Considerazioni sul sovranismo percepito

di Giorgio Mascitelli

Narra la storia che Jean-Baptiste Lully morì di cancrena a un piede, che il compositore italofrancese si era ferito da sé con la mazza di ferro con la quale soleva battere il tempo dell’orchestra rifiutando in seguito di farsi amputare la gamba, come proposto dai medici. Devo confessare che l’Italia sotto le cure di Salvini evoca ai miei occhi più che un immaginario mussoliniano proprio lo spettro della fine di Lully. Mi sembra questa la morale che insegna la vicenda della recente legge finanziaria: dalle roboanti dichiarazioni di non arretramento nemmeno di un millimetro fino all’accordo che introduce nuovi obblighi finanziari per un’Italia, che nel frattempo è completamente isolata in Europa ( si sa che gli amici austriaci e ungheresi di Salvini considerano esauriti i loro doveri amicali una volta fattisi un selfie con il ministro degli interni e per tutto il resto si attengono scrupolosamente alle indicazioni della Germania).

Se questo esito, del tutto prevedibile per come è stata condotta la tattica italiana di rapporti con la commissione europea, è verosimilmente indifferente al cinismo politico di Salvini, che considera la finanziaria un argomento qualsiasi della sua campagna elettorale  permanente, è probabile che per altri esponenti del governo, che si sono posti seriamente la questione dell’approvazione della legge, il momento della ritirata del progetto sia coinciso con il fallimento dell’asta dei BTP Italia di novembre. I BTP Italia sono infatti dei titoli rivolti ai piccoli risparmiatori, che lanciati con successo negli anni scorsi avevano avuto la funzione utile di segnalare che attacchi speculativi di breve periodo contro l’Italia erano destinati all’insuccesso per la capacità d finanziarsi sul mercato interno. In altri termini quell’Italia settentrionale e benestante di provincia che ha votato massicciamente per Salvini ha abbandonato il governo su un’iniziativa che numerosi esponenti della Lega avevano lasciato intendere essere un modo per offrire gambe solide su cui far marciare l’idea sovranista. Questo sovranismo del cuore ma non del portafoglio è del resto comprensibile sul piano degli interessi di classe perché per il momento per le persone sopra un certo livello economico quella europea resta la soluzione più conveniente e l’idea di investire i propri soldi in titoli emessi da un governo che va a uno scontro frontale con l’Europa, per quanto astrattamente a qualcuno possa piacere questa prospettiva, non è certo rassicurante. D’altra parte Salvini, se vuole continuare a togliere voti ai cinquestelle, non può rinunciare a quei toni che servono a intercettare le fasce della popolazione più in difficoltà.

In realtà questa scelta di Salvini non è solo frutto delle necessità tattiche di fare concorrenza agli alleati di governo, ma la sua efficacia risiede nel fatto che la borghesia nell’era della globalizzazione ha perduto la capacità simbolica e peraltro anche quella politica di costruire grande aggregazioni egemoniche sul piano nazionale che governino la società: di conseguenza chi vuole vincere deve fare riferimento a istanze simboliche di altro genere. Questo in quanto la borghesia  nell’era della globalizzazione ossia dell’abolizione del mercato interno è per forza transnazionale, tranne nei paesi centrali del sistema come gli Stati Uniti, la Cina e forse la Germania e il Giappone, ma questo nel concreto significa una sua tendenziale convergenza con obiettivi e interessi stranieri che si pongono, in un’ottica sovranista, in oggettiva opposizione con lo sviluppo del paese.

Visto che Salvini è innanzi tutto espressione della parte culturalmente e politicamente più retriva di questa borghesia, sarà costretto per non perdere la sua base a una politica sovranista limitata ad alcuni aspetti politici tralasciando quelli economici. Insomma avremo con ogni probabilità quello che si potrebbe chiamare un sovranismo sovrastrutturale che punterà molto sul razzismo e sulla lotta contro gli emigranti extracomunitari come forma di compensazione simbolica per le classi subordinate e di fatto abbandonate a se stesse, anche se è verosimile che verranno introdotti altri temi di forte impatto simbolico, per esempio è da seguire con attenzione in cosa effettivamente si tradurrà l’annunciata misura di introdurre l’insegnamento dell’educazione alla cittadinanza in tutte le scuole con personale formato ad hoc. Insomma è probabile che la Lega rafforzerà sul piano della rappresentazione politica le istanze sovraniste e su quello della volontà economica si atterrà alle linee neoliberiste, come dimostra anche il progetto di legge sull’autonomia differenziata delle regioni del nord.

In linea teorica questa politica salviniana non è affatto irresistibile e anzi fino a pochi anni fa non avrebbe avuto spazio di manovra, ma oggi la crisi del partito democratico la rende senza avversari. Il partito democratico sotto la guida di Renzi ha compiuto l’errore di trasformarsi nel campione nazionale di questa borghesia transnazionale abbandonando la propria base tradizionale con gli esiti che sono sotto gli occhi di tutti e in ciò condividendo lo stesso destino di altri partiti di centrosinistra in altri nazioni che hanno compiuto il medesimo errore, con l’aggiunta che nello specifico italiano questa borghesia transnazionale è  in fuga dal paese  anche in senso fisico e dunque progressivamente disinteressata alla sua evoluzione o involuzione. Del resto queste posizioni alla Emma Bonino, nelle quali la globalizzazione è una trionfale cavalcata in cui le occasioni fioccano a saperle cogliere, possono godere di grande popolarità in qualche redazione o in qualche istituto di ricerca di Milano e Roma, ma non sono adatte a governare una nazione, che resta anche nella globalizzazione una dimensione di governo irrinunciabile. Insomma questo sovranismo sovrastrutturale e zoppicante è tenuto in piedi involontariamente dagli apologeti della globalizzazione esattamente come è accaduto in Ungheria.

Ne La grande proletaria s’è mossa, il discorso con cui Giovanni Pascoli elogiava la guerra di Libia, si trova una contraddizione rivelatrice : all’inizio il poeta ricorda come gli emigranti italiani all’estero in quanto poveri lavoratori sono soggetti a discriminazioni e forme di razzismo da parte degli stranieri, nella seconda parte del testo il poeta ricorda la superiorità culturale dell’Italia su berberi e turchi con i toni tipici del paternalismo imperialista dell’epoca. Questo stato d’animo contraddittorio, ovviamente in forme storicamente diverse, sussiste anche oggi in Italia e tutta la capacità comunicativa di Salvini, così sottolineata da numerosi commentatori, consiste nello sfruttarlo. Questa operazione, per quanto condotta con abilità, troverà un suo limite oggettivo quando il sovranismo salviniano rivelerà la sua natura sovrastrutturale ossia la sua non volontà di toccare i rapporti di forza decisi dalle attuali politiche europee e globali. Eppure anche il raggiungimento di questo limite rischia di non bloccare la sua operazione politica se si troverà di fronte un’opposizione politicamente corretta che continua a considerare l’Europa neoliberista dei nostri giorni il migliore dei mondi possibili e incapace di ricordare che l’unico cambiamento dei rapporti di forza possibile in Europa nascerà da una politica delle alleanze con chi in Europa vive problemi analoghi ai nostri.

 

  6 comments for “Considerazioni sul sovranismo percepito

  1. Umberto Lo Faso
    4 Gennaio 2019 at 22:51

    Ho trovato valida l’analisi che spiega la sparizione del PD con l’infausto, miope tentativo di Renzi di farne un nuovo partito personale social-democratico (PSDI) ma privato della S di socialista e dei contenuti che tale S rappresentava.

    Felicissima è la colta metafora di Lully che, tutto intento a dirigere la sua musica con la mazza con cui allora si dava il tempo, si dá la mazza su un piede ferendosi e finisce morto per cancrena. Per chiarire la metafora, l’autore Mascitelli accosta il colpo di mazza che si dà sul piede il direttore d’orchestra Lully alla mossa falsa che Salvini fa quando mina la proverbiale fiducia nel risparmio da parte degli italiani. Il timore per il valore futuro di quanto risparmiato ed investito in titoli di Stato si è reso evidente per l’insuccesso dell’asta fallita per evidente sfiducia; altrettanta incertezza produce la reiterata dichiarazione di volere abbandonare il coordinamento delle economie dei Paesi dell’UE. E, infine, come non bastasse, si sono penalizzate perfino delle pensioni povere per finanziare con un misero aumento le pensioni misere ed il reddito di cittadinanza. Secondo la metafora di Mascitelli, questo modo d’agire è il colpo di mazza con cui si autocondanna il Lully-Salvini e già sulla gamba si diffonde l’infezione, rappresentata dal diffondersi dei dubbi degli italiani sulla sicurezza della loro borsa al cui contenuto affidano il loro futuro.

    Io penso che un secondo colpo di mazza sul piede, il Salvini-Lully se lo sia già inferto con la legge “sulla sicurezza” e che l’infezione metaforica, peggiorata, sia la forte reazione degli Orlando, De Magistris e Pizzarotti subito seguita dalle pur più prudenti prese di posizione di Sala da Milano e dal capo dell’ANCI Decaro, tali da generare un inizio della metaforica cancrena che portò alla fine il musicista Lully.

