In principio fu Full Monty (sei disoccupato? Balla!)

di Emanuele Di Nicola

(Pubblichiamo un estratto dal volume La dissolvenza del lavoro. Crisi e disoccupazione attraverso il cinema, Emanuele Di Nicola, edizioni Ediesse, in uscita il 21 febbraio 2019)

È il 29 agosto 1997. Nelle sale britanniche esce un piccolo film, l’esordio al cinema del regista Peter Cattaneo, su scommessa del produttore italiano Uberto Pasolini che lo finanzia: si intitola The Full Monty. È la storia di alcuni lavoratori di Sheffield, rimasti disoccupati dopo la chiusura dell’industria siderurgica locale, che si mettono in testa di fare gli spogliarellisti.

Alla fine dell’estate il film inizia la sua corsa che non si fermerà più, arrivando a diventare uno dei maggiori successi nella storia del cinema inglese: costato 3,5 milioni di dollari ne incassa 250 milioni in tutto il mondo. In Italia esce con il titolo Full Monty – Squattrinati organizzati. Nel Regno Unito ottiene il maggiore incasso di sempre, poco prima di venire superato da Titanic (1997). Fa incetta di premi in tutte le manifestazioni, fino al riconoscimento più prestigioso: il premio Oscar come migliore colonna sonora. Il British Film Institute lo posiziona al numero 25 tra i film inglesi più belli del XX secolo. Viene amato, imitato, storicizzato, diventa un musical e uno spettacolo teatrale. È il più grande successo commerciale che si ricordi per un film sul tema del lavoro.

Ma com’è possibile che una piccola storia di disoccupati sia diventata cult? Senza la pretesa di una risposta definitiva, rispettando la componente di «mistero» nella fortuna di un film, al risultato partecipano diversi fattori. In premessa va ricordato che il racconto si inserisce nella profonda tradizione del cinema operaio britannico: quello praticato fin dagli anni cinquanta grazie al movimento del Free Cinema, l’ondata di nuovi autori dichiaratamente di sinistra (Lindsay Anderson, Karel Reisz, Tony Richardson) che contestavano la produzione ufficiale descrivendo le condizioni di vita della working class.

Per citare un solo esempio, classico imprescindibile di quegli anni è Sabato sera, domenica mattina (Saturday Night and Sunday Morning, 1960) di Karel Reisz, tratto dall’omonimo romanzo di Alan Sillitoe: ricostruzione della quotidianità di un operaio, incarnato dal giovane Albert Finney, in particolare nei due giorni che compongono il weekend di riposo dalla fabbrica, passati a bere birra e ingannare il tempo tra avventure occasionali.

Nel corso dei decenni, poi, il motivo operaista viene portato avanti dal regista centrale di questo cinema, Ken Loach, con i suoi film degli anni ottanta e novanta e la definitiva consacrazione iniziata con Riff Raff (1994), pellicola operaia che condivide con quella di Cattaneo la presenza dell’attore Robert Carlyle. La figura di Margaret Thatcher porta nuova linfa al cinema inglese della contestazione: tra minatori in sciopero, privatizzazioni selvagge e problemi sociali ecco titoli come My Beautiful Laundrette di Stephen Frears (1985) o Grazie, signora Thatcher di Mark Herman (Brassed Off, 1996). Cenni di film e scenari che non riguardano direttamente Full Monty, però ne preparano il terreno: servono per suggerire che poveri, deboli e operai qui hanno sempre avuto cittadinanza, storicamente hanno trovato uno spazio, e dunque il pubblico è già abituato a seguire lavoratori e disoccupati sul grande schermo.

Il racconto di Full Monty si apre con le immagini di repertorio dell’industria siderurgica di Sheffield: i filmati rievocano la prosperità passata per poi arrivare alle miserie del presente, dopo la grave crisi degli anni ottanta che ha provocato il fallimento e la chiusura delle acciaierie. Lasciando a casa – più o meno – un’intera città, o perlomeno la maggioranza assoluta degli uomini adulti in età da lavoro. Le conseguenze sono evidenti: sempre dall’innesto iniziale, nell’epoca delle fabbriche attive vediamo i cittadini che vanno a ballare e riempiono i locali. Ma la crisi dei cittadini ricade con forza sulla psicologia dei lavoratori inoccupati e delle loro famiglie, ponendo fine anche al concetto di divertimento.

Il film è ambientato nei tardi anni ottanta: non c’è più impiego. Per questo all’inizio Gaz e Dave ci vengono mostrati intenti a rubare travi in un’acciaieria dismessa. Gaz, molto magro, è interpretato da Robert Carlyle, all’epoca volto nuovo del cinema operaio britannico, scoperto proprio da Loach in Riff Raff e appena consacrato nel ruolo di Francis in Trainspotting (1996) di Danny Boyle. Il suo collega è l’esatto opposto, Dave incarnato da Mark Addy, goffo e sovrappeso: configurandosi come classica coppia basata sugli opposti, i due amici sono quanto di più lontano si possa immaginare dallo stereotipo dello spogliarellista, come fa notare Gerald, il loro ex capo con la faccia di Tom Wilkinson. Entrambi sono troppo: l’uno troppo magro, l’altro troppo grasso. Ma sono anche troppo disoccupati, e Gaz deve garantire un’esistenza dignitosa a suo figlio, di cui rischia di perdere la custodia perché in ritardo con gli assegni alla ex moglie. Quando in città passa un gruppo di spogliarellisti professionisti, facendo il pienone, ecco la folle idea che germoglia nella mente dei disoccupati: fare lo striptease per sbarcare il lunario.

Nella prima parte Peter Cattaneo descrive le giornate di queste persone senza lavoro, lavorando sulla sceneggiatura di Simon Beaufoy, importante screenwriter del cinema inglese qui al suo esordio, che arriverà perfino all’Oscar con The Millionaire (Slumdog Millionaire, 2008) di Danny Boyle. Gaz e Dave fanno poco o niente: vivono di piccoli espedienti, parlano tra loro, bevono birra. A riassumere la sostanza della loro condizione è la scena ambientata nel centro dell’impiego. I disoccupati si iscrivono, riempiono i moduli, ma non nutrono alcuna fiducia nelle opportunità del job center, quindi passano il tempo a giocare a carte. Il racconto inscena, seppure con acuta ironia, la sostanziale immobilità del sistema di welfare, che non serve a trovare davvero un nuovo lavoro; nel frattempo la crisi ha messo tutti sullo stesso piano e, particolare significativo, l’ex caporeparto viene costretto a riempire le carte esattamente come i suoi ex operai. Nella povertà di tutti avviene un livellamento in basso.

C’è, ovviamente, una possibilità di riconoscimento in questi operai per chiunque si senta tradito dalle promesse dell’Inghilterra industriale. Oltre alla naturale empatia, l’altro indizio di successo del film è riposto nella sua struttura, ovvero nella scelta di non parlare direttamente di politica: qui non si criticano governi, non si attacca la signora Thatcher, è la storia di poveri cristi che cercano lavoro, non sono iscritti a partiti o sindacati (e se lo sono non lo dicono), vogliono solo un’occupazione. In tal senso Cattaneo si propone come negativo di tanto cinema inglese apertamente politico: prima di tutto la sua è una commedia. E la scelta di porre il problema in forma di intrattenimento divertente e popolare non è una diminuzione, al contrario: ha contribuito a diffondere il film e divulgare anche la questione industriale sullo sfondo.

Full Monty si presenta allora come la storia di un gruppo di persone con un’impresa da compiere, un classico canovaccio da cinema hollywoodiano: obiettivo difficile, sulla carta impossibile, emulare gli spogliarellisti ma con un fisico inadeguato, senza alcuna abilità nel ballo. Per gli amici iniziano le prove e i risultati sono esilaranti. Tentativi che risultano sempre intrecciati con la loro condizione, incastonati nell’ambiente di lavoro, come attestano chiaramente due sequenze: nella prima Gaz azzarda una danza in officina perché l’ha vista fare in televisione, salvo poi perdersi tutte le monete nel lancio della giacca; nell’altra i personaggi sono in fila per depositare una richiesta di lavoro, alla radio parte Hot Stuff di Donna Summer e loro gradualmente accennano passi di ballo. In tal senso la colonna sonora era un tassello centrale: la scelta della compositrice Anne Dudley si rivela vincente, totalmente centrata sulla discomusic degli anni settanta e ottanta, da You Sexy Thing degli Hot Chocolate fino ai brani di Flashdance, per arrivare all’immancabile You Can Leave Your Hat On di Tom Jones, simbolo universale di ogni spogliarello, che esplode nel finale quando arriva il vero «full monty» (in gergo inglese «servizio completo»). La trascinante soundtrack – come detto, premio Oscar – è uno dei motivi principali del successo del film.

Anche se tecnicamente non è un musical, Full Monty è un caso unico di film musicale sulla disoccupazione contemporanea: deboli, poveri e licenziati ballano scatenati, e così consegnano a tutti una speranza, una nota ottimista che invita a reinventarsi col sorriso, attraverso la metafora dello striptease come nuovo impiego. È anche il primo, grande film che anticipa la crisi degli anni duemila: girato nel 1997 per raccontare una crisi degli anni ottanta, la fine della fabbrica di Sheffield suona come previsione di altre e più drammatiche chiusure. Anche Sydney Pollack inscenava una danza in Non si uccidono così anche i cavalli? (They Shoot Horses, Don’they?, 1969), un drammatico e sfiancante ballo a premi nella California della Depressione. Cambiano tempi e toni, ma i poveri per sopravvivere continuano a ballare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *