L’oro della Turchia: come battere Erdogan con la lotta alla gentrificazione

di Giuseppe Acconcia

La giornalista Giovanna Loccatelli ne L’oro della Turchia. Il business dell’edilizia che ha stravolto l’aspetto del paese e il suo tessuto sociale (Rosenberg & Sellier, 2020, pp. 190, 14 euro), prefazione di Alberto Negri, traccia l’ascesa e il declino del presidente turco Recep Tayyip Erdogan attraverso il business del cemento. L’autrice che ha vissuto prima al Cairo e poi a Istanbul descrive con arguzia e precisione i progetti che hanno deturpato le città turche. Giovanna Loccatelli lo fa con originalità, andando oltre le ben note proteste del 2013 di Gezi Park in cui gli attivisti turchi denunciavano abusi edilizi e danni all’ambiente dei progetti per la costruzione di una caserma e di una moschea, con la distruzione completa del parco nella centralissima piazza Taksim. Per anni gli antichi palazzi della bella Istanbul sono stati demoliti per lasciare spazio a centri commerciali e compound. In parallelo all’ascesa politica del populista per eccellenza, i palazzinari della “borghesia religiosa” hanno conquistato l’Anatolia finché il boom dell’economia degli anni Novanta e Duemila lo ha permesso. Istanbul è diventata così una città cantiere mentre la gentrificazione galoppante favoriva le classi medio-alte tra i 53 mila metri quadri destinati ai duty free del nuovo aeroporto e i 400 operai morti nel cantiere per realizzarlo. E poi è stata la volta del terzo ponte sul Bosforo, Yavuz Sultan Selim Koprusu, e del tunnel che unisce la parte asiatica e quella europea della città, Avrasya Tuneli. Il tutto condito da una propaganda senza precedenti legata alle sfarzose cerimonie di inaugurazione delle grandi opere, la rivendicazione di primati architettonici, lo sfoggio del lusso chiarissimo nel centro commerciale Zorlu così come nel volto nuovo e snaturato del centralissimo quartiere di Beyoglu. Nel viaggio che Giovanna Loccatelli ha compiuto nella Turchia dell’edilizia e degli appalti, controllati dall’élite politica vicina al presidente Erdogan, non poteva mancare il Galataport la cui realizzazione sta cambiando interi quartieri. Un altro esempio di gentrificazione è il quartiere Tarlabasi di Istanbul che da zona popolare ha visto gli affitti crescere a dismisura negli ultimi anni. Con la legge del 2006 sull’edilizia urbana le autorità locali hanno assunto poteri senza precedenti anche nella gestione della popolazione residente. E così la Gap Insaat, del genero di Erdogan, Berat Albayrak, ha vinto l’appalto. Il gioco è fatto: palazzi di pregio a prezzi stratosferici che aumenteranno le disuguaglianze sociali nel quartiere. Per non parlare di veri e