ponte che per essere costruito distrugge qualcosa, che crea nel presente il futuro, legando il passato che già esiste, e che invita a cercare delicati equilibri tra terraferma, isole, correnti marine e venti. Come della vita.

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