Amleto, un intellettuale gramsciano ( in ricordo del ’68)

 di Pierpaolo Rosati

 

 

L’interpretazione ivi proposta prende le mosse da un passo gramsciano che promette di svelare, per via analogica, valenze euristiche del tutto inopinate. Il nocciolo dell’argomentazione parla di Amleto che rinvia i propri disegni di vendetta non già perché trattenuto da ragioni psico-emotive più o meno inconsce, ma perché attardato dalla rimozione necessariamente lenta e faticosa dei condizionamenti culturali radicati nella sua esperienza; condizionamenti tali da esigere una preventiva e sofferta rottura epistemologica.

Un percorso del genere Antonio Gramsci lo sollecitava in un soggetto storicamente peculiare, da lui chiamato ad un ruolo organico e rivoluzionario. “Gli intellettuali si sviluppano lentamente” – così scriveva – perché oppressi dal peso di “tutta la tradizione culturale” che essi tentano di “riassumere e sintetizzare” e da cui restano schiacciati, a meno che non riescano a “rompere con il passato” per collocarsi “nel terreno di una nuova ideologia”.1

Ma veniamo alla materia e alle scaturigini del dramma.

Sono state le seconde nozze della regina-madre a turbare profondamente il principe di Elsinor, provocando in lui la crisi dei valori fino a quel punto felicemente vissuti; uno in particolare: quello dello “studente” (dell’intellettuale) che da poco ha lasciato Wittenberg e che chiede di potervi tornare. La stessa Ofelia, in punto di evocare le note caratteristiche dell’Amleto un tempo sereno e galante, ancora teneva conto del principe in quanto courtier, soldier e … scholar (III 1, 154). Da qui l’atteggiamento, si direbbe naturale e consueto, nella sua oleografica evidenza, di Amleto giovane con libro, tutto intento a leggervi “parole” che solo ora gli sembrano vane e insensate (II 2, 192). La corruzione morale dell’ideale materno lo ha sconvolto al punto da suscitare in lui pulsioni suicide; ciò che lo trattiene è il timore del castigo ultraterreno sanzionato nei confronti di chi compia un gesto tanto disperato (II 2, 198-203).2

L’Amleto che irrompe sulla scena è dunque un personaggio già immerso nel profondo del dramma. L’apparizione e le rivelazioni dello spettro – irrinunciabili perché di forte impatto per il pubblico elisabettiano –  poco soggiungono alla premonizione che, sin dal principio, gli balena nella mente:

 

Lo spirito del padre mio in armi! Non tutto è bene;

io sospetto qualche iniquità.

(I 2, 255 s.).

 

Le parole del fantasma, in realtà, non fanno che confermare i suoi presagi:

 

… O mia profetica anima!

Mio zio?

(I 5, 40 s.).

 

Né mai esse costituiranno, per sé prese, una prova decisiva:

 

… Lo spirito ch’io ho veduto

potrebbe essere un diavolo …

… Avrò motivi più rilevanti di questo. Il dramma è la cosa

in cui coglierò la coscienza del re.

(II 2, 594 s. e 600 s.).

 

A maggior ragione, nell’apparizione dello spettro è da vedersi solo un coup de théâtre. Molto più pregnante il commento a mezza voce con cui Amleto reagisce di fronte all’ingiunzione dell’ombra paterna:

 

… Ricordarmi di te?

Sì, tu povero fantasma, finché la memoria tien seggio

in questo globo impazzito. Ricordarmi di te?

Sì, dalla tavola della mia memoria

io cancellerò tutti i ricordi triviali e frivoli,

tutti i detti dei libri, tutte le forme, tutte le impressioni passate,

che la giovinezza e l’osservazione copiarono quivi;

e il tuo comandamento solo vivrà

nel libro e nel volume del mio cervello,

non commisto a più vile materia; sì per il cielo!

(I 5, 95-104).

