M.

di Hilary Tiscione

Dentro una gigantesca casa, ce n’era una molto più piccola. Al piano zero, sotto ad altri quattro piani enormi, che quasi la schiacciavano.
In quella casa, viveva un uomo nero di nome M.
Aveva quarant’anni e la pelle ancor più nera intorno agli occhi, tanto che M. sembrava un vecchio africano; il servo ammattito di una famiglia ammalata.
M., la sera, assumeva l’aspetto di quelle mele lasciate fuori dal frigo e poi dimenticate sulla mensola della cucina per giorni, dentro una ciotola sempre sporca con i rimasugli di altri frutti.
Il divano era la sua ciotola profonda. M. una mela putrefatta.
Una notte di giugno, guardava delle sagome muoversi lente dentro la televisione, non capiva cosa dicevano. Ruggivano, lontane.
Tracannava un sorso di whisky, poi respirava profondamente per raffreddare la gola e sistemava il bicchiere in mezzo alle cosce scarne.
Non aveva telefonato alla moglie. Costava troppo chiamare ogni sera. Non era neppure capace di parlare. Sua figlia chiedeva di lui? Un padre con dieci chili in meno, strinati dalla miscela macerata del malto, fermentato in botti di rovere esanime.
Era secco e scuro come un tronco d’acero sradicato dal mondo.
Sentì dei rumori venire da fuori, posò il whisky sul pavimento lurido, uscì nel piazzale lugubre, il cielo era foderato di nuvole, vide i due mastini corsi. Erano loro, pensò.
Uno dei due mastini, quello buffo, gli andò vicino contorcendosi un po’, l’altro lo guardava storto. Barcollava, si sentiva pesante e intanto leggero. Sedette in terra, sul cemento, con le gambe divaricate.
Aveva voglia di piangere. Fece dei singhiozzi, le lacrime non scendevano, ci provò ancora. Arricciò la fronte, strozzò gli occhi nelle arcate orbitali, la pelle divenne ancora più livida. Simulò il pianto come per ingannarlo o convincerlo a sgorgare. Gli girava la testa e più girava, più strizzava gli occhi come fossero pulsanti capaci di interromperla. Vedeva dei luccichii ad ogni battito di palpebre che sfregava più volte come un bambino appena sveglio.
I mastini lo lasciarono solo. Sembrava un’antilope sghemba col costato fracassato. Sentì degli uomini correre, cercò di muoversi senza cadere; ciondolava, un pezzo di strada la fece a carponi. Entrò in casa come un superstite.
Prese il whisky e ne buttò giù un bel sorso. Poi si fece coraggio, prese la mazza da baseball che teneva in camera da letto e uscì di nuovo passando dal garage. Fece un urlo e picchiò dei colpi in terra. “Andate via!”, gridò spiritato.
Disse altro, erano bestemmie. Scongiuri o formule.
Tornò sul piazzale e vide in terra delle chiavi, provò a prenderle ma erano troppe. Afferrava l’aria con una mano, mentre con l’altra si teneva in equilibrio con la mazza.
C’erano chiavi dappertutto.
I ladri hanno perso delle chiavi. No, sono le mie. Mi hanno rubato le chiavi e le hanno perse correndo. Non posso chiudermi dentro, le chiavi si sono spezzate. Le chiavi si sono liquefatte?
Rientrò. Chi c’è in casa? Su di sopra, la Signorina, la chiamava così. Dormirà? Non importa se dorme.
Sollevò la cornetta del telefono e compose il numero interno della sua stanza. La Signorina rispose al quarto squillo.
“Pronto?”.
“Signorina…”.
“Dimmi M. che ore sono?”.
“È notte, Signorina”.
“Cosa succede?”.
“Ci sono chiavi, chiavi ovunque”.
“Cosa stai dicendo?”.
“Chiavi in terra! Scenda giù. Può venire giù?”.
“Mi stai spaventando! Stai piangendo M.? Arrivo”.
La Signorina scese dal letto. Ricordava che suo fratello teneva una pistola nel comodino, una scacciacani che gli aveva dato suo padre per i momenti di bisogno. La terrorizzava più l’idea di tenere in mano una pistola, che affrontare M.
Mentre scendeva le scale, pestando i piedi per dichiarare l’angoscia, accese tutte le luci. Quelle del corridoio delle stanze da letto, più giù accese quelle lattescenti del secondo ingresso, quelle del salotto, della sala da pranzo.
Le luci del piano zero erano già vive.
Trovò M. in piedi davanti alla porta del suo appartamento, con le lunghe braccia penzoloni appoggiate ai fianchi e una camicia abbottonata in modo deforme.
“Cosa succede?”.
“Venga a vedere.”
“Ok. Cosa c’è?”.
M. la prese per un polso trascinandola dietro di sé.
“Lasciami, ti seguo”.
Uscirono. Costeggiarono la piscina mal illuminata per via dei fari rotti, attraversarono il prato fino al parcheggio. “Erano qui”, disse M. “Erano qui”.
“Cosa? Cos’era qui?”, gridò la Signorina.
“Le chiavi dei ladri. Sono davanti al cancello, laggiù!”.
“Puzzi d’alcol M. di quali chiavi parli?”, urlò.
Raggiunsero il cancello d’ingresso.
“Erano qui”, fece M. “Qui in terra”.
“Cosa dovrei dire a mia Madre, secondo te? Non so nemmeno dove sia mia Madre!”.
“Niente. La prego, non dica niente”.
“Sei ubriaco e hai le allucinazioni. Dovresti occuparti di questa casa, invece sei un danno. Vai a dormire M. Dormi!”.
La Signorina è cattiva. Ha ragione, ma è malvagia con me. Mi ordinerebbe di non piangere, se solo riuscissi a farlo, sarebbe capace di cacciare in dietro le mie lacrime. Se mi vedesse morto al tappeto, sono certo, mi pugnalerebbe ancora.
“Scusi”, disse M., ma non era sufficiente.
Erano mesi che lui non dormiva e dava fuoco alla solitudine con il whisky, quella benzina bronzea del supermercato, che gli scioglieva l’esofago. Era solo.
A Natale, a Capodanno, a Pasqua, tutte le domeniche nella sua baracca sudicia.
Non glielo avevano mai chiesto, gli esseri immondi per cui lavorava, quale fosse il giorno del suo compleanno. E cosa mangiava, la sera, abbandonato in quella tana, inondata di bottiglie vuote e di cibo guasto.
M. confessò in silenzio che non beveva da trentadue giorni. Il resto della stanza gli sorrise. Erano le 19.00.

