Se il futuro del lavoro assomiglierà alla gig economy, siamo spacciati

di Davide Orecchio

Stiamo diventando “tutti più poveri”. È questo il sottotitolo di Lavoretti, l’ultimo libro (pubblicato da Einaudi a inizio 2018) di Riccardo Staglianò, giornalista del Venerdì di Repubblica, esperto di nuove tecnologie e, da diversi anni, molto attento alla loro relazione col mondo del lavoro. La sedicente sharing economy (economia della condivisione), foraggiata da piattaforme digitali e social media, elevata a mito e propaganda di vita negli anni dieci di questo secolo, altro non sarebbe che un sistema di redistribuzione di mansioni diminuite – “lavoretti” appunto – frantumate nel reddito, nella prestazione e nelle tutele. Un bel disastro, si direbbe, a scorrere i capitoli di questo saggio importante che ricostruisce le vicende dei protagonisti della storia, da Uber a Airbnb, passando per app e startup varie, alternandole ad analisi di lunga durata sulle ragioni economiche che dall’ultima parte del secolo scorso a oggi hanno determinato la situazione presente. Reportage, grido d’allarme, storia e riflessione, proposte concrete per uscire dall’imbroglio: è quanto troverete nell’opera. La conclusione (ultime pagine) può sembrare amara: “Non c’è più il futuro di una volta”. Ma Staglianò non rinuncia a sperare che un giorno la piattaforma comprenderà che il miglior lavoratore è il “lavoratore felice”. L’autore di Lavoretti ha accettato di conversare con noi intorno ai temi del libro. Di seguito le domande e le risposte.

Lavoretti è un atto d’accusa contro il sonno della ragione, contro la narrazione ideologica della gig economy che mistifica e occulta la vera realtà di impieghi sottopagati, troppo fragili per garantire un presente dignitoso e un welfare futuro. Mi sembra, forse, il tuo libro più importante. Ha molti avversari, ma certo uno non ce l’ha: la tecnologia. Lo scrivi sin dal primo rigo, che non sei un nemico della tecnologia. Ma per chi ti conosce la precisazione è davvero superflua. Godi di un’autorevolezza che deriva da un percorso più che ventennale “al fianco” delle nuove tecnologie. Hai raccontato la modernità e continui a farlo. Ma il tono del racconto è mutato. Non c’è più ottimismo. Cosa è cambiato dalla biografia di Bill Gates alle piattaforme di Kalanick (il fondatore di Uber) & Co.?

“Ti ringrazio, ma mi permetto di dissentire sulla conclusione: sono ancora fermamente convinto che possiamo pretendere un futuro migliore. Visto che la citi, anche la biografia di Gates era non autorizzata, critica, provava a mettere in guardia dall’eccessiva concentrazione di potere in una sola azienda. Kafka l’ha detto meglio di tutti: ‘Noi scrittori ci occupiamo del negativo’. Da allora lo scenario è cambiato. Quattro delle cinque compagnie con maggiore capitalizzazione di borsa al mondo sono tecnologiche: sono loro i nuovi padroni del capitalismo contemporaneo. Con l’aggravante, dal mio punto di vista, che hanno la pretesa di raccontarsi come un capitalismo diverso, dal volto umano, etico (dal Think outside the box di Apple al Don’t be evil di Google). E invece, se possibile, funzionano secondo modalità estrattive più inesorabili di quelle dei robber barrons del ’900. Per non dire del cinismo fiscale: con che faccia puoi affermare di voler rendere il mondo un posto migliore, il vero mantra della Silicon valley, quando poi escogiti scappatoie per pagare lo 0,0005 per cento di tasse in Irlanda? Per non dire di Uber, e del suo sventurato fondatore Kalanick, che senza alcun imbarazzo diceva che quando si ‘sarebbero liberati dell’altro tipo nell’auto’, l’autista, i prezzi sarebbero finalmente scesi al livello che auspicava”.

