Milano, piazzale Lugano

di Robero Antolini

Nella prima metà degli anni Settanta, finito il servizio militare in una caserma degli alpini in Cadore, rientravo in città, a Milano, con l’obiettivo di finire di scrivere la mia tesi di laurea in lettere presso la Statale, e mi ero come prima cosa cercato un mini-Job, per metter subito qualcosa in tasca. Cosa oggi incredibile ma vera, allora si faceva presto, prestissimo, a trovare un impiego per tre mesi alle poste. Si faceva una domandina e si veniva facilmente assunti come “trimestrale” dalle PT (Poste e Telegrafi), che poi ti spedivano dove avevano problemi di personale. A me toccò in sorte l’Ufficio Pacchi di Piazzale Lugano. Il lavoro consisteva nel selezionare pacchi per indirizzi di destinazione lungo una specie di catena di montaggio: un tapis roulant trasportava i pacchi, e noi ai lati dovevamo riconoscerli e selezionarli. Il lavoro era a ciclo continuo, si facevano 3 turni distribuiti sulle 24 ore e quello che ti capitava ti capitava. Capitava di entrare ed uscire alle ore più varie, tanto che certe volte, uscendo in piena notte, sfruttato un tratto di circolare notturna, mi toccava poi far chilometri a piedi per raggiungere casa mia, che a quel tempo stava in zona Porta Genova. Oggi ho un ricordo spettrale del piazzale Lugano d’allora, che bisognava attraversare per raggiungere il colossale edificio dell’Ufficio Pacchi, in fondo al piazzale, lungo lo scalo ferroviario della Bovisa. Sia sotto lo scialbo sole del pomeriggio come nella nebbia della notte invernale ho il ricordo di una stoppaglia piatta, teoricamente verde ma secca ed abrasa, una specie di non-luogo.
L’interno dell’Ufficio Pacchi invece, in quegli anni, era in subbuglio come ogni altro angolo di Milano. Si fronteggiavano una buona quota di giovani trimestrali come me, ed i dipendenti di ruolo, in genere capitati a Milano da fuori, col miraggio del posto fisso. Ne ricordo uno che veniva tutti i giorni da Verona: noi gli chiedevamo cosa glielo facesse fare, e cosa gli restava da vivere oltre le otto ore di lavoro e i viaggi Verona-Milano e ritorno, all’infinito. Lui rispondeva che su un posto fisso mica si sputa, e che partendo all’alba dalla stazione di Verona, tornava la sera a casa, in un quartiere periferico, giusto in tempo per mangiare qualcosa preparato dalla moglie, e farci una partitina a carte in modo da svagarsi un po’ via, prima di stramazzare sul letto in un sonno di piombo interrotto prima dell’alba dal suono lacerante della sveglia, e avanti così, a ciclo continuo. Poi c’era un pugliese, un delegato della CGIL vivace e socievole (anche con noi trimestrali “sballati”, e non era da tutti) che raccontava di come, dopo anni di lavoro all’Ufficio Pacchi di piazzale Lugano, ancora non diceva alla moglie, rimasta al paese ad attendere il vaglia mensile, quanto prendeva di stipendio: «cosa vuoi – spiegava – in paese neanche si immaginano quanto costa la vita a Milano. Intanto l’affitto della stanza poco distante da piazzale Lugano, poi i pasti, la lavanderia, e poi … insomma … mica posso andare al paese, in fondo alla Puglia, tanto spesso, e quando sono qui a Milano sabato e domenica, qualcosa devo pur fare, qualche puntata al bar, qualche cinema, qualche pizza – che a Milano fanno schifo! – in compagnia … ». La moglie pare che chiedesse sempre quando avrebbe fatto domanda di trasferimento (al paese), ricevendo risposte evasive.
Dall’altra parte c’eravamo noi, la fauna variopinta dei trimestrali. Allora mi sembrava una popolazione giovanile ovvia, come quella che incontravo in ogni dove intorno a me, nella Milano di quegli anni, che erano i nostri. Ma oggi, a distanza di una vita, capisco che era (eravamo) una vera anomalia della storia, qualcosa che non s’è più visto. Il meccanismo del posto di lavoro a scadenza, trimestrale, selezionava i più instabili, i più refrattari, ne uscivano personaggi che sembravano ispirati a quella canzone di Fabrizio De Andrè che faceva «e nemmeno un pensiero/non all’amore non al denaro né al cielo». C’era chi era appena tornato, o stava per partire per l’India, e metteva via gli spiccioli per l’ennesimo viaggio. Già allora si parlava di qualcuno che non era più tornato. Era passato per l’Ufficio Pacchi mesi o l’anno prima, ed era poi sparito in qualche meandro del Gange, facendo perdere le sue tracce. O ai piedi dell’Himalaya. C’erano i rockettari che venivano dai quartieri operai come Quarto Oggiaro o Lambrate, ma non avevano nessuna impazienza di seguire le tracce dei loro genitori e dei fratelli maggiori in fabbrica, e intanto si parcheggiavano qui e là, rimandando la decisione. Subito dopo quella mia esperienza trimestrale sono cominciate le crisi aziendali, a partire dalla Innocenti di Lambrate le grandi fabbriche hanno chiuso una dopo l’altra. Chi era rimasto fuori aveva poche possibilità di prendere quella decisione a lungo rimandata, e facendo buon viso o meno doveva inventarsi davvero qualcosa d’altro (per sua fortuna si trovava comunque a Milano). E poi c’erano i “politicizzati”: gli extraparlamentari d’ogni tonalità e varianza, la lunga scia del post-Sessantotto milanese, originariamente studenti, che un po’ alla volta lasciavano magari anche perdere gli studi, pensando che c’era di meglio da fare. «Non ci era mai capitato un gruppo di trimestrali così politicizzato» mi diceva un collega simpatizzante dell’MSI, uno che veniva in giacca e cravatta a lavorare all’Ufficio Pacchi (il nerbo della nazione insomma). E poi continuava esplicando: «ma sai che trovo scritte su Fanfani e Andreotti anche sulle porte del cesso? Non puoi neanche andare a farti una pisciata in santa pace». Effettivamente le scritte sui muri fatte coi gessetti d’ordinanza si moltiplicavano esponenzialmente, e quando c’erano le manifestazioni del sabato pomeriggio (cioè praticamente ogni settimana) era tutto un circolare di volantini. Ricordo un ricciolone di Potere Operaio col quale lavoravo in coppia spesso e volentieri, passando le otto ore di lavoro raccontandoci il mondo. Un giorno, fra una battuta e l’altra, mi invita – devo dire con un sorriso un po’ strano, che ricordo ancora – ad andare alla riunione di fondazione di un comitato autonomo del suo quartiere. A me che bazzicavo l’università in via Festa del Perdono, qualche volta era capitato in mano il giornale di Potere Operaio, con tutte quelle strampalate analisi di come secondo loro stesse nascendo l’insurrezione dal basso, di proletari auto-organizzati in comitati autonomi che si preparavano a prendere le armi, ecc. E non mi capacitavo se ci stavano davvero o se ci facevano. Credo sia stato il tentativo di arruolamento terroristico che mi ha sfiorato più da presso. Gli ho augurato buona fortuna, a lui personalmente, alla sua vita a rischio, non al comitato (anzi!). Non mi sono più ricordato il nome del ricciolone di PotOp, cosa che magari mi ha evitato di leggerne le disavventure sulle cronache degli anni di piombo.