 

Rinveniamo qui il bandolo del tormentato percorso che, d’ora innanzi, impegnerà Amleto in una drastica svolta esistenziale. La sua re-azione non sarà dettata da una emotività sconvolta, né dall’elaborazione inconscia di uno snodo evolutivo di tipo psicoanalitico (“il complesso di Edipo”); sarà frutto invece di una razionale ancorché ardua determinazione programmatica, annunciata con lucidità proprio nel passo appena citato, vera chiave di volta della tragedia. Lo “snaturamento dei tempi”, motivo peraltro ricorrente, dà corso al proposito risoluto di liberarsi da ogni sovrastruttura intellettualistica, e non solo dalle remore della religione o dalla paura inibitoria della vita ultraterrena. L’esigenza di concentrarsi su un unico obiettivo induce il nostro principe a voler fare tabula rasa di tutto il gravame culturale e libresco del passato, passibile di invischiare l’agire in una dilemmaticità irresoluta. Più che un’evoluzione ideologica, egli intraprende un processo di de-ideologizzazione volto alla liberazione della prassi e alla risoluzione in essa delle angustie di una coscienza infelice.

L’amore cortese – vissuto esso stesso nei modi stilizzati di un’esperienza letteraria – rappresenta la prima vittima che Amleto sacrifica alla causa: il colloquio con Ofelia e la denuncia delle proprie passate avences (III 1, 90-152) rappresentano per lui solo l’acconto del prezzo da pagare al compito che lo attende. Gli affetti privati, estranei alla sua missione, altro non sono che diversivi superflui.

Sarà proprio il pesante fardello di una decisione tanto sofferta a sgomentare l’animo del principe e ad intricarlo in una problematica indecisione la cui unica via di uscita sembra prospettare, inevitabile, il sacrificio di sé:

 

Essere, o non essere: questo è il problema;

s’egli sia più nobile soffrire nell’animo

le frombole e i dardi dell’oltraggiosa fortuna,

o prender armi contro un mare di guai,

e contrastandoli por fine ad essi. Morire, dormire,

nient’altro; e con un sonno dire che noi ponian fine

alla doglia del cuore, e alle mille offese naturali,

che son retaggio della carne; è un epilogo

da desiderarsi devotamente, morire e dormire!

Dormire, forse sognare, sì, lì è l’intoppo,

perché in quel sonno della morte quali sogni possan venire,

quando noi ci siamo sbarazzati di questo terreno imbroglio,

deve farci riflettere: questa è la considerazione

che dà alla sventura una sì lunga vita …

(III 1, 56-69).

 

Nel più celebre dei suoi monologhi Amleto rielabora ancora una volta l’idea della morte, considerata come lo scotto necessario alla soluzione del problema; ma, a frenarne l’azione, continua a farsi avanti il pensiero dell’aldilà. Nondimeno, il linguaggio di Shakespeare, sublime per intensità lirica, non riesce a cancellare le tracce di una fonte antica che traspare in lontananza: si allude al Socrate dell’Apologia platonica il quale, discutendo anche lui della morte come di un sonno profondo o, altrimenti, di un sonno accompagnato da sogni,3 sembra emanare un alone che va ben oltre la citazione letterale (“morire, dormire, … forse sognare”).4

È in questa ultima formulazione che il bardo attinge un valore concettuale più ampio, un approccio all’argomento di una coloritura più laica (Socrates docet!).5 Difatti, la morte su cui il nostro protagonista ora si sofferma è sentita come l’esito di una pugnace rivolta, di una lotta eroica, in grado di aprire scenari passati al vaglio di una demitizzazione del metafisico. La vita ultraterrena – nulla più che un sonno turbato da sogni – si è ormai de-teologizzata, ponendosi alla stregua di un’intuizione generica che più non soffre della sanzione comminata dal giudizio divino. Amleto si avvia con sempre maggiore consapevolezza verso un’autonomia della coscienza che, alla fine, lo renderà in tutto padrone delle proprie scelte. Il senso del suo scavo interiore è riposto per l’appunto nello sforzo di rimuovere ogni fattore di eteronomia.

 

Perché non v’è nulla di buono o di cattivo,

che non sia il pensiero a rendere tale …

(II 2, 248 s.).

 

Queste parole, rivolte da Amleto a Rosencrantz, traducono una riflessione di alto profilo speculativo, ispirata anch’essa all’intellettualismo etico di Socrate. Il bene e il male non rappresentano entità a sé stanti, dotate di una propria valenza ontologica. È il pensiero individuale, nel suo relativismo soggettivistico, a definirne il carattere e a riconoscerne la specificità: è il pensiero di ciascuno che, nella sua attività conoscitiva, pone in essere i valori o i disvalori, determinando la volontà ad attuarli o a respingerli.

La “Fortuna”, in merito, potrà aggiungere ben poco alla scelta dell’animo forte:

 

… e beati son quelli

ne’ quali le passioni e il giudizio sono così ben mescolati

ch’essi non sono un flauto su cui il dito della Fortuna

possa premere il tasto che le piace …

(III 2, 66-69).

 

Eppure, Amleto continua ad adagiarsi nell’inerzia. Se, da un lato, la messinscena dell’assassinio di suo padre ha provocato nello zio una reazione che ne lascia trasparire la colpevolezza; dall’altro, la vista del re ormai solo e indifeso non basta a determinare il principe alla vendetta (III 3, 72 ss.).

Si tratta forse di una inesplicabile incoerenza?

Di certo, le motivazioni addotte da Amleto sembrano poco convincenti. Più che il destino ultraterreno di Claudio, a trattenerlo altro non v’è che la sollecitudine verso la madre. Nella circostanza, la sua disposizione d’animo suggerisce propositi non-violenti, senza nulla togliere agli aspri rimproveri che pure intende manifestare alla Regina.

 

… Calma! Ora andrò da mai madre.

O cuore non perdere il tuo affetto naturale; non lasciare mai

entrare l’anima di Nerone in questo petto risoluto;

ch’io sia crudele ma non snaturato:

io la pugnalerò con le parole, ma non con la mano.

(III 2, 382-86).

 

Ecco una considerazione ribadita poco oltre:

 

… Mia madre aspetta.

Questa medicina non fa che prolungare i tuoi [del re] giorni infermi.

(III 3, 95 s.).

 

Quella di Gertrude, d’altronde, è l’unica coscienza che il figlio, prima di agire contro l’usurpatore, tenta di redimere e di portare dalla propria parte. Da qui la priorità che egli attribuisce all’incontro con la madre e l’indugio nei confronti dello zio.

Ma un pressante incitamento all’azione Amleto lo riceve anche alla vista dei preparativi militari messi in atto dai soldati di Fortebraccio: uomini coraggiosi, motivati da una idealità che li induce ad affrontare una guerra il cui esito non promette altro che la morte o la conquista di un territorio forse insufficiente ad accogliere le tombe di quanti cadranno per esso (IV 4, 32-65). A tal punto, la sua indolenza ne resta scossa:

 

… Oh, da quest’ora innanzi,

i miei pensieri sian sanguinosi, o non valgano nulla!

(IV 4, 66 s.).

 

Se pure merita piena giustificazione il “contendere grandemente per una pagliuzza, quando sia in gioco l’onore” (greatly to find quarrel in a straw / When honour’s at the stake),6 l’ironia amara sulla sorte miseranda riservata indistintamente alle spoglie umane, fa da puntuale contrappasso a ogni vanità o puntiglio di casta. Eloquente, in tal senso, il dialogo che Amleto intrattiene con Orazio, di fronte al becchino che scava la fossa destinata alla tomba di Ofelia. Gli esempi passati in rassegna scherniscono tutta una serie di personaggi vanamente altezzosi (politician, courtier, lawyer, great buyer of land),7 senza risparmiare da ultimo il grande Alessandro (V 1, 107-14).