mariasole ariot

Mariasole Ariot (Vicenza, 1981) ha pubblicato Anatomie della luce (Aragno Editore, collana I Domani - 2017), Simmetrie degli Spazi Vuoti (Arcipelago, collana ChapBook – 2013), La bella e la bestia (Di là dal Bosco, Le voci della Luna 2013), Scipio Sighele e la psicologia della suggestione (in attesa di pubblicazione), Dove accade il mondo (Mountain Stories 2014-2015), Eppure restava un corpo (Yellow cab, Artecom Trieste, 2015), Nel bosco degli Apus Apus ( I muscoli del capitano. Nove modi di gridare terra,Scuola del libro, 2016), Il fantasma dell'altro – Dall'Olandese volante a The Rime of the Ancient Mariner di Coleridge (Sorgenti che sanno, La Biblioteca dei libri perduti 2016) prose e poesie per Nazione Indiana, Il Primo Amore, Poetarum Silva, Alfabeta2, e il brano Passato Presente nel numero 18 di Ulisse. Finalista al Concorso Poesia di Strada XVI, ha scritto musica e testo del brano In-versione per il disco A rotta libera del gruppo Forasteri. Ha collaborato alla rivista scientifica lo Squaderno, e da settembre 2014 è redattrice di Nazione Indiana. Nel 2015 ha partecipato con tre opere (visibili attualmente nell'archivio on line) al progetto e alla mostra Descrizione del mondo – installazione collettiva di immagini suoni scritture (Unione Culturale Franco Antonicelli, Torino). Per Aragno Editore, collana I domani, verrà pubblicato nell'inverno 2016 il libro Anatomie della luce. Suona ilpianoforte, la chitarra, dipinge e fotografa. Interessata in particolar modo a tematiche riguardanti le istituzioni totali, la psicoanalisi, musica e le arti in genereale. 

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