Insomma – ecco – quel lavoretto trimestrale all’Ufficio Pacchi, quel transito casuale per il verde secco di Piazzale Lugano, segna, nella mia memoria, un confine: qualcosa che sta fra un prima ed un poi molto diversi. Erano gli anni apparentemente più succosi della “contestazione”, che erano insieme sia l’apice dell’età dell’oro, che il segno che la stessa era già finita, silenziosamente morta e sepolta, il boom si era sgonfiato, il futuro tornava ad essere incerto, com’è sempre il futuro.
Piazzale Lugano è oggi molto diversa da com’era allora. Al posto del non-luogo d’un verde strapazzato, oggi c’è un giardino un po’ incolto ma bello verde ed ombroso, su cui sono cresciuti degli alberoni robusti e frondosi che si allungano verso i piani alti dei palazzoni che lo circondano: hanno l’altezza della mia vita recente, al di qua del confine. In fondo c’è ancora l’enorme carcassa a sei piani, più torrione laterale, dell’ex Ufficio Pacchi PT, diventato inutile in epoca di corrieri che girano la città in motorino o in camioncino per consegnare pacchi a domicilio a sorpresa (e che rappresentano un esempio tipico del degrado delle condizioni di lavoro: dal “posto fisso” delle PT d’un tempo alla precarietà attuale). L’edificio è stato abbandonato nel 2000, hanno provato a metterlo all’asta ma nessuno se lo è filato, quindi è rimasto per vent’anni lì così, abbandonato, esposto alle intemperie, usato da homeless per passare la notte con qualcosa di simile ad un tetto sopra la testa. Finché non si sono accorti che la carcassa perdeva scorie di cancerogeno amianto, ed hanno cominciato col bonificarlo. Poi gli urbanisti che stanno progettando una rigenerazione dell’area dell’ex scalo Bovisa, dismesso dalle ferrovie, hanno presentato proposte di edifici da realizzare al suo posto, e sul blog di architettura Urbanfile è comparso anche il rendering di uno studio di fattibilità di quanto dovrebbe uscire dal cappello magico degli urbanisti-rigeneratori(1): due torrioni di vetro dalle decine di piani, come va ora di moda a Milano.


Così è iniziata la demolizione. Dietro lo scheletro messo a nudo di mastodontiche travi d’acciaio a cui poggiavano i piani su cui pestolavamo noi, si staglia una gru poderosa, i resti delle esili tamponature cominciano a venir giù pezzo dopo pezzo, si vedono al lavoro operai con caschetto in testa che fanno funzionare micidiali demolitori. Non ne avrà ancora per molto l’edificio che ha accolto il mio vecchio casuale transito fra i postelegrafonici.
Nell’angolo di fianco, alla fine della via che aggira il piazzale, c’è già qualcosa che ha l’aspetto proprio della Milano che è venuta dopo, quella post-industriale, dei “servizi”. Un pregevole basso manufatto architettonico, che mostra sulla via la facciata di un candido muro, traforato da aperture prospettiche alla Figini-Pollini, dietro le quali si intravede un lussureggiare di verzure, addirittura una palma, a schermare dal sole la gran vetrata con insegne della “Softec Digital Servis Design, valorizzazione dell’eccellenza attraverso la trasformazione digitale”. Il design, onnipresente a Milano, nella versione Silicon Valley, che di sé dice: «Chi siamo : siamo la prima Digital Platform Company con focus sulla Customer Experience, che concepisce e costruisce soluzioni misurabili che abbracciano l’intera esperienza del cliente dall’online al mondo fisico e viceversa, restituendo un tangibile valore di business per i suoi clienti e li accompagna verso la trasformazione digitale» .
Ecco, questa è la Milano in trasformazione di oggi. Sembra che i cent’anni di decollo industriale che hanno fatto di una sonnolenta città padana la Milano metropolitana di oggi, di boom in boom, siano terminati, senza lasciare però un vuoto. Certo niiente più fabbriche, aree ex industriali “rigenerate”, lavoro precario ma esistente se hai le “competenze giuste”, lavoratori stressati dalla continua ricerca di un lavoro dopo l’altro, ecc.

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