Ti cito: “Lavori contro lavoretti. L’importante è non confonderli e non trasformare, nella disattenzione generale e nell’ipnotico adescamento dello storytelling, i primi nei secondi. Perché sarebbe un grave errore”. È solo una delle tante pagine del libro che rivelano la volontà di smascherare la favola a cominciare dal suo grado zero, quello lessicale e letterale. Cominciamo dalle parole, dalle formule, dagli slogan. Cominciamo a chiamare le cose col loro nome. Non esiste alcuna “economia della condivisione”, sostieni. Chi inventa e possiede le piattaforme digitali che governano l’autista, l’affittacamere, il rater sui social, il fattorino di Amazon o Foodora è un datore di lavoro. Volendo: è proprio un padrone. E chi lavora per le piattaforme non è un “partner” ma un lavoratore, seppure non più dipendente. Ricominciare dalle parole non è irrilevante.. Penso a un vecchio slogan di molti anni fa, “diventa imprenditore di te stesso”, e a tutti i danni che ha fatto…

“Non potrei essere più d’accordo. Siamo di fronte a un sistematico sforzo di confondere, una cortina fumogena terminologica, soprattutto quando si parla di lavoro, che si rifugia nell’anglicismo facilissimamente traducibile per ammantare di modernità una regressione senza sosta sul versante dei diritti. Dal jobs act allo smart work gli esempi si sprecano. Una regoletta esperienziale ci dice ormai che quando battezzano in inglese qualcosa che riguarda il lavoro dobbiamo mettere mano al portafogli, per capire se non ce l’hanno già sfilato. Stando sul punto più specifico, nessuno si era spinto più oltre dei protagonisti della gig economy in questa mistificazione linguistica. Il laburista Frank Field, capo della commissione parlamentare di inchiesta britannica, ha parlato di gibberish, fuffa inintelligibile riferendosi ai capitolati che Uber propone ai suoi autisti. E i giudici degli Employment Tribunals di Londra che hanno decretato che gli stessi autisti erano lavoratori parasubordinati e non autonomi hanno smontato, prima di tutto, il linguaggio. Per finire, uno dei primi slogan usati da Airbnb si riferiva alla possibilità di ottenere un reddito supplementare, per arrotondare. Non otterremo mai risposte giuste se non cominciamo a porci le domande giuste. La prima delle quali è: perché, di colpo, abbiamo avuto bisogno di arrotondare? E questa toppa che ci propongono per tappare il buco nel medio periodo risolverà o peggiorerà il problema? Io temo che sia vera la seconda ipotesi”.

Ricostruisci, capitolo dopo capitolo, i “casi di studio” più eclatanti. Da Uber a Airbnb, da Foodora a Lyft o Mechanichal Turk, e ne cito solo alcuni. Piattaforme digitali che hanno rivoluzionato i lavori e le città, che governano il modo di lavorare e la sua valutazione e retribuzione, che fruttano miliardi a chi le possiede e non restituiscono quasi nulla alle comunità, agli Stati, perché la leva fiscale è spesso aggirata, impotente. Questi casi appartengono quasi tutti all’economia dei servizi, dove l’elemento ambiguo della “condivisione”, dove l’identità spuria tra consumatore-cliente-operatore-lavoratore è più manifesta. Mancano all’appello le manifatture, l’industria, e vorrei chiedertene la ragione. Nel terziario il connubio digitale + lavoretto può dare risultati devastanti. In altri settori più “ponderosi” (e con altri salari) cosa sta accadendo o potrebbe succedere? Penso a un operaio specializzato chimico o metalmeccanico e al suo incontro con l’algoritmo e la piattaforma. O in questo caso il problema riguarda più la robotica, di cui ti sei occupato in Al posto tuo, il tuo libro precedente?

“Mi sembrava che l’aspetto più nuovo, e preoccupante, fosse quello dei servizi e dei lavori a maggior coefficiente intellettuale. Una volta se uno perdeva il posto in manifattura perché la tecnologia l’aveva reso superfluo quella maggiore produttività si trasformava in maggiore ricchezza e quella persona ritrovava occupazione nei nuovi servizi creati, magari meno faticosi e meglio pagati. Adesso però anche i servizi sono sempre più automatizzati. Rischiamo, presto, di non avere più salvezza. ‘E non c’è spiaggia dove nascondersi, e non c’è porto dove scampare’, come canta il poeta. E allora bisogna intervenire prima che sia troppo tardi. Che non significa, in un rigurgito neoluddista, prendere a mazzate le macchine. Ma governare il fenomeno, sul serio però. Nel libro precedente faccio due esempi alternativi. Da una parte Foxconn, la più grande produttrice di elettronica di consumo al mondo, che ha licenziato in un colpo solo 60 mila operai sostituendoli con robot. Dall’altra un’azienda che produce macchine di precisione nell’Alto Palatinato, in Germania, che, a forza di migliorare grazie alla tecnologia, non solo non ha licenziato nessuno ma ha addirittura alzato il salario ai suoi dipendenti”.

