Ambulance Songs!

di Luca Buonaguidi e Salvatore Setola

Dirty Three – I Offered It Up To The Stars And Night Sky

Anno di pubblicazione: 2000
Genere: post-rock
Durata: 13.41
Album da cui è tratta: Whatever You Love, You Are
Etichetta discografica: Touch & Go
Produttore: Dirty Three

“Se riesci ad entrare nel cuore della canzone e in quel momento stesso  a dimenticarti di tutto il resto, è come essere trasportato, per un momento sei come Dio” 

Nick Cave in 20.000 Days On Earth

 

 

Ho offerto alle stelle
un crepuscolo di intenzioni,
solitari ammassi di nostalgia.

Sono un  cavallo azzurro
e non c’è segno, solo sterminato
orizzonte su cui scivola ogni passo.
Dentro la cruna
dell’ago dimentico che sono
Sangue, Spirito e Ricordo.

E pur ramificato, sono atomo
che reagisce all’altro dentro
liberata energia potenziale
fino a innescare l’azione.
Che poi non compio.
Che non ricordo.

Tu sai dove, io neppure
quando ascolto una canzone
che rende il tempo inverso:
immagina un mondo in cui
la nostalgia dia forma a un futuro
in cui ritorna ciò che si è perso.

***

Era l’estate della laurea, la prima da single da otto anni a quella parte. Avvertivo un’energia insolita scorrermi negli occhi, a ogni sibilo d’aria intercettato dalle palpebre. Di nuovo in pace con la mia solitudine. Libero finalmente di esporla agli agguati del mondo, all’impavida incertezza del futuro, alla paura di morire che altro non è che fame di vita.
Con i miei tre amici di sempre avevamo deciso di fare una zingarata ferragostana, un’occasione per ritrovare quattro adolescenti che giravano tra i corridoi sudici di uno dei più malfamati istituti dell’agro aversano. L’organizzazione non è mai stata il nostro forte, per cui prendemmo sacchi a pelo e costumi, e ci infilammo in macchina senza una meta. Direzione sud, l’unica cosa certa. Ci saremmo fermati quando qualcosa o qualcuno ci avrebbe invitato a farlo. La prima vocazione furono le mozzarelle di Battipaglia. Mi rendo conto che località e circostanza stridono con la colonna sonora a base di Meat Puppets e Thin White Rope che avevo compilato illudendomi di dover percorrere la Route 66 anziché la Salerno-Reggio Calabria. Sta di fatto che trangugiammo un chilo di mozzarelle in piedi, nel parcheggio desolato di un buco di negozio gestito da un’anziana signora autoctona, di quelle che troverai lì anche dopo la fine del mondo. Il latte ci scorreva ai bordi delle labbra e fluiva, come un Danubio di sangue perlaceo, lungo il collo e poi giù a sporcarci le magliette, orgogliosi di incarnare l’anello mancante tra Jerry Calà e Ozzy Osbourne.     Riprendemmo la marcia. Dopo una cena frugale in un ristorante di fortuna, optammo per passare la notte a Palinuro. Per puro culo ci imbattemmo in uno sputo di spiaggia privata che scendeva a dirupo da un piccolo promontorio. Un’oasi di silenzio dove l’unica voce ammessa era quella del mare. La occupammo abusivamente. Mentre i miei amici schiacciavano un pisolino, mi avvicinai a riva per godere della perenne melodia della risacca. Nei dintorni non c’erano luci artificiali. Alzai lo sguardo. Il cielo mi stava pisciando addosso le stelle di Van Gogh. Non avevo musica con me. Così pensai ai Dirty Three, ai loro acquerelli strumentali per superstiti romantici. Alla copertina di Whatever You Love, You Are con il mare, le stelle e la spiaggia deserta. Quel disco era lì, ci stavo dentro. Ero io il violino struggente di Warren Ellis, il seducente twang di chitarra di Mick Turner, le spazzolate flessuose di Jim White. Tutto quello che ami, sei. Ma io non ero stato. Lo avevo capito a mie spese, rinunciando all’amore per salvaguardare un rapporto.

Mi chiedevo come avessi fatto tutti quegli anni a dimenticarmi di me, a sacrificarmi per una storia nella quale ero stato il primo a non credere. Ripensavo a tutte quelle volte che, dopo aver scopato, mi ero rannicchiato su me stesso domandandomi che diavolo ci facessi in quel letto. Le avevo voluto bene e c’ero stato sempre. Nelle difficoltà, nei lutti, nelle piccole gioie. Ma non sentivo di appartenerle e lei non mi apparteneva. Spesso lottiamo per l’idea anemica di amore che ci siamo costruiti, erigendo cattedrali di cartapesta sul senso del dovere. L’amore non è un idillio, ma nemmeno può essere un lavoro. È una seduta spiritica dove ci si scambia i fantasmi, e la verità era che noi due, a quel tavolo, non ci eravamo mai accomodati. Offrivo le mie conclusioni alle stelle e al cielo notturno, forte di una serenità ritrovata, mentre nel mio cuore risuonavano le note dei Dirty Three. Le sole adatte a confessioni tanto abissali.

I Offered It Up To Stars And Night Sky sembra stata scritta apposta per porre domande al cielo stellato e ricevere risposte dalla notte che è in ognuno di noi. È il brano centrale su cui fa perno Whatever You Love, You Are, quinto disco in studio pubblicato nel 2000 dalla band di Melbourne che nel frattempo –  oltre ad aver conquistato i favori di Sonic Youth e John Cale coi quali era stata in tour nel 1994  – era entrata nelle grazie del connazionale Nick Cave, invaghitosi  al punto tale da cooptare il violino di Ellis nei suoi Bad Seeds.

