Da Lavoro da fare, VII

28 novembre 2017
Pubblicato da

di Biagio Cepollaro

VII

al ruotare del pianeta l’aria

anche questa volta acquista

in dolcezza: anche quest ‘anno

ci sorprende come un dono

 

si disse che guardato dalla fine

solo l’amore è cosa che val la pena

di realizzare e con ciò non s’intendeva

una situazione ma il modo globale

di fare mondo -dentro standoci- e

in ogni cosa da fare -facendola

 

ma quando tutto questo sta

nel palmo di una mano

ogni cosa mostra suo nome

e sopra tutto oltre la mano

c’è il nulla dell’esser già

passati altrove o in niente

 

è così difficile tollerare questa vista

contare con le dita di cosa è fatta

poi la propria vita

e

nome

per nome

avere coscienza

di questo passare: è la malinconia

che si accompagna all’intensità

del desiderio che quando è sano

ha sempre inizio e fine

 

noi –diceva saggia- andiamo

in giro da sempre a chiedere

l’essere da qualcuno

dall’inizio

dal primo sguardo

a fuoco

di neonato oltre il primo

riconoscimento

a fiuto

e la completezza che cerchiamo

nel darci da fare o nello stare

fermi lasciando avvicinare

è cosa che sfugge in breve:

ogni giorno daccapo cerchiamo

il ciclo al suo ritorno quell’attimo

solo che poggia a terra il piede

e sembra senza peso per potere

andare

 

*

e insomma ora che fare? la scomparsa

dei racconti del mondo in una dittatura

mondiale ci lascia l’uso

solo di una parola

lunga come dura la nostra vita: sarebbe

altrimenti restata sullo sfondo ma ora

è l’unica da svolgere così come di un giorno

si racconta dall’alba

alla notte il farsi

e il disfarsi

di inezie

 

–come il Tao

che chiedeva come può la durata

di farfalla saperne di stagioni

così noi con la storia –

 

(nel Paese

occupato non collaborare con nemico

è ricerca di un’altra lingua pur sempre

parlando nella propria pur sempre

restando comuni –anche se di comunità

privi)

 

siamo in attesa di quel che accade

e forse per questo

stiamo accadendo: ci difendiamo

poco e senza riassumerci

in un motto

avanziamo: le cose

possono anche all’improvviso

avere un nome

nuovo

oppure tranquille

persistere in una loro

faticosa

scorrevolezza

 

di qui il disagio quando si sta

in mezzo a gente

che fa progetti

che fa e non si capisce

per cosa e perché

come uno che manca

per troppa presenza

come uno che non sa

vuota la natura di quella

presenza

 

*

diciamo che siamo stanchi

dei teatrini altrui

e nostri

che piuttosto ce ne stiamo

buoni e zitti

da qualche parte

come chi abituato

a lottare

in un campo

un bel giorno scopre

che il campo

non c’è più

-che questo è accaduto:

la poesia nel Paese

occupato

come in genere la rosa

dei simboli in cui

dice di sé

la vita

non c’è più: ancora

si scrive e si pensa

ancora si fa arte

ma da un’altra parte

(una volta si rifugiavano

sulle montagne

preparando imboscate

ora si sparisce nei monitor

e il bosco è salvaschermo )

 

NOTA

Da Lavoro da fare (2002-2005), Dot.com Press, Milano,2017.

L’immagine, Ibrido digitale n.3, 2008  di Biagio Cepollaro, funge da copertina del libro.

Qui viene pubblicata la parte VII del poemetto che consta di otto parti e un prologo. Lavoro da fare uscì come e-book nel 2006 con la postfazione di Florinda Fusco. L’edizione cartacea del 2017 comprende, oltre all’originaria postfazione, anche i contributi critici di Giuliano Mesa e di Andrea Inglese. Il saggio di quest’ultimo , diviso in due parti, è rintracciabile  qui  e qui. Reazioni, interventi e video relativi al poemetto sono raccolti qui e qui.

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