Critica dell’ultracontemporaneo: Sonia Caporossi, Da che verso stai? e La Parola Informe

Intervista di Gianluca Garrapa

Il lavoro critico e antologico di Sonia Caporossi si è esplicato negli ultimi due anni attraverso i seguenti volumi, Da che verso stai?, il cui sottotitolo è, evocativamente, Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi (Marco Saya Edizioni 2017), e l’antologia La Parola Informe, esplorazioni e nuove scritture dell’ultracontemporaneità (Marco Saya Edizioni 2018). Ho cercato in questa intervista di far emergere le intenzioni della curatrice dalle stesse parole dei suoi libri.

GG: In Da che verso stai? scrivi: “eppure, sono proprio i poeti, ormai, a durare poco”.: ci spieghi questa affermazione e ci dici se, per te, si scrive ancora per ‘passione’ o per qualcos’altro? mi spiego: un autore giovanissimo, un enfant prodige, che smette di scrivere perché non ha più nulla da dire, ha iniziato a scrivere per il desiderio di farlo o per quello di ‘primeggiare’, per dimostrare solo, insomma, di essere il migliore? ci può stare un po’ di narcisismo in questo modo di operare?

SC: L’affermazione in base alla quale i poeti oggigiorno “durano poco” è fondata sulla constatazione del fatto che sono molti i giovani poeti che si fermano all’opera prima, come se si esaurisse la vena scrittoria in una dissipazione autofagocitante. Scrivo nel primo saggio del libro che si tratta di “un fatto ciclicamente verificabile. Altro che dissipatio humani generis alla Morselli, questa è una vera e propria dissipatio Auctoris: poeti promettenti, novità praticamente assolute si esauriscono presto, in una sorta di assorbimento e autocannibalismo del poeticum in se stesso. Questo fenomeno è una manifestazione del tempo breve, situazione a cui oggi è sottoposta proprio la Storia nel senso macrocosmico del termine”. È un po’ la sindrome di Rimbaud, ma la verità è che questi giovani autori non se ne vanno sul serio: alcuni rimangono sullo sfondo, a lavorare “nel ramo”: diventano giornalisti, curatori di antologie e collane, redattori di riviste letterarie, critici letterari. Il problema reale è, secondo me, quella che chiamo da anni “la malattia dell’epigonismo, in base alla quale, come scrivo più avanti nello stesso saggio, “la capacità di ricognizione del valore letterario di un fatto d’arte sta sparendo, o forse sta solo rimanendo nella nicchia o nell’ombra anche ciò che valore lo ha da vendere, contemporaneamente concedendo la magra consolazione dello sfogo, magari, a qualche sporadica e sparuta emersione dal sommerso di un’anomalia, immediatamente rificcata a forza sotto la superficie”.

GG: Matte Blanco era uno psicoanalista che paragonava l’inconscio a un insieme infinito, tu invece in Da Che Verso Stai? parli del gruppo di Cantor: “L’insieme di Cantor (vogliate per un istante seguirmi nel difficile parallelismo) è l’insieme che rimane dopo aver iterato il procedimento dell’individuazione di x intervalli fra 0 e 1 infinite volte; questo vuol dire che, applicando il concetto per analogia alla fondazione reiterata di x gruppi poetici, ciò crea una polvere, un’indistinzione, fino al punto che ci si domanda se all’interno dell’insieme sia presente davvero qualcosa”: mi piace questa commistione che fai, per tutto il saggio tra l’altro, tra filosofia, poesia e matematica: ci spieghi meglio l’insieme di Cantor e perché hai sposato una scelta ‘massimalista’ per comporre il tuo saggio?

SC: Io ho una formazione logico-estetica, mi occupo di filosofia del linguaggio da circa vent’anni; forse non si tratta nemmeno di massimalismo (quello lo riservo più volentieri alle mie opere letterarie), bensì di impostazione metodologica, di forma mentis. Non c’era esempio migliore di Cantor per indicare simbolicamente l’indeterminatezza poetica di cui la dimensione ultracontemporanea è permeata. Alla luce di un principio fondante come quello della centralità del testo, l’indistinzione generata dal fare gruppo a tutti i costi produce un mancato riconoscimento delle poetiche differenziali dei vari autori. Detto in termini molto semplici, si conoscono i nomi ma molto meno cosa scrivono e soprattutto cosa vogliano dire con la loro scrittura. Questo problema è collegato alla diffusione indiscriminata di versi e versicoli nell’era della confusione meta-mediatica e, di conseguenza, all’epigonismo disturbante della “poesia ai tempi di facebook”, non-luogo virtuale in cui, se pubblico la lista della spesa, postveritativamente divengo poeta autotelico e autoriferito, e se lo dico io lo sono e basta, non vale il giudizio obiettivo, estetico o critico, che possa affermare in qualsiasi maniera il contrario.