Solo un’eccentrica disputatio de rebus inlustribus? Direi di no! Piuttosto, una fase ulteriore dell’erosione progressiva che induce Amleto a liberarsi gradualmente della cultura libresca. Il contesto pone in gioco lo statuto della Storia, materia essa stessa da rileggere attraverso il filtro della demistificazione. Se contemporaneo, l’evento storico non manca di offrire un insegnamento morale, come suggeriscono le imprese di Fortebraccio; ma, quando il tempo l’avrà ammantato di mera retorica celebrativa, esso perderà irrimediabilmente ogni significato parenetico. Non c’è molto che valga la pena ricordare della storia dei popoli, quando sia il proprio passato a imporsi con prepotenza: quel vissuto che trova espressione negli affetti naturali (III 2, 96), contaminati in Amleto dalla “fragilità” della madre (I 2, 146). Del resto, la considerazione che il principe shakespeariano ha della Storia trova riscontro nei testi dell’epoca: nella storiografia rinascimentale, nella narrazione di tipo ciceroniano, intesa come opus oratorium maxime.

Ben altro senso assumerà il suo gesto finale, motivato da una consapevolezza non già storica ma rivoluzionaria, meritevole come tale di essere raccontata ai posteri. Null’altro Amleto morente raccomanda ad Orazio, se non di “narrare la sua storia” (To tell my story)8 e di divulgare le ragioni della sua “azione” (act):9

 

O buon Orazio, che nome ferito,

le cose restando così ignote, vivrebbe dopo di me!

(V 2, 336 s.).

 

Se ancora un compito Amleto pensa di poter assolvere nell’attimo di vita che gli rimane, esso è di carattere politico e si volge infatti alla designazione del successore. È il ruolo istituzionale ciò che il principe di Danimarca infine recupera, per esercitarlo con la forza morale del moribondo che detta le sue  volontà testamentarie:

 

… profetizzo che l’elezione scenderà

su Fortebraccio; egli ha il mio voto morente.

(V 2, 347 s.).

 

“Il resto è silenzio” (V 2, 349): le ultime parole di Amleto cancellano ogni remora ultramondana e legittimano la sua condotta alla luce di una prassi tutta terrena, sostenuta in articulo mortis dall’impegno civile. Gramsci avrebbe ravvisato in lui – principe “amato dalla moltitudine” (loved of the moltitude)10 – l’atteggiamento dell’intellettuale finalmente organico, investito del suo status regale e del sostegno del popolo:  machiavellico “Principe”, intellettuale gramsciano ante litteram.

 

 

 

NOTE

 

1)  La citazione è enucleata da Alcuni temi della questione meridionale: saggio che Gramsci scrisse nel 1926 e che comparve per la prima volta a Parigi nel 1930, in “Lo stato operaio”, la rivista teorica del PCd’I pubblicata in Francia dagli esuli italiani. In tempi più recenti lo scritto è stato inserito in varie riedizioni gramsciane, sempre riproposte dagli Editori Riuniti di Roma (parte oggi del Gruppo “Mimesis”).

2)  La traduzione italiana è quella di Raffaello Piccoli, in Shakespeare – Teatro, Amleto, Vol. 2, Sansoni, Firenze 1961. Quanto alla restituzione del testo inglese, da cui trarre qua e là ulteriori elementi di conoscenza, all’edizione oxoniense abbiamo preferito quella di Cambridge, con la relativa suddivisione in Atti, Scene e Versi.

3)  Cfr. Plato, Apol., 40 c-e.

4)   L’importante edizione parigina del Corpus platonicum, ad opera di Henri Estienne (Henricus Stephanus), risale al 1578. C’è poi una ragione supplementare per avvalorare l’ipotesi che Shakespeare abbia potuto e voluto leggere almeno le “opere giovanili” di Platone (nella traduzione latina del 1592 dovuta a Marsilio Ficino?), data la loro veste letteraria, non a caso dialogica, e la loro dimensione ‘teatrale’: esempio di ricerca filosofica trasposta in una drammatizzazione.

5)  Altro barlume di dottrine socratiche in V 2, 6-9, là dove si fa cenno alla “conoscenza di sé”.

6)  Cfr. IV 4, 70 s.

7)  Cfr. rispettivamente V, 1, v. 78, e poi 81, 96 e 101.

8)  V, 2, 339.

9)  V, 2, 326.

10)  IV, 3, 4. La stessa osservazione Claudio la ripete poco dopo, parlando con Laerte: IV, 7, 12 s.