Ali per essere libere: “Una terra per restare” di Jadd Hilal

 

di Daniele Ruini

 

Valorizzare la cultura e la letteratura mediterranee è la missione meritoria della casa editrice pisana Astarte, e la pubblicazione del romanzo di Jadd Hilal Una terra per restare (traduzione di Giulia Beatrice Filpi) rappresenta, a tale riguardo, un contributo particolarmente prezioso. Uscito originariamente in Francia nel 2018 col titolo Des ailes au loin, si tratta di un testo che attraversa 80 anni di storia mediorientale raccontando, con una scrittura intima e asciutta, vicende umane alle prese con questioni a dir poco complesse, come guerre, migrazioni forzate e le prevaricazioni tipiche di una società maschilista.

Nato in Francia nel 1987 ma di origini libano-palestinesi, Jadd Hilal costruisce il suo romanzo sulla successione e l’incrocio delle voci di quattro donne appartenenti a quattro generazioni della stessa famiglia: Naima, Ema, Dara e Lila. Si tratta di donne tenaci che condividono lo stesso destino di esilio obbligato dalla propria terra, una separazione dolorosa compiuta soprattutto per difendere i figli dalla violenza della guerra.

Il fatto di vivere in epoche diverse incide naturalmente sulla sorte delle protagoniste: se Naima, nata in Palestina nel 1930, è obbligata dai genitori a un matrimonio forzato all’età di 12 anni, la sua primogenita Ema avrà la forza di ribellarsi al padre e di determinare il suo futuro: studierà, diventerà un’attivista del partito comunista del Libano (dove la madre si era trasferita per fuggire agli attentati sionisti) e sposerà in matrimonio civile un uomo che condivide le sue battaglie. Tuttavia anche lei si scontrerà con la necessità della fuga dal proprio paese (in seguito all’invasione israeliana del 1982) e con le difficoltà di una condizione femminile che non fa sconti, tra una maternità non desiderata e una posizione di sottomissione nei confronti del marito.

E il medesimo schema si ripete anche nella figlia di Ema, Dara, che vive con imbarazzo la sua posizione di cittadina libanese privilegiata, visto che i suoi genitori, entrambi laureati, lavorano per le Nazioni Unite e possono quindi lasciare il paese con minori difficoltà rispetto alla maggior parte della popolazione. Sarà forse per questo che a 18 anni deciderà di tornare in Libano, dove sposerà un uomo di condizione sociale inferiore alla sua col quale andrà a vivere in un villaggio di montagna. Tuttavia lo scoppio del secondo conflitto israelo-palestinese nel 2006 costringerà anche lei, suo malgrado, a una nuova fuga verso la Francia, dove vive la madre: una scelta che, anche in questo caso, porterà a uno scontro irreparabile con il marito.

Quello della prevaricazione maschile è uno dei fili rossi che legano le vite di queste donne: di fronte alla loro decisione di scappare dalla guerra per proteggere i figli, gli uomini reagiscono con rabbia, dando priorità alla difesa della propria terra. Si tratta di un richiamo atavico con il quale Jadd Hilal sembra volerci dire che, in una società violenta, nemmeno i maschi sono davvero liberi di scegliere, obbligati anch’essi a incarnare ruoli predefiniti. In questo senso la storia raccontata dall’autore francese rievoca schemi narrativi ancestrali: per esempio quando Naima rivela di aver dovuto vestire uno dei suoi nipoti da femmina per proteggerlo dai controlli dei miliziani durante l’invasione israeliana, viene in mente quanto accaduto al giovane Achille: secondo una leggenda post-omerica (citata nell’Achilleide di Stazio e nelle Metamorfosi di Ovidio) la madre Teti, ascoltata la profezia che annunciava la futura morte del figlio nella guerra di Troia, cercò di risparmiarlo travestendolo da donna e nascondendolo alla corte di Licomede, sull’isola di Sciro (dove sarà furbescamente scovato da Ulisse). E lo stesso non si ripete anche oggi da parte di quelle madri ucraine che, nei territori occupati, cercano disperatamente di nascondere i propri figli per tenerli al riparo dalle scuole di propaganda e “rieducazione” russa?

Aperto e chiuso significativamente dal sogno di librarsi in volo (condiviso dalla Naima bambina e dalla giovane Lila), Una terra per restare insegue continuamente gli spostamenti delle protagoniste, spaziando dalla Haifa degli anni ’30 (durante il Mandato britannico sulla Palestina) a varie località del Libano, fino a Baghdad, Abu Dhabi e all’Europa delle organizzazioni internazionali dell’area ginevrina. Tra partenze e ritorni, Naima, Ema, Dara e Lila non smettono di ripensare ai luoghi che hanno dovuto abbandonare: la loro ricerca di libertà si porta dietro sempre un pesante sentimento di nostalgia, al punto che il raggiungimento di una vita più comoda e sicura fa crescere in loro il rimpianto dei luoghi d’origine, tanto modesti e disordinati quanto generosi e «dove non si aveva paura di perdere né di donare».

Se, come dice Ema, «odiare significa impedirsi di essere l’altro», il romanzo di Jadd Hilal, mettendo al centro i sentimenti di personaggi che sono stati costretti a partire, ci sollecita invece a metterci nei panni degli altri e ad aprirci alle ragioni dei popoli oppressi. Un invito non da poco, davvero.

 

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Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice dei libri Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018) e Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS, 2021). Ha tradotto, fra vari autori, le Opere di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato i volumi: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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