La malinconia dell’entusiasmo

di Marino Magliani

Non è esattamente come se il mare, nei romanzi di Bruno Morchio, finisse per essere altro, ma come se l’autore andasse oltre l’immagine di puro contraltare alla costa, siano romanzi ambientati in Liguria, a Genova soprattutto, in Sardegna, o, in parte, in cittadine della Riviera come Pieve Ligure, ad esempio Uno sporco lavoro (Garzanti, 2018), l’ultimo pezzo del mosaico, con un protagonista, Bacci Pagano, che al solito riesce ad aggrapparsi a qualcosa di vissuto per interrogare il futuro. E quasi sempre funziona, nel senso che quel mare emerge, diventa il contenitore di una “memoria del futuro”. Mare guardato da mezza costa, dal deserto di pietra, un punto di vista simile a quello dei cimiteri sul mare, Le Trabuquet, Le vieux Chateau. Il cimitero di Paul Valery a Sete. Da un luogo dove qualcosa è finito, e resta il mare. Forse è  tutta quella malinconia dell’entusiasmo, come la chiamerebbe Pablo d’Ors, a distillare la memoria  miracolosamente, pura eppure imperfetta, mancante (o troppo piena di vita) come se di quel mare (e della memoria) qualcosa si debba per forza perdere e alla fine non resti che il colore,  blu, ligure, rispecchiato dal blu siderale col quale ci si ferisce alzando gli occhi dai carruggi.
È un senso di Liguria urbana, quello che si respira a Genova, solo a Genova, dove tutto è di pietra, e lo è molto più che altrove, in Liguria, più ancora che nella sua sua ruralità. Tutto suda e trasuda, e ci sono odori incredibili (di minestrone, sosteneva Tabucchi), per dire che chi ci vive, i Bacci Pagano, non hanno a disposizione vite normali, non riescono a sopportare il peso di tutta quell’archeologia, e allora in quella ricerca un po’ ci si perdono come ci si perde a Sottoripa…  Ciò che provo a dire è che i romanzi di Bacci scavano dentro un materiale talmente unico, storico (dorico?) che dev’essere un po’ come se i Bruno Morchio in qualche modo si mettessero a scrivere le loro saghe e a costruirle, smontando e lavorando su quel fondo di mineralità, prima ancora di trovare o cercare le trame. Come se ci giocasse per un noirista l’inconsueto fascino di lavorare su un paesaggio prima ancora che sulla trama. E allora uno resta lì, a Genova, o altrove, con Bacci, e vorrebbe dirgli che forse il gusto di quella cosa lì della verità nei gialli con lui si potrebbe anche perdere. Genova (ma poi passeremo a Pieve, che qui è più che altro quel male che veniva dal mare, per usare un titolo di Giuseppe Conte) col suo centro storico in mano agli emigranti, questa Genova che per tanto tempo ha contrastato la potenza sovrastante “piemontese”, impedito a costoro il mare. Genova che pian piano ha ceduto tutto, prima il mare, poi la terra, lasciando che dall’enclave il nemico allargasse il passaggio, erodesse altre vallate, chiudesse litorali, spintonasse tutto ciò che era possibile verso levante o verso ponente… Per ultimo, stretta da due riviere, orti e giardini, Genova si è rimpicciolita, chiusa nei suoi spazi stretti e ombrosi, è dovuta scappare oltre pozzanghera, ha persino permesso all’infezione nazista di cercare dai suoi moli una rotta, quella Genova che in qualche modo ha lottato contro l’invenzione del terrore, è quella la Genova che ha generato la malinconia, e i suoi eroi, i sopravvissuti, gli eredi della Resistenza, i discendenti di una Liguria che non c’è più, che hanno iniziato la loro lotta, sotterranea, buia, i suoi eroi, figli di operai di Sestri Ponente, hanno protestato, i suoi giovani e pieni di speranza e di sete di mondo e di giustizia, hanno partecipato… E il caso è che si siano fatti sorprendere con una pistola in mano, pistola non loro, ma di cui sono entrati in possesso, certo, per caso, per pochi frammenti di tempo, e tra il ritrovamento del ferro e l’istante in cui lo stesso sarebbe finito in un cassonetto ne erano in possesso… Ecco, sarà sempre questo il pezzo di memoria incancellabile, il mare che diventa altro, per Bacci Pagano, mare che ferisce e non si distingue dal cielo, l’ossessione, le cantonate, vere e figurative, la cifra della sua malinconia. Lasciate perdere la verità, che c’entra, leggete là dentro la malinconia di un perdedor che assomiglia ai perdedor di Bolaño, ma con qualcosa in più, anzi in meno dei perdedor di una letteratura selvaggia, con in meno la bile negra… Quella cosa che quando scoppia schizza ovunque e che caratterizza una certa letteratura, ma che quando leggiamo Bacci Pagano non troviamo… Perché? Questo non lo so… Ma è così che ho letto Uno sporco lavoro, e quella città che sembra voglia stupire a tutti i costi, con la sua lingua della memoria, dentro Uno sporco lavoro  ce la ritroviamo fin da subito, basta un sanatorio, la concessione di una madaleine, la sfogliatella. Il resto, sulla vespa asmatica che arriva e si spegne, ci porta in una stanza e ci mostra i corpi di due persone che sono state giovani, belle, abbronzate, palpitanti, piene di tempo davanti, e alle quali ora è concesso un altro po’ di tempo per rivedere un vecchio mare al fondo del quale sono colati a picco proiettili, caricatori, sogni, un mare che finisce contro una spiaggia piena di scogli dietro i quali trovare rifugio se ci sparano; un sentiero che incide la scogliera e una gran villa con piscina e la strana servitù, formata da una curiosa signora lombarda e un antipatico ma intelligente domestico; con una bellissima, molto più bella di quanto non lo sia davvero, baby sitter, e un bambino al quale per la prima volta in piscina è concesso di nuotare con i braccioli; e una moglie fragile, viziosa, bellissima, forse meno di quanto non lo sia davvero, e un affarista sovrappeso e losco, e traffici di armi, politici di rango.
A guardare questa gente che appare o appare solo ai margini, e a guardare quel mare largo con motoscafi e malavitosi tatuati e armati, lo zaino in spalla con la pistola, un Bacci Pagano della prima ora, abbronzato, che in giardino, a bordo piscina, davanti a una tavolata ben bandita per una colazione importante, prende solo un caffè, mi fa venire in mente che almeno in questo, se non mi sbaglio, non assomiglia all’autore.

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