“Noi da che parte vogliamo andare? Perché se non facciamo niente la tecnologia farà il suo corso, sostituendo sempre più operai. Fino a un anno fa, basandosi sulle stime e la fiducia che la storia si ripeta sempre uguale a se stessa, l’economista del Mit Daron Acemoglu e quello della Boston University Pascual Restrepo erano stati piuttosto rassicuranti sul fatto che la sostituzione non sarebbe avvenuta. Pochi mesi fa, basandosi sui dati reali, hanno pubblicato un paper che si legge come un colossale marcia indietro perché dimostra come negli Stati uniti dal ’90 al 2007 670 mila operai siano stati fatti fuori dai robot e come anche il reddito medio degli altri si sia ridotto come diretta conseguenza di questa concorrenza robotica. Eppure, senza citare alcun dato a supporto, in Italia c’è ancora chi giura che questo è il punto di vista degli allarmisti e misoneisti. È tutto molto puerile”.

Leggendoti, si arriva quasi naturalmente alla conclusione che la società umana non sia in grado di sopportare l’economia dei lavoretti esattamente come l’ambiente non può tollerare oltre il cambiamento climatico. Si percepisce uno stupore di fondo, da parte tua. Come a dire: ma non vedete? Non vi rendete conto? La stupefazione che si prova a salire su un ghiacciaio delle Alpi per trovarlo senza neve è analoga alla meraviglia che sorge dinanzi alla storia di Mary Joy – l’autista di Lyft che accetta fino all’ultima corsa di ride sharing, lungo il tragitto verso l’ospedale dove partorirà – e a tutte le altre che racconti. Mentre raccoglievi il materiale, fino a che punto ti accorgevi del tasso di tossicità e incompatibilità con la vita? Quando ha iniziato a suonare il campanello dell’allarme rosso? C’è stato un caso specifico, una lettura, una vicenda?

“Mi viene in mente la memorabile definizione di Francis Scott Fitzgerald su come avvengono i crolli, ‘prima lentamente, poi di colpo’. Il mio mestiere è, essenzialmente, leggere, connettere i puntini, poi andare a vedere e scrivere. Quindi, a partire da circa sette anni fa, ho cominciato a pensare che gli straordinari gadget e servizi online che usavo rendevano inutili un discreto numero di persone che prima facevano quel lavoro. Poi, per una serie di servizi nella Silicon Valley, ho affittato un’auto col navigatore e mi sono reso conto che sono stato un giorno intero senza parlare con nessuno perché, rispetto a prima, il grosso di informazioni che mi servivano me le dava il Gps o il telefono connesso a internet. Infine ho letto due cose illuminanti: Race Against the Machine, l’ebook autopubblicato di due ricercatori del Mit, Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee che dava l’allarme (poi stupefacentemente ammorbidito nell’editio maior del libro secondo uno schema non nuovo: incendiari prima, pompieri poi) e You’re Not A Gadget Manifesto di Jaron Lanier in cui il papà della realtà virtuale si impegnava in una fenomenale decostruzione della narrazione tecnologica. Un esempio per tutti: ‘Se non paghi per un prodotto, il prodotto sei tu’. Da lì poi un diluvio di articoli che hanno tematizzato il problema, convincendomi che forse avevo visto giusto”.

Ricordo un vecchio saggio: Netslaves, dedicato agli schiavi della Rete. Uscì in Italia nel 2001. Raccontava i lavori sottopagati, usuranti, impersonali legati all’economia di internet. Quasi diciotto anni fa. Non possiamo dire che non eravamo stati avvertiti. E non abbiamo fatto nulla. Però se ci fermiamo alla cronaca, alla “next thing”, non ne verremo mai a capo. Non possiamo trascurare un quadro d’insieme che sia anche storico. Per questo, credo, il tuo libro alterna il reportage a capitoli dal respiro più lungo di analisi e riflessione sull’economia e la società. Sono le pagine dedicate alle grandi crisi mondiali che ci hanno modificati: il 1979, il 2000 e il 2008. Ne siamo usciti – questa la tua tesi – “finanziarizzati”, precarizzati, irretiti dal culto della gratuità, impoveriti, indeboliti nelle forme di organizzazione e lotta collettive, disposti ad accettare lavori e retribuzioni che le generazioni precedenti avrebbero rifiutato…