    Detto infine in altro modo e fuori di metafora, io credo che gran parte di noi italiani attenuerà il suo atteggiamento e non seguirà chi disprezza i diritti della gente mettendone in discussione la sopravvivenza. Si capirà presto che la perdita della sicurezza legalmente conquistata dagli immigrati regolari che con il loro lavoro pagano i servizi di cui fruiscono e con il loro lavoro contribuiscono anche alle all’INPS , può tradursi nella perdita della sicurezza di tutti: se oggi infatti accadrà definitivamente questo, domani potranno essere i meridionali emigrati per lavorare al Nord a perdere il loro status, gente che lavora in quelle Regioni del Nord che vogliono rendersi “etnicamente autonome”.

    E dopodomani ? …

    Noi italiani di oggi, pur con la ns. non lunghissima storia democratica, non lasceremo che i diritti umani conquistati negli ultimi secoli siano violati, nè lasceremo che lo siano le conquiste civili che in 150 anni 4-5 generazioni di italiani, inclusi noi stessi, abbiamo prodotto.

    Umberto Lo Faso, lofaso@fastwebnet.it

    • Giorgio Mascitelli
      5 Gennaio 2019 at 11:03

      Mi associo naturalmente all’auspicio che la maggioranza degli italiani non si lascerà incantare da chi disprezza i diritti della gente, ma sulla probabilità della sua effettiva realizzazione mantengo, come si dice nel linguaggio giornalistico, un cauto riserbo: non si tratta infatti solo di sensibilità democratica, ma anche di come si costruisce un campo politico con una posizione alternativa. Prenda per esempio il caso degli elettori, ma anche dei militanti e della maggioranza dei parlamentari dei 5stelle: essi hanno sicuramente valori democratici, ma di fatto si trovano a essere la stampella dell’operazione salviniana perché si è posto loro l’alternativa in questi mesi tra eurocrazia delle élite e appello al popolo, generico e indifferenziato. Si saprà costruire qualcos’altro? Rompere questo schema? E’ su questo che si gioca la possibilità di un’opposizione a Salvini.

  2. giacomo sartori
    6 Gennaio 2019 at 00:25

    molto bello

  3. 6 Gennaio 2019 at 19:42

    Interessante il discorso sulla borghesia italiana, a cui aggiungerei che sono poche le famiglie borghesi in grado di trarre pieno profitto dalla finanziarizzazione della nostra economia, mentre a molta piccola borghesia e ceto medio viene proposta una operazione di mimesi, di identificazione consolatoria con chi e’ in grado di spostare oltre confine i suoi patrimoni e farli fruttare al riparo da tassazioni importune. In realta’ chi possiede prevalentemente piccoli immobili e attivita’ produttive/commerciali non puo’ spostarsi agilmente al primo accenno di imposta patrimoniale, e rimane ai lati della trada agitando le bandierine e salutando entusiasta gli eredi Agnelli che abbandonano Torino al suo destino.

  4. Piergiorgio
    7 Gennaio 2019 at 22:47

    Un articolo molto interessante, ma mi lascia con un dubbio. Salvini è :
    A) “troppo” sovranista;
    B) “troppo poco” sovranista, nel senso che dovrebbe esserlo in senso strutturale (basta con liberismo e globalizzazione dei mercati) oltre che sovrastrutturale (“prima gli italiani!”); oppure:
    C) sovranista “nella dimensione sbagliata”, perché ció di cui abbiamo bisogno è il suo opposto, cioè un sovranismo strutturale privo della componente sovrastrutturale?

    La strada B è ovviamente percorribile, ma altrettanto ovviamente incompatibile con le aspirazioni della sinistra. La C mi pare più coerente con una sinistra ‘no global’ ma non priva di nodi irrisolti; non mi è chiaro ad esempio se la libertà di circolazione delle persone sarebbe sostenibile in un mondo in cui le merci non circolano, o quale forma di solidarietà possa sussistere tra operai di Paesi contigui che, in autarchia, pur facendo lo stesso lavoro guadagnano l’uno la metà dell’altro.

    Detto (chiesto) altrimenti , che ne è dell‘internazionalismo socialista? E come andrebbe declinato nel XXI secolo?

    • Giorgio Mascitelli
      8 Gennaio 2019 at 21:50

      Gentile Piergiorgio,
      Salvini è sovranista tanto quanto gli conviene per sfruttare a proprio vantaggio l’esasperazione della popolazione. Se invece chiede a me, la risposta è molto semplice: un sovranismo è possibile solo con la ricreazione di un mercato interno se no è un mero flatus vocis. Ora io non credo che ci siano le condizioni né politiche né economiche per il ritorno del mercato interno.
      Se si vuole provare a mettere in discussione questo sistema a livello europeo la strada è cercare un sistema di alleanze tra i paesi della periferia e le forse sociali della periferia e con questo credo di averle risposto sulla declinazione dell’internazionalismo socialista del XXI secolo.

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