Confessione di un amore ambiguo

Un estratto da Confessione di un amore ambiguo di Angelo Di Liberto, romanzo edito da Centauria Edizioni, giugno 2018

di Angelo Di Liberto


Elaborazione del lutto. Fase due: rabbia.
Non sono andato al lavoro oggi e manco, ormai, da una settimana. Il mio unico chiodo fisso è tenerti fuori dalla mia testa il più a lungo possibile, Alma. 
Chiuderò ciò che ti appartiene in un magazzino e lo lascerò lì finché vorrò. Se tornerai.
Ci metterò disegni e vestiti. E tutte le scarpe che hai lasciato. E le creme. E i libri della Woolf. E la tazza con Betty Boop che usi da dopo il viaggio a Stoccolma. E le calamite attaccate al frigo: coccinelle di tutte le misure, colori e materiali, rivolte verso l’angolo sinistro in alto, tranne una che va esattamente nel senso opposto. Ti ho chiesto il perché e non me l’hai saputo dire. Un vezzo, ho pensato, un modo per affermare una volontà. Mi sono inchinato ai tuoi desideri, alle tue decisioni. Ero pronto a qualsiasi cosa pur di continuare a restare nel tuo destino. Alla stazione di Barcellona la prima volta che ci siamo stati, mi sono sorpreso nel leggere lo spagnolo destino che sta per “destinazione”. Tutte le direzioni sono un destino. Attraversare un binario sapendo che non è possibile incrociare le nostre sorti, invertirne il senso di marcia. Uscire dalla città senza rallentamenti, fermate, ritardi. Seduto con lo sguardo fuori dal finestrino. In mente la sensazione di trovarti all’altro capo del mondo.

Il Lorazepam fa al caso mio ma non so se ne ho in casa. Devo averlo buttato quando ho scoperto che ne abusavi. Capitava che rimanessi in piedi tutta la notte negli ultimi tempi, così ho nascosto le confezioni di sotto, nel bagno dei miei genitori attiguo alla loro camera da letto che dà sulla strada. Non ci siamo mai risolti a utilizzarla quella stanza. Sopra si stava meglio e si vedeva il mare.
I tuoi disturbi del sonno sono recenti, non giustificano il numero di pillole che ho trovato. Quattro confezioni nel mobile basso, sotto il lavello, alcune stanno per scadere, altre l’anno prossimo. Inghiotto tre compresse bevendo dal rubinetto. Benzodiazepine: sedative, anestetiche, ansiolitiche. Togliere di mezzo l’amore da tutte le cose.
Prendevi sotto gamba la tua insonnia. Simone diceva che a volte dormivi fino a quando rientravo.
Attribuivo la tua stanchezza alle ore forzate davanti alle tele. I tuoi soggetti, prima tradotti sulla carta dalla china, ora dai colori. I rossi avevano preso il sopravvento rimandando a riti simbolici in cui il sangue purificatore esigeva la sua centralità.
Penso a tutte le volte che hai lasciato le bottiglie d’acqua col tappo svitato in bilico sul tavolo troppo vicine ai tuoi lavori; a quando non trovavi il pennino col manico d’osso, salvo poi a recuperarlo nella borsetta dei trucchi in bagno. E poi le tisane lasciate a metà, quando non avevi voglia d’alcol e di spostarti dal divano. Al cuscino che ti mettevo sotto i piedi nudi, che finiva puntualmente sopra l’altro a reggerti la testa. Per non parlare dei tuoi vestiti. Tanto brava a scegliere i colori sulla tela quanto a confonderteli addosso.
Ho improvvisamente bisogno di sedermi per terra, le gambe si piegano e a nulla vale che io faccia resistenza aggrappandomi al lavello.
Sono debole e non riesco a muovermi. Le benzodiazepine hanno fatto effetto. Tra poco sarò libero per un po’ dai pennini d’osso e le tisane, dai cuscini, i vestiti e i colori sulle tele. Alma diamoci appuntamento davanti alle fontane magiche di Barcellona o nel Burren, dov’è tutto calcare e somiglia alla tua pelle, o nel negozietto di ambra bianca a Stoccolma, nel reliquiario dei tuoi denti.

Colpi alla porta. La sensazione è amniotica, arrivano attutiti. Un altro colpo. Il verde del tetto si è schiarito, le pareti si disgregano. Qui avevi sostituito il cielo con un prato. Ancora un po’ e non vedrò più nulla.
Mi sento sollevare. Non può essere! Il Lorazepam gioca brutti scherzi: Roberto non è qui ma a Londra. Cerco di non addormentarmi. Ci sono pure Simone e Marilina. Mi mettono seduto e mi bagnano il viso.

mariasole ariot

Mariasole Ariot (Vicenza, 1981) ha pubblicato Anatomie della luce (Aragno Editore, collana I Domani - 2017), Simmetrie degli Spazi Vuoti (Arcipelago, collana ChapBook – 2013), La bella e la bestia (Di là dal Bosco, Le voci della Luna 2013), Scipio Sighele e la psicologia della suggestione (in attesa di pubblicazione), Dove accade il mondo (Mountain Stories 2014-2015), Eppure restava un corpo (Yellow cab, Artecom Trieste, 2015), Nel bosco degli Apus Apus ( I muscoli del capitano. Nove modi di gridare terra,Scuola del libro, 2016), Il fantasma dell'altro – Dall'Olandese volante a The Rime of the Ancient Mariner di Coleridge (Sorgenti che sanno, La Biblioteca dei libri perduti 2016) prose e poesie per Nazione Indiana, Il Primo Amore, Poetarum Silva, Alfabeta2, e il brano Passato Presente nel numero 18 di Ulisse. Finalista al Concorso Poesia di Strada XVI, ha scritto musica e testo del brano In-versione per il disco A rotta libera del gruppo Forasteri. Ha collaborato alla rivista scientifica lo Squaderno, e da settembre 2014 è redattrice di Nazione Indiana. Nel 2015 ha partecipato con tre opere (visibili attualmente nell'archivio on line) al progetto e alla mostra Descrizione del mondo – installazione collettiva di immagini suoni scritture (Unione Culturale Franco Antonicelli, Torino). Per Aragno Editore, collana I domani, verrà pubblicato nell'inverno 2016 il libro Anatomie della luce. Suona ilpianoforte, la chitarra, dipinge e fotografa. Interessata in particolar modo a tematiche riguardanti le istituzioni totali, la psicoanalisi, musica e le arti in genereale. 

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