Il buon vicinato

di Simone Delos

Traslocare è un po’ morire.
L’ho fatto sei volte. Ovunque andassimo, mia madre rimaneva stanziale per un massimo di due anni, poi via.
Con Sabrina è la prima volta. In affitto per il tempo necessario, ora siamo in una casa dove poter abbattere i muri.
Negli anni la mia asocialità è scesa a patti con la sua, più sana, estroversione.
Ora siamo una coppia di categoria riservata ma socievole all’occorrenza.
Sabrina ha alle spalle due anni di sofferenza. Vera.
Un dolore che non è servito a nulla, che è stato anche mio, ma suo di più, che non ha affrancato nessuno dei due.
Sopravviviamo nutrendoci degli stati euforici random, l’uno dell’altra. A volte si ingoia una pasticca, altre si piange.
Per il momento l’idea di poter abbattere muri ci sostiene. Ci dà una prospettiva.
L’appartamento è in una palazzina in cortina. Un quartiere di parrucchieri e bar, età media tendente al basso. Coppie, come noi.
Abbiamo un cane. Che è una persona. Si chiama Spritz, e ci ricorda come ci siamo conosciuti.
Camera, cameretta, bagno, salone con angolo cottura è un bel balcone quadrato per Spritz. Lui ha già trovato l’angolo giusto da dove guardare il mondo. Noi ci stiamo lavorando.
Oggi sono tre giorni che abbiamo finito di imbiancare e sistemare un po’. Ci suonano alla porta che è domenica pomeriggio.
“Ciao, siamo i vostri vicini, quella porta lì” (indica la porta).
“Io sono Laura, lui è mio marito Joseph e questo piccoletto…” (si tocca un pancione di almeno otto mesi) “… Lui si chiamerà Andrea”
Metto una mano sulla spalla di Sabrina e sorrido io.
Hanno la nostra stessa età, ad occhio, lui alto come un giunco di bambù, porta occhiali con montatura colorata e l’espressione di chi vuole dire cose che non riesce a mettere insieme. Lei bionda, caschetto, rotonda. Gli occhi di chi è già mamma, di chi lo è sempre stata.
“È davvero un piacere ragazzi”, faccio io. “Noi siamo Marco e Sabrina e dentro c’è Spritz, ma entrate pure che vi offriamo qualcosa”.
Mentre entrano mi sembra di sentire lo scricchiolio dei tendini di Sabrina, tutto il suo corpo è concentrato a mantenere ordine.
Si inizia a parlare del quartiere, dei lavori di loro, dei nostri. Di viaggi e matrimoni.
Forse per un momento ci era riuscita, mia moglie, forse quel provare, quello spingere in fondo erano serviti. Era una prova questa. Avrei voluto dirle: brava amore mio, brava mille volte e poi altre mille, parafrasando Catullo.
Quella parte di vita ingaggiata per torturarci era però ancora in servizio.
“E voi”? fa la bionda all’improvviso.
“Ad Andrea…” (si tocca il pancione, lo fa continuamente, lo fa troppo)
“… Servirà un amichetto o amichetta per giocare sul pianerottolo no”?
Era una cosa anche carina a suo modo. Una inconsapevole promessa di un’amicizia duratura basata sulla condivisione della maternità.
Non fu quella la prima volta, ma forse fu la volta in cui Sabrina riuscì a stupirmi di più.
“Sai Laura, questa cosa che tu hai detto non avverrà. Perché io non posso avere figli e quindi così”.
Mi alzai appena dalla sedia, Laura finse un colpo di tosse, Joseph stava per dire qualcosa.
“Sì, è stato un duro colpo. Stiamo cercando un modo di superarlo, ci hanno detto che non siamo gli unici ma questo lo sapevamo già, si può convivere con questo, ci hanno anche detto”.
Poi le cadde letteralmente la parola. Come una pigna che si stacca dal pino e viene giù, bam, giù secca. Le vidi inumidirsi gli occhi piano, come per pudore, come se bagnarsi troppo in fretta fosse maleducato.
La vicina bionda, Laura, le si avvicinò naturalmente, una solidarietà antica, quella tra donne quando si parla di maternità.
Tutta teoria. Cazzo della teoria.
Joseph disse qualcosa, mi pare sul calcio, ma io non ce l’ho quel controllo. Non ci sono mai riuscito Io a spingere giù.
Mi alzo.
“ Toccala pure Laura, non ha la lebbra sai? Non succede niente al tuo bel pancione rotondo se tocchi una donna sterile!”. Mi guardano entrambi con pauroso stupore.
Sabrina ormai piange.
“Ti sembra una cosa morta? Mia moglie, dico, ti sembra una cosa morta?”. Laura aggrotta le sopracciglia e il viso muta in una grossa mela. Fa per alzarsi, Joseph pure.
Vedo che prima di allontanarsi accarezza il viso di Sabrina.
“Pena? Pietà? Misericordia? Noi abbiamo tutto! E lei, lei è una donna libera!”
“Stai zitto per cortesia!”. Mi urla contro Sabrina, e la voce ha quelle crepe che conosco bene. Non la ascolto, anche io ho la mia ferita privata.
I vicini sono alla porta.
“È che ci abbiamo messo un anno! Un anno per crederci, alla vita che continua anche senza, a un amore che continua anche senza!”.
Chiudono la porta.
“Un anno…”. Dico a me stesso, perché Sabrina è già di là.
Mi siedo sul divano, lo faccio lentamente, non voglio far rumore.
I muri da abbattere ci sono ancora, Spritz gioca con una palla rossa.
L’avevo letta da qualche parte, questa caratteristica del dolore.
Che funziona un po’ come lo scarico di un lavandino. Le cose, i capelli, li spingi giù. Poi una mattina ti trovi in una pozza di acqua torbida.

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