Fotografie da Norimberga e dintorni

Homes in Nurnburg, Germany, ca. 1857

 

di Marco Viscardi

Il cavaliere di Bamberga risale alla metà del Duecento, ma è così medievale che pare un falso ottocentesco. Se fosse un falso, sarebbe kitsch e basta, invece è un cavaliere nel senso più concreto e reale: un giovane uomo a cavallo, nessuna armatura, nessuna retorica di pennacchi e blasoni, ma il silenzio di una tunica che, secondo alcuni, è stata rosso imperiale al tempo in cui le statue erano colorate. In testa non ha elmo ma corona. Anonimo e misterioso, il giovane a cavallo non è un everyman, non rappresenta ognuno, ma la sua individualità si è costruita attraverso una storia smarrita col passare del tempo. Oggi nessuno è in grado di dargli davvero un nome. Grava con tutto il suo peso di pietra su una improbabile mensola nel Duomo di Bamberga. Consapevole della sua importanza, sicuro del suo ruolo, questo uomo a cavallo è entrato in chiesa da un mondo altro e guarda verso l’altare, alla ricerca del Cristo che l’ha folgorato.

Gli altari di queste chiese fanno pensare ai palchi dei cervi, agli alberi che crescono e diventano sempre più robusti, ramificandosi di continuo, geminando, digredendo, aprendosi a nuove possibilità. Il cavaliere, forse la prima scultura equestre in Europa dopo i Greci, non è stanco ma odora di bosco e di strada percorsa; sovverte tutte le distinzioni fra scultura classica e medievale. Ricordo la torsione del collo, la fatica di voltarsi e di restare così, dal Duecento, incurante dei crolli degli imperi e delle fedi, indifferente al passaggio delle generazioni che quotidianamente camminano sotto e lo guardano. Completamente preso dalla sua vocazione, dalla chiamata ricevuta, alla ricerca di un Dio che l’ha scelto e che lui continua a cercare.

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Qui ci vorrebbe un ponte logico, un nesso per dare l’idea di un passaggio che è oppositivo solo in apparenza, ma in realtà è perfettamente consequenziale. Una congiunzione che scardini il rischio di vanitoso spaventare i borghesi, ma che leghi tutto in un legame creaturale. Leghi in un legame. Creaturale. Perché quel cavaliere di pietra rimanda a Dürer, già malato e vecchio a cinquantatré anni, che si fa ricavare un gabinetto, inteso proprio come cesso, abusivo nella grande stanza della cucina – idea oggi discutibile, ma a Napoli ne ho viste di case abitate da fuorisede con lo stesso bagno in cucina, anche senza Dürer.

A Dürer, che aveva una delle più grandi case di Norimberga, veniva difficile salire le scale per liberarsi, alleggerirsi dai pesi del mondo, evacuare nel bagno ufficiale. E lo capisco, a Norimberga, fra birra e salsicce, il corpo ha spesso bisogno di ritrovarsi a suo agio. Nella casa di Dürer, dopo due guerre mondiali, la distruzione degli imperi, l’usura delle cose, di originale resta lo spazio abusivo del gabinetto. La sola cosa che resta com’era e che Dürer ha effettivamente visto, è il vano, letteralmente il vuoto, di questa latrina fuorilegge. E per poco non l’obbligavano a pagarci una tassa, ma poi la città l’ha graziato, per rispetto alla sua grandezza. Questo Dürer che meditava Lutero e non aveva la forza di trattenere gli umori, in balìa di forze, trascendenti e fisiche, maggiori di lui. Così il cavaliere è corpo e anima, visibile nella sua permanenza di pietra e anche Dürer è stato anima e corpo, ma ora è assente, resta il vuoto, una porta scura, di legno, che segna l’ingresso in uno spazio altro, allestito di nascosto, creato dove non dovrebbe essere.

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Altro ponte che non ho, ponte pericolante, in discesa malinconica. La miseria umana sta in relazione agli animali. Non so come i figli cambino la visione delle cose, mi rendo conto di come il mio cane Ulisse cambi il mio approccio verso gli animali e come in ogni bestia, io veda la mia bestia, la riconosca nei modi di muoversi, di guardare, nell’espressione che tutti hanno pur senza avere espressione. In quel loro sguardo che a noi sembra una continua richiesta. Gli animali esistono e basta, forse sono loro l’eternità. Gli animali non sono nel tempo. Due guerre mondiali, imperi caduti, angeli della storia spennati e tristi, per loro non esistono. La miseria umana: gli animali arsi in Australia, le scimmie morte in uno zoo tedesco che ha preso fuoco per i botti di Capodanno. La miseria umana del presepe all’aperto che vedo a Norimberga: con animali, ma senza Cristo, senza bambino. All’aperto, con l’invito a dare una mancia per fare una foto alle bestie da baraccone: capra, asino, lama. L’asino da solo è un piccolo mondo rabbioso, rassegnato e triste, ma c’è anche il cammello. L’essere vivente più imponente che abbia mai visto. (Avrò visto elefanti da piccolo?). I vecchi che ancora ricordano i motti e i modi del dire, ricordano che è definito «nave del deserto», e vederlo fa davvero pensare a una nave. Gigantesco e docile, seduto era una nave ormeggiata, rassegnata. Una nave pensosa, col collo gigantesco. Una nave con gli occhi. Esposto per una tip in cambio di un click.

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I giocattoli, le bambole, sono anche loro fuori dal tempo. La vecchia delle bambole è anche lei fuori dal tempo, imperi, guerre e tutte quelle cose lì, le conosce ma credo le interessino. Il suo tempo non è epico, non esiste un passato assoluto separato da un presente ingrato: per lei tutto è continuità e forse compresenza. Il suo negozio è in un palazzo che ha cinquecento anni, come la scala in legno che ci fa vedere, ricavata da un solo albero. Delle migliaia di pezzi che ha in negozio conosce le origini, le provenienze, le date, almeno il decennio di appartenenza. Non è detto che quello che dice sia vero dal punto di vista delle cronache e dei calendari, ma è vero in quello spazio. Poi io di questa vecchina dall’età indefinita (sessanta mal portati? Quasi cento ben tenuti?), mi fido, mi fido delle sue cronache e dei suoi almanacchi, è una memoria delle cose, delle cose che vanno e vengono e non si possono trattenere; niente si può trattenere.

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Nel tempo viveva il signore che emozionato mi ha fatto vedere una sua foto di cinquant’anni prima nella stessa panca, un po’ lubrica, dove eravamo seduti nella antica birreria del mercato dei maiali. Per la prima volta dopo cinquant’anni è tornato in quel posto e ricordava tutto. La foto era piccola, la lucidità del nero aveva invaso le cose. Si vedeva appena l’argento – forse il ferro – delle stoviglie sulla mensola. Il formato di quella foto era lo stesso di quelle di mio padre quando era soldato di leva. Ma lì i colori sono rimasti. Per cinquant’anni, una vita, famiglia, figli, in cui c’era anche il ricordo di quel posto che poi il secondo giorno del nuovo anno, del quasi nuovo decennio, ha finalmente rivisto. Nel tempo viveva la signora triste, col cane Holly ‘she is a old english Bulldog, she’s old but charming’ nel suo inglese metallico, nel suo inglese tedesco di signora un po’ sola, che beve tre bicchieri di bianco e un po’ oscilla per tornare a casa. Ma per fortuna ha Holly, an old but charming dog, che la protegge sul suo cammino.

 

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Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice del saggio Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018). Ha tradotto e curato: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Ha inoltre tradotto le Opere di Rimbaud (Marsilio, 2019). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.