Di chi è questo cuore – Mauro Covacich

Incipit del nuovo romanzo di Mauro Covacich

 

La sonda spara ultrasuoni nel petto. Al primo contatto con la pelle la sua testa scivolosa mette i brividi, poi prevalgono le immagini. Sullo schermo una sagoma medusoide pulsa nell’oscurità. Si dilata e si contrae in mezzo a quel nero dove all’improvviso potrebbero comparire palombari. Oppure astronauti. Ma non c’è nessuno nel petto, ci sono solo le cose contenute in ogni essere umano. La dottoressa aggiunge altro gel e continua a perlustrare piano, alla cieca, gli occhi sempre fissi sul monitor, indugiando un po’ sotto lo scalino delle costole. Si ferma, ingrandisce, scruta i due vani inferiori, appena visibili nel pulviscolo, divisi da una parete che si scuote al loro stesso ritmo, spazzata da una corrente incessante.

È tutta roba mia quella, non è la fossa delle Marianne, non è un pianeta sconosciuto.

Distolgo lo sguardo e contemplo il profilo azzurrino della dottoressa, chissà per quanto ancora assorbita dal suo viaggio, la sinistra sulla sonda, la destra sulla tastiera. Sento il suo alito di sigaretta. Mi piace una cardiologa fumatrice al centro di medicina dello sport. Alle sue spalle e appeso il disegno anatomico dell’organo che sta esplorando, pero nessuno ci crederebbe a confrontarlo: tubicini rossi, tubicini blu, l’illusione beffarda di un sistema invulnerabile, la sezione di un motore eterno. Fuori dalla porta le voci della segretaria e del tizio arrivato dopo di me che ora sta già pagando, ancora in lieve affanno per la prova da sforzo, poche parole ne allegre ne tristi, la solita routine del certificato, idoneità agonistica. Anch’io ero così l’anno scorso. Perché l’ecocardiogramma oggi, non bastava il test sulla cyclette? E una domanda che ho preferito non fare. Ogni tanto serve un pollo da spennare, ecco la verità. Ora mi alzerò dal lettino con un bel referto inutile in mano e dovrò solo elargire a questi ladri una donazione di ulteriori novanta euro, eccola qui l’anomalia sistolica.

E quando ormai mi sto rivestendo e la dottoressa si è spostata alla sua scrivania zeppa di portaocchiali e cavi di alimentazione e chiavette usb e ombrellini da cocktail, sento che dice: “Eh si, per un po’ lei deve stare a riposo.”

 

Nella palestra nuova, dove mi sono iscritto correggendo un vecchio certificato per attività non agonistica, sfrutto quasi esclusivamente la piscina scoperta, una vasca da cinquanta metri che al mattino e frequentata da silfidi e tritoni della prima squadra (corsie dalla 1 alla 4), qualche avvocato dorsista che fa il pieno di endorfine prima di entrare in studio (corsie 5 e 6), donne del tipo alternativo alle patite degli attrezzi, senza protesi ungulari, spesso anche senza smalto o tutt’al più nero vinile e solo ai piedi (corsie dalla 6 alla 9) e leoni dei Parioli in quiescenza, che trascinano le infradito chiacchierando a piccoli gruppi sull’ampio bordo vasca come antichi filosofi peripatetici.

Immagino di perdere i sensi. Ieri Alberto mi ha parlato di sincope. Eravamo al solito indiano di piazza Vittorio.

“È un’ipotesi remota, pero il rischio c’e. Non sapessi quanto sei fissato, ti ordinerei di smettere. Devi ridurre intensità e frequenza. Fai il dieci per cento di quello che facevi, non di più.”

In acqua si può perdere i sensi? Penso alle centinaia di scene, nei film, nei cartoni animati, in cui lo svenuto viene risvegliato da una secchiata d’acqua. No, non può succedermi finché nuoto. Basta che tenga la faccia sempre sotto. Basta che respiri il meno possibile. Mi vedo disteso accanto alla scaletta, il bagnino che mi osserva a un palmo dal naso – il fiatone, la maglietta fradicia, gli occhi sgranati – mentre rigurgito un rivolo di colazione ai piedi dei curiosi raccolti in cerchio sopra di me. Oppure non si accorge di niente, resta a leggere il suo Kindle e io galleggio bocconi nell’indifferenza generale, con gli ultimi residui di ossigeno che si ritirano dal cervello come aloni di vapore sul vetro.

Appena entro in spogliatoio prendo venti gocce di Lexotan contandole sulla lingua, senza bisogno del bicchiere.


 

MAURO COVACICH (Trieste, 1965) è autore della raccolta di racconti La sposa (2014, finalista Premio Strega) e di numerosi romanzi. Presso La nave di Teseo ha pubblicato nel 2018 in una nuova edizione il “ciclo delle stelle”, A perdifiato (2003), Fiona (2005), Prima di sparire (2008), A nome tuo (2011, da cui Valeria Golino ha tratto il film Miele), e La città interiore (2017, finalista Premio Campiello). Nel 1999 l’Università di Vienna gli ha conferito l’Abraham Woursell Award. Vive a Roma.

 

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1 commento

  1. Scoppiettante ed avvolgente questa prima pagina, che corre come una locomotiva e ti trascina nella lettura. Che continuerò di sicuro, scavalcando il calmante che non placa la curiosità.

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