“Quanta nostalgia, il libro di Bill Lessard e Steve Baldwin fu pesantemente penalizzato da una copertina orrenda, rimasta inspiegabilmente inalterata nella versione italiana. Scherzi a parte, sì, i segni premonitori c’erano, ma prevaleva l’entusiasmo nei confronti della ‘cosa nuova’. Negli intermezzi storici provo a mettere in relazione tre snodi, tre momenti di crisi come maieutici della reazione che è avvenuta dopo. Come ha spiegato bene Naomi Klein in Shock Doctrine, non c’è niente peggio di un trauma per giustificarne altri di segno opposto. Così dopo gli shock petroliferi e il peak del consumismo post-bellico l’economia vira verso la finanza. Dopo l’esplosione della bolla della new economy si inventa il web 2.0, ovvero quello a basso costo perché il lavoro lo fanno gli utenti. Infine dopo la Grande recessione se ne vengono fuori con la cosiddetta sharing economy, dove non si monetizza più il cazzeggio (un lusso che non possiamo più permetterci) ma il lavoro vero e proprio, da espletare su piattaforme leggere, con pochi o punti costi fissi”.

Nelle pagine più toccanti del libro parli di tuo padre, rappresentante di una generazione perduta, se posso permettermi la definizione, sotto il profilo lavorativo: il posto fisso, lo stipendio adeguato, i contributi e infine una pensione che gli ha consentito di sostenere cure sanitarie per una malattia grave e difficile. Dal nostro futuro questa possibilità è già stata estromessa. Ma il presente è, e cito una tua definizione, la “perma-giovinezza”, dove bisogna farsi trovare sempre pronti per la prossima corsa. Il presente è – ci torno ancora – Mary Joy, la ride sharer di Chicago che partorisce nel suo ‘turno’. Come ne usciamo? In una pagina scrivi che bisogna “ritrovare la forza di farsi pagare”. Uscire dall’ideologia del gratis. Poi indichi altre soluzioni: politiche, fiscali (far pagare le tasse ai giganti dell’economia digitale), sindacali. Ma le soluzioni possono davvero essere nazionali? Non è tempo di fare un salto di livello anche nella risposta, di crescere a un piano sovranazionale nelle politiche, nelle istituzioni, nelle organizzazioni dei lavoratori? Visto che queste grandi aziende giocano nella Champions League della globalizzazione transnazionale, che senso ha ostinarsi a schierare oneste compagini di serie B destinate alla sconfitta?

“Il fatto che la battaglia sia dura non significa che non valga la pena combatterla. Dunque, sì: il livello principale è transnazionale a patto che ciò non funzioni come colossale alibi per le singole nazioni per non fare niente. La Gran Bretagna, con i suoi tribunali che sono intervenuti su Uber e a tutela di altri fattorini, sono un esempio lampante che più di qualcosa si può fare anche all’interno dei confini statuali. Lo stesso vale, sempre in quel Paese, per nuovi sindacati dal basso che hanno già ottenuto risultati ai quali i nostri sindacati confederali sono disabituati da anni. Ho fiducia nell’Europa. È Bruxelles ad aver eccepito ad Apple che non andava bene pagare un’aliquota omeopatica in Irlanda, multandola per 13 miliardi di euro. O a dire a Google che non può approfittarsi della sua posizione di monopolio. Però si può, e si deve, prendere delle contromisure anche a livello nazionale. Con Renzi la web tax era sbertucciata, con Gentiloni siamo diventati alfieri dell’idea presso le sedi comunitarie. E sì, il meno che si possa dire è che nei tre snodi che ripercorro, la sinistra sia stata debole, distratta, colpevolmente remissiva. La buona notizia è che, partendo da così in basso, può solo far meglio. Lo spero, almeno”.

Tutte le piattaforme che descrivi sono strumenti di governo dei servizi e di controllo del lavoro. Per non parlare dei braccialetti di Amazon, riguardo ai quali ti chiederei un commento. Ma la domanda è: non si può fare il contrario? Non si può usare la tecnologia anche per difendersi? Piattaforme e algoritmi non possono essere anche uno strumento di organizzazione, autotutela, liberazione, miglioramento delle condizioni di lavoro e produzione? Nel libro porti l’esempio dei software cooperativi, l’idea che i lavoratori possano possedere la piattaforma e non viceversa. Altre idee, ipotesi, suggestioni, utopie?

“Ci sono molti ottimi motivi per criticare Amazon, che non lesino nel libro precedente, tra i quali non includerei il braccialetto elettronico. Ha attirato così tante critiche bipartisan per il suo valore simbolico: il braccialetto è stato assimilato a delle manette elettroniche che spiavano il dipendente. Lo sdegno poteva già esserci per le pistole laser che usano da sempre e fanno le stesse cose del braccialetto, soltanto che uno deve tenerle in mano e non allacciarle al polso. A scanso di equivoci: è doveroso chiedere migliori condizioni di lavoro alla compagnia dell’uomo più ricco del mondo, ma è più utile concentrarsi sui bersagli giusti rispetto a quelli giornalisticamente più suggestivi. Per quanto riguarda gli usi alternativi delle piattaforme, certo che si possono fare. La piattaforma non è il Male in sé, sebbene incarni in maniera plastica un mercato quasi perfetto dove domanda e offerta si incontrano. La sua caratteristica speciosa è che i padroni delle piattaforme estraggono valore, il 25 per cento nel caso di Uber, da ogni transazione che avviene su di essa. E, per soprammercato, pagano solo una microscopica frazione di tasse su quanto guadagnano. Se gli introiti andassero tutti ai lavoratori sarebbe tutta un’altra cosa. Per onestà devo ammettere che, per il momento, anche gli esempi più avanzati di questa avanguardia (come la californiana Loconomics) sono piuttosto acerbi. Però niente vieta che migliorino e superino in efficienza le piattaforme più note”.

Protagonisti della gig economy e startup varie non mostrano troppa inclinazione a trattare bene chi lavora per loro. Conta anche l’aspetto generazionale e culturale. Questi imprenditori informatici sono nati dopo Reagan e Thatcher. Non mi stupisce, purtroppo, che abbiano una certa idea del lavoro. Eppure tu lanci un appello: trattare bene i lavoratori è utile alla stessa impresa. Ma credi davvero che qualcuno lo ascolterà? Non ti sembra che il neocapitalismo digitale soffra di una congenita irresponsabilità sociale che trova poi nella piattaforma, nell’algoritmo lo strumento per estrinsecarsi? Imporre condizioni di lavoro logoranti, retribuire poco la prestazione, non restituire nulla fiscalmente: sono sintomi gravi di immaturità e infantilismo, se non di misantropia. Mi viene in mente un bambino che tortura un animale domestico o perseguita il fratellino minore. Questo bambino diventerà mai adulto?

“Non lo sostengo io che convenga trattare bene i lavoratori. Henry Ford lo capi a metà del secolo scorso quando decise di raddoppiare – sì, avete capito bene – la paga oraria dei suoi operai. Non perché fosse un sincero democratico (non lo era), ma perché aveva capito che pagarli troppo poco aumentava pericolosamente il turnover, con i relativi costi economici per formare ogni volta i nuovi arrivati. La scommessa funzionò, dall’anno dopo l’emorragia si fermò e gli utili crebbero. A quanto pare i capitalismi odierni sono incapaci di questa minima lungimiranza. perché i cicli capitalistici si sono accorciati, da annuali/trimestrali sono diventati settimanali/giornalieri perché seguono l’andamento della Borsa”.

“Più di recente Zeynep Ton, nel suo The Good Jobs Strategy, spiega che pagare bene i dipendenti li rende più efficienti. In un paper di qualche anno fa Tito Boeri e Pietro Garibaldi ci spiegavano che nelle aziende con meno contratti a termine la produttività è più alta (purtroppo il loro contratto a tutele crescenti non è riuscito, sin qui, a battere la precarietà). Non so se, come tu sembri suggerire (“misantropia”), ci sia del dolo nel trattare male i dipendenti. Di certo c’è un cinismo inaccettabile, è forse un grado di ignoranza storica francamente sorprendente che non fa comprendere, ad esempio, ai due manager italiani di Foodora (uno laureato al Politecnico di Milano, l’altro alla Bocconi) il concetto di cottimo che, da un certo punto in poi, hanno di fatto imposto ai loro fattorini. Si limitano a ribattere: ‘Ma l’algoritmo dice che è altamente improbabile che non facciano almeno due corse all’ora, e con due corse all’ora guadagnano di più che con un pagamento orario’. Sarebbero usciti in strada, con la pioggia e il vento, facendo affidamento sulla generosità statistica del software per il pagamento? Io non credo. Ma per i loro dipendenti, che ovviamente chiamano riders, era perfettamente accettabile. Sarà una lunga lotta, culturale innanzitutto, per questo è importante iniziarla subito. Perché ora è solo un’avanguardia ma se il futuro del lavoro assomiglierà alla gig economy siamo spacciati. Tutti, non solo quelli che la praticano”.

(Articolo già pubblicato su rassegna.it il 26/2/2018)

  2 comments for “Se il futuro del lavoro assomiglierà alla gig economy, siamo spacciati

  1. gianni biondillo
    13 agosto 2018 at 11:13

    Bellissima intervista. Complimenti a chi ha fatto le domande e a chi ha risposto.

    • 13 agosto 2018 at 14:38

      Grazie Gianni. Tutto merito del libro e del suo autore.

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