Whatever You Love, You Are è l’album più potente e lirico della discografia dei Dirty Three. Sei madrigali in suffragio di poeti anonimi che nessuno leggerà mai. “La cosa più importante per noi è la tristezza della nostra musica”, ha ammesso Jim White. Una mestizia palpabile che lascia dietro di sé una scia insolitamente serafica. Percorrerla conduce alla deriva dell’infinito, sulla soglia dove ogni peso è lasciato. Tristezza compresa. È questo il loro mistero taumaturgico. Un rito apotropaico operato da una tribù composta di soli tre artigiani osservanti del free jazz e dalla Penguin Cafè Orchestra.

I Offered It Up To The Stars And Night Sky inizia col violino di Ellis che ripete la stessa frase melodica su quattro linee sovraincise così da sembrare un quartetto in piena regola. L’effetto è quello di una fuga vertiginosa che si dilegua presto in una lenta marcia. Il climax visionario del brano si ha quando Ellis riprende il centro della scena ricamando florilegi di fraseggi singhiozzanti, strozzati, trattenuti fino a quasi implodere. In quel momento l’universo si ritrae in se stesso risucchiando il mare, la notte, le stelle di Van Gogh –  che adesso pisciano al contrario, verso il cielo –  e ogni fottuto soliloquio. È un diluvio universale alla rovescia, un big bang a ritroso. La batteria imbastisce un tramestio sontuoso, travolge la chitarra di Turner che è un torrente di distorsioni lungo un altro torrente di distorsioni. Quelle del violino di Warren Ellis. Nessuno nel rock ha usato tale strumento in un modo altrettanto poliedrico. Non Simon House degli High Tide, che fu tra i primi a proporlo in un complesso hard rock. Non Peter Stempfel degli Holy Modal Rounders, che lo trasformò in sostanza psicotropa. Non il divino Steve Wickham dei Waterboys, colui che elevò il folk celtico a categoria dell’anima. Nei Dirty Three il violino di Ellis è vocalist e chitarrista al contempo. Interpreta melodie, tracima assoli e stridore di ferraglia. È ancora il vecchio caro hard rock, ma come se lo stesse suonando John Keats. Non siamo affatto distanti dalla poesia, dal suo scopo ultimo e profondo: rendere vero “un posto per andare via dalle cose, un posto per sognare”. Sono parole di Warren Ellis sul senso della loro musica. Il medesimo che deve aver colto anche Nick Cave: “La musica dei Dirty Three ti inonda e ti trascina lontano. Ogni volta che li ascolto mi si accende qualcosa, inizio ad avere grandi idee e centinaia di versi mi saltano in testa”. Capita anche a me tutte le volte che metto su I Offered It Up To The Stars And Night Sky. Peccato che io non sia Nick Cave e le immagini mi rimangano dentro la testa. Inespresse. Incapaci a tradursi in una qualsiasi forma metrica. Allora ritorno a quella notte, a quel momento perfetto davanti al mare, sotto il cielo notturno, in cui realizzai che il fallimento è soltanto un abbaglio della volontà. Tutto ciò che è finito è dato. Ma tutto ciò che non smette di darsi è infinito. Il pensiero, l’amore, la notte stellata dei Dirty Three.

***

Testo estratto da: Ambulance Songs. Non dimenticare le canzoni che ti hanno salvato la vita. Di Luca Buonaguidi e Salvatore Setola (Arcana, 2019). Qui il sito: https://ambulancesongs.com/

francesca matteoni

Curo laboratori di poesia e fiabe per varie fasce d’età, insegno storia delle religioni e della magia presso alcune università americane di Firenze, conduco laboratori intuitivi sui tarocchi. Ho pubblicato questi libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Higgiugiuk la lappone nel X Quaderno Italiano di Poesia (Marcos y Marcos 2010), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Appunti dal parco (Vydia, 2012); Nel sonno. Una caduta, un processo, un viaggio per mare (Zona, 2014); Acquabuia (Aragno 2014). Dal sito Fiabe sono nati questi due progetti da me curati: Di là dal bosco (Le voci della luna, 2012) e ‘Sorgenti che sanno’. Acque, specchi, incantesimi (La Biblioteca dei Libri Perduti, 2016), libri ispirati al fiabesco con contributi di vari autori. Sono presente nell’antologia di poesia-terapia: Scacciapensieri (Millegru, 2015) e in Ninniamo ((Millegru 2017). Ho all’attivo pubblicazioni accademiche tra cui il libro Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014). Tutti gli altri (Tunué 2014) è il mio primo romanzo. Insieme ad Azzurra D’Agostino ho curato l’antologia Un ponte gettato sul mare. Un’esperienza di poesia nei centri psichiatrici, nata da un lavoro svolto nell’oristanese fra il dicembre 2015 e il settembre 2016. Abito in un borgo delle colline pistoiesi. 

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  1 comment for “Ambulance Songs!

  1. giuseppe
    5 Luglio 2019 at 17:24

    struggente e stimolante, fa paura la bellezza del resoconto di una notte d’estate vissuta con la stessa intensità e gli stessi fallimenti, con musiche affini, conoscevo il libro attraverso percorsi comuni di amici, adesso non vedo l’ora di comprarlo

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