Quello che c’è sotto

di Andrea Dei Castaldi

È strano dirlo, per me che sono nato a pochi chilometri da qui, ma non ho mai passato una notte a Venezia. Lo dico mentre ci stringiamo i cappotti e ci allacciamo le sciarpe attorno al collo, guardando il fiato salire come fumo contro il cielo nero sopra le nostre teste. Da San Sebastiano l’intrico delle calli deserte ci disorienta quando camminiamo svelti come a volerci lasciare dietro il freddo che ci si è aggrappato addosso all’uscita dell’osteria.

Hanno dovuto sbatterci fuori che eravamo gli ultimi ma abbiamo mangiato e bevuto bene, dice Luca con quel suo modo soddisfatto di scandire le parole e di ascoltarsi la voce, e nel silenzio perfetto i passi sul selciato ci inseguono come un’eco. Le nostre donne, aggiunge allora beffardo, lanciando un’occhiata veloce dietro di sé e poi cercando la mia complicità con lo sguardo che il vino e l’ora tarda hanno reso un poco fosco. Anch’io mi volto appena a cercare le sagome esili delle ragazze che camminano un po’ discoste da noi tenendosi a braccetto. Quando se ne restano indietro e parlano fitto con quell’aria buia sulla faccia vuol dire che stanno parlando di noi, dico. Non ci si può fare niente, dice lui ridacchiando. Come in quella poesia di Borges, aggiunge, sono come tutte le altre, ma sono loro. Anch’io ci faccio sopra una risata, ma mi esce stonata, come fasulla, e per un attimo mi guardo indietro colpevole. Tra poco è Natale, mi ritrovo a pensare, ed è già passato un anno da Buenos Aires, dalla vita che credevo sarebbe stata e non è mai cominciata.

Usciamo da sotto un portico e quasi ci sorprende il vuoto smisurato di Piazza San Marco. L’hai mai vista così, mi chiede Luca, senza un’anima? Io scuoto la testa mentre l’attraversiamo, sentendomi piccolo e forse più solo di prima. Ci si fanno attorno archi e colonne e cornici e pietre scolpite come fantasmi bianchi e sdegnosi, e la quinta dorata della Basilica si staglia sontuosa e incerta quanto un fondale dipinto. Pensa che qui c’era solo il mare, dico ammirato e insieme perplesso. Questo è l’uomo, dice soltanto Luca, che sembra d’un tratto a corto di parole. Qualcosa si muove poco lontano da noi nel mezzo della piazza. La sagoma di un grosso gabbiano increspa il buio in brevi sussulti. Ci avviciniamo fermandoci a pochi passi, finché mettiamo a fuoco il profilo affilato dell’uccello, fiero e ritto sulle zampe, ora immobile come fatto di pietra. Il becco è una lama ricurva da cui pendono sfilacciati brandelli rossastri. Per un istante ci fissa dal nero del suo occhio vuoto e selvaggio, furioso nel suo vederci come traguardandoci, per poi tornare implacabile a straziare la carcassa di un piccione che giace informe sulle pietre come un involto di stracci. Nemmeno quando ci raggiungono le ragazze riusciamo a distoglierci dal guardare ammutoliti la bestia che fa ciò che deve fare. Vedo Chiara stringersi a Luca e aggrapparsi fiduciosa al suo braccio, e sbadigliare senza chiedersi troppo. Cristina invece mi si fa accanto, e qualcosa le impedisce di annullare la breve distanza che ci separa. Le guardo la linea della fronte e le sopracciglia che si accartocciano sopra allo sguardo scuro, negli occhi sgranati qualcosa di simile alla paura. D’un tratto tutto ciò che ci sta intorno mi pare posticcio e traballante, c’è qualcosa che stride e che scuote i paraventi e le impalcature e la piazza intera. È quello che c’è sotto, qualcosa con cui dovremo fare i conti. Da stanotte non ci s’inganna più.

 

Print Friendly, PDF & Email

6 Commenti

  1. E’ nel gabbiano che “increspa il buio in brevi sussulti” la grandezza di chi narra, nella naturale sobrietà della scelta lessicale – anche solo nell’onomatopea del verbo “increspare” – che sembra rimandare ai gesti contenuti ed essenziali di un pittore orientale. Un frammento di vita apparentemente esile, la conclusione di una serata fra amici algida sulla laguna, capace di evocare il senso della precarietà da cui non può sottrarsi l’essere umano. Grazie, Andrea.

I commenti a questo post sono chiusi

articoli correlati

Riserva naturale dell’assenza

di Dario D’Amato
Un giorno d’estate, ad agosto a Roma, ho fatto questa cosa morettiana. Ho preso lo scooter e ho cominciato a documentare con foto e riprese video tutti i cinema chiusi

Giovani ci siamo amati senza saperlo

di Emanuele Pettener
Mi ero iscritto a Lettere Moderne in primo luogo per il numero esaltante di fanciulle e la competizione maschile ridotta all’osso; in secondo luogo perché sembrava relativamente facile;

Arriva un carico di maiali

di Filippo Polenchi
Degli uomini che lavorano in quelle cupole non sappiamo niente, non riusciamo a vedere

Maria del Mezzogiorno_un racconto

di Valeria Merante
Il freddo mi punge la faccia mentre lei dice tu non puoi stare qui. Suo marito rimane muto di fianco a lei, mi guardano entrambi dall’alto mentre io resto seduta, inchiodata al muretto come in attesa dell’ultima sentenza

Scivolare

di Claudio Kulesko
I. Non vi è modo di collocare certi avvenimenti in un sistema ordinato e razionale. Benché meno i loro nebulosi precursori: scariche di intuizione brucianti o, all’inverso, algide...

Prima di morire

di Fausto Paolo Filograna
Stavo terminando di leggere le Ricerche filosofiche quando ci prendemmo la mamma malata e ce la portammo in casa
gianni biondillo
GIANNI BIONDILLO (Milano, 1966), camminatore, scrittore e architetto pubblica per Guanda dal 2004. Come autore e saggista s’è occupato di narrativa di genere, psicogeografia, architettura, viaggi, eros, fiabe. Nel 2011 il romanzo noir I materiali del killer ha vinto il Premio Scerbanenco. Nel 2018 il romanzo storico Come sugli alberi le foglie ha vinto il Premio Bergamo. Scrive per il cinema, il teatro e la televisione. È tradotto in varie lingue europee.
Print Friendly, PDF & Email
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: