Carles Riba – Elegies de Bierville – Elegia III

trad. isometra di Daniele Ventre

A Joan ed Elizabeth

Era così triste amore all’ombrata riva motosa
degli assopiti ricordi, e solo all’oscurità
degli usignoli -oh realtà soavissima, certa, certa,
canto assoluto, oltre l’alba a lacerarti- così
pallido tra la corona profonda dei tigli -cristallo
di primavera, però, solo in altezza -che offrì
mare, a ossessione, che fosse la stella più pura, se c’era,
e ci premesse anche il Tempo, ed il pensiero, che va
alto su schiuma errabonda, inventasse innumeri uccelli,
gai cavalieri che al suo vento lo seguitino
candidi! Finché oltre le isole un’isola verde ci ha presi,
verde così come quanto impeto in terra si dà
dolce e ostinato di farsi oltre l’ombra luce con luce,
dentro lo spazio indeciso onda per onda laggiù
si coronasse -negli occhi, nell’anima. Come più forte
oltre un più occulto occidente era la sua soavità;
lirico canto che innalza all’estremo abrupto del sogno,
sull’inumano orlo mondo e voce terminano!
Di nuovo ha me il vecchio parco: come un prigionero destino
le acque monotone in là dai versi scivolano,
non la ricordo di vista, ma più come la prevedevo,
più pura e ricca che gioia del mare, la novità,
l’ultimo fiotto smeraldo alla rotta notturna. Ma ancora
con più innocenza così tante parvenze, e così
tanto impensabile senno mi sono innovati e racchiusi
dentro il fervore dei due amanti di gioventù,
che nel bel cuore dell’ampia fumosa città ci hanno aperto
un paradiso di piume e rischio e di voluttà.
Dolce mi è intendere che tra i felici sono graditi
alle deità quelli che vollero come deità
sotto il giaciglio amoroso l’instabile flutto e nel berne
risa, quei venti che il gran mare delimitano.

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