GG: A questo riguardo, scrivi che “Fra di noi, così come fra i cosiddetti “intellettuali della piazza di facebook”, ci si conosce più o meno tutti, eppure non sta scritto da nessuna parte che, qualora capiti di scrivere del libro di un amico, per un malinteso senso della conventicola la recensione debba essere per forza positiva, e soprattutto che l’amico, in caso di stroncatura (neanche troppo improbabile, a rigor di sincerità), se la debba prendere a male.”: come è andata mutando la scrittura poetica con l’avvento dei social network e, di conseguenza, la critica letteraria?

SC: Come dicevo poc’anzi, l’epigonismo è trasceso a livelli siderali proprio a causa della falsa democraticità del mezzo internettiano, che produce di fronte all’occhio dimesso e annoiato del lettore atto allo scrolling quotidiano una sequela indifferenziata di versificazioni anonime e coatte. Per questo è necessario il ritorno urgente alla centralità del testo di cui parlavo prima, all’analisi testuale che sappia discernere, in base a principi estetico-critici esplicitati e condivisi, il verso brutto da quello anche solo passabile. Scrivo infatti in un altro brano del libro: “accade sempre più spesso che la centralità del testo, per il critico letterario ultracontemporaneo, non sia più, purtroppo, il concetto più importante. Non sembra più esserci, oggi, una consapevolezza ermeneutica fondante e fondata, tale che possa consentire al critico di mettere in secondo piano tutto ciò che risulta periferico al libro in quanto oggetto d’arte; nella nostra edulcorata ed edulcorante ultracontemporaneità internettiana, invece, ciò che è semplicemente marginale e accessorio al testo letterario sembra quasi determinarne l’entità”. È una questione eminentemente sociologica, di prevalenza dannosa dell’immagine sui meri fatti d’arte.

GG: “La principale conseguenza è che insomma risulta sempre più difficile distinguere fra arte brutta perché monstrum dei tempi e bruttezza mostruosa tout court.”: Perniola, nel suo ‘L’arte e la sua ombra’, parlava di ‘realismo piscotico’ dell’arte contemporanea, riferendosi in particolare alla body art, per cui l’arte arriva al pubblico senza la mediazione del simbolico: il sangue viene presentato per quello che è. Credi che la bruttezza stia anche in questa mancata mediazione simbolica pure nel caso della poesia? La violenza truculenta in esametri di certi passi antichi greci è ormai sostituita dalla violenza tutta e subito subìta dei films che credo mandino in TV (credo, non ho il TV)?

SC: l’arte ultracontemporanea non è altro che un’enorme atrocity exhibition, laddove l’arte bella in senso proprio, ovvero l’arte classica, non rimane che luogo idilliaco fruito da pochi (e per certi versi, meno male, dato che costoro il 99 percento delle volte vivono con la testa su un altro pianeta). Questa modificazione della percezione del senso estetico delle cose si è originata alla fine del Settecento con l’avanzare del Romanticismo, come aveva già intuito Hegel il quale parlava non tanto, a rigore filologico, di “morte dell’arte”, bensì di suo “superamento” nel passaggio dall’arte bella a quella romantica, comprendente in sé anche l’elemento della notte, della malattia, del sogno, dell’irrazionale e quindi, inevitabilmente anche il brutto inteso in senso classico, che però diviene l’interessante, il fascinante nella nuova ottica dell’attenzione alla dimensione straniante dell’arte. Dal Decadentismo in poi e per tutto il Novecento, dalle Avanguardie storiche in particolare fino ad arrivare ai giorni nostri, l’arte si è trasformata da espressione appagante della bellezza senz’ulteriore determinazione a manifestazione simbolica, ricondotta quasi freudianamente a condensazione e spostamento analogici, della realtà in cui viviamo: e la realtà del Novecento, nel tormento e nella devastazione di ben due guerre mondiali, non poteva che esprimere un elemento irriducibile di atrocità; non parliamo dei tempi attuali nella postverità che permea il Duemila. Pertanto, non parlerei di realismo psicotico come Perniola, bensì di analogismo simbolico della realtà così-com’è, ovvero: orrenda.

GG: In un altro passo scrivi: “il lettore non “chiede” poesia e se la chiede, esige che sia “facile””: questo mi ha fatto pensare che l’opera d’arte è facile se soddisfa la domanda d’amore dello spettatore, se la soddisfa subito, immediatamente, compulsivamente. sei d’accordo?

SC: penso che un esempio massimo sia da identificare in certe espressioni di street poetry, laddove la semplice scritta aforistica sul muro viene scambiata per afflato poetico anche se spesso manca completamente non dico l’intenzione originaria del graffitista di turno, ma proprio l’elaborazione tecnico-formale di fondo atta a rendere la poesia tale. La gente ha bisogno di riconoscere immediatamente ciò con cui ha a che fare, non foss’altro che i sentimenti, soprattutto in tempi come questi, condannati alla banalità e alla piattezza dal fenomeno massivo e dannatamente pericoloso dell’analfabetismo emozionale di cui parla Galimberti. E questo mi porta a pensare che chi chiede poesia “facile” non sappia proprio cosa sia l’amore tout court. Per il nesso fra amore e funzione sociale della poesia rimando ad un mio articolo su Midnight. https://midnightmagazine.org/la-funzione-sociale-ultracontemporanea-della-poesia-io-tu-nesso/

GG: sono d’accordo con te quando dici: “La poesia, insomma, così come non devia dalla propria condizione di testimonianza dell’umanità, che la rende forma di qualsiasi contenuto eventuale, allo stesso modo, e per lo stesso motivo di fondo, non si traduce, si traghetta piuttosto dall’informe alla forma”: immagino come sarebbe possibile tradurre la lingua del finnegan’s wake, di Joyce. dunque? non c’è soluzione? o leggiamo poesia in lingua originale oppure la sua parafrasi in italiano?

SC: Esatto. Come ho cercato di esemplificare attraverso il lavoro degli autori racconti nell’antologia La Parola Informe, il fondamento estetico della poesia non è altro che la forma nell’atto stesso del suo farsi (nella sua fase di in-formità, insomma), giacché il contenuto può essere davvero qualsiasi cosa. Questo comporta tra l’altro l’impossibilità di escludere dal novero del poetico singole parole, espressioni, sintagmi ritenuti dai più accalorati avanguardisti come superati o disusati. Ma comporta soprattutto l’impossibilità della traduzione, a meno di non essere perfettamente consapevoli del fatto che ogni traduzione poetica non è altro che una nuova poesia, completamente diversa e indipendente dalla prima, che con la prima mantiene solamente un rapporto di contiguità testuale nel contenuto, mai e poi mai nella forma. Ma questo vedi, non lo dico mica io, lo diceva già Croce nel 1902 (“cosa?? Stai riprendendo un assunto di quel veteromammuth di Croce in tempi di critica postmoderna??”). Ho cercato di buttare giù un sunto della mia poetica qui
https://midnightmagazine.org/poetica-more-geometrico-demonstrata/

GG: d’accordo anche quando scrivi. “I Canoni Letterari, così, scritti in maiuscolo, sono sempre assiomaticamente sistemi chiusi; e io parteggio per il sistema aperto, via via perfettibile proprio perché includente. Come del resto è la natura del linguaggio.” sei d’accordo sul fatto che l’unico ‘canone’ sta nel desiderio, di cui parlavo sopra? cioè che la poesia sia tale quando il soggetto parlante ha la necessità di mettere in forma la propria ‘souffrance’ di essere mancante, per citare Lacan… (ovviamente questa è una domanda dettata dalla mia deformazione professionale)?

SC: Per parafrasare Pizzuto, “la poesia è poesia, se la poesia è poesia, finché la poesia è poesia”. Scrivo in un passaggio del capitolo intitolato Miseria della critica al tempo della rete che “La risposta è che troppo spesso i canoni sono concetti costruttivistici a priori. Persino le letterature di rottura, a un certo punto, sono state canonizzate a loro volta: sempre meno tempo è necessario a far sì che, da innovazione e movimento di rottura, un’avanguardia diventi canone, norma, elencatio normotetica, generando così in breve tempo, per spirito d’emulazione e volontà di cavalcare l’onda, nient’altro che epigoni degli epigoni degli epigoni”. Ma poi il concetto di canone non ha proprio ragione di esistere, perché per risultare rappresentativo dovrebbe logicamente essere perennemente onnicomprensivo, sed sic, via paradoxi, non est…per me personalmente il canone è sempre lacanianamente il desiderio: sono un essere desiderante, una specie di scorpione che si getta volontariamente nel fuoco e si lascia bruciare sempre e comunque, nel bene e nel male.

GG: “Siamo nell’era del digito, ergo poeta sum, e con questa indeterminatezza di fondo dovremo prima o poi fare i conti definitivi.”: credi che però il social network possa generare nuove forme di poesia? penso anche all’esperimento di poesia troll, o al fatto di far diventare la poesia uno scritto davvero rivolto all’altro, presente ma non visibile, come direbbe Eugenio Barba, e anche l’utilizzo di twitter, di t9, insomma: certamente il madrigale, a esempio, è nato per altri motivi: e per altri motivi potrebbe nascere una vera e proprio neoforma di versificazione?

SC: la poesia può uscir fuori pure scrivendo con un bastoncino sulla nuda terra della savana in mezzo ai rinoceronti o nella troposfera coi raggi laser, che c’entra, non è il luogo di espressione il punto, bensì, com’è ormai chiaro da quanto abbiamo detto finora, l’uso che se ne fa. Enough said.

GG:
uno dei passi che preferisco è questo: “Meglio affermare con forza e decisione che la letteratura di genere non esiste. Così come non esistono, del resto, i categoremi morali: c’è infatti in letteratura qualcosa che possa essere considerato osceno? Solo la bruttezza del testo medesimo.”: ce ne parli?

SC:
Concepire i generi letterari è un atteggiamento limitante che appartiene a quell’istanza definitoria assiomatica e stringente in base alla quale vengono ad esistere inevitabilmente, nell’immaginario collettivo dei lettori e dei critici, generi letterari di serie A e di serie B, e ciò è inammissibile: Edgar Allan Poe, geniale creatore dell’horror e del poliziesco, ha scritto forse cose di serie B? Allo stesso modo, non esistono categorie nemmeno in senso esteso, per quanto riguarda la dimensione libera e aperta del letterario: non esiste in natura, per parlare con Lotman, nulla che possa essere considerato estraneo ad essa, e siccome la letteratura è la messa in arte e in cultura della natura stessa, ovverossia della realtà (ma non vorrei sembrare lukacsiana!), di conseguenza niente in letteratura può essere espunto, rigettato o considerato impubblicabile su basi di mero giudizio morale. L’osceno, quindi, andrà riconsiderato non su basi etiche, bensì esclusivamente estetiche: è la bruttezza del testo in senso formale ciò che è da rifuggire, non il brutto che esso esprime nel suo contenuto, il quale si dà inevitabilmente in quanto reale, come in natura così in cultura.

GG: “Per tutte queste ragioni, riflettere sulle intime correlazioni fra poesia e musica, a mio parere, potrebbe di nuovo aprire un varco ai poeti verso nuove forme di poesia, ma soprattutto alla critica in direzione di nuove impostazioni di ricerca.”: mi piace dire che quando smisi di suonare il pianoforte, passai dalla tastiera del piano a quella del pc: credo che la musica sia fondamentale e il ritmo necessario. la tua esperienza di musicista come ha influenzato la tua scrittura poetica?

SC: suono art rock con venature space e psichedeliche da vent’anni, la sperimentazione sonora fondata su solide basi tradizionali pregresse (nel caso dei Void Generator, i Seventies e il rock classico, oltre al krautrock, al prog e alla kosmische musik) ha sicuramente influito sul mio immaginario artistico, sia in prosa che in poesia. Erotomaculae ad esempio è un libro composito, che cerca di fondere le istanze di un lirismo tradizionale (la poesia omoerotica di ascendenza saffica) con una forma storico-avanguardistica (con aspetti grafici neofuturisti). La poesia è essenzialmente ritmo così come la pittura, a mio parere, è essenzialmente colore. Ciò che la differenzia dalla prosa, la natura formale della chose poetica, è l’analogia permeata di techne in senso musicale. Se vuoi possiamo “ballare di architettura” parlando di musica un’altra volta e approfondendo il discorso specifico, per dirla con Zappa…

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1 commento

  1. Trovo le considerazioni proposte assai interessanti e me ne compiaccio.
    Nondimeno sarei più ottimista:
    Vedrete che presto o tardi quest’assurda (e faticosa) orgia di parole che nascono morte socialmediate lascerà spazio all’indispensabile ritorno alla lettura poetico letteraria e alla ricerca del senso dell’esistere e moltiplicarsi, fine stesso di una magnifica tragica avventura chiamata vita.

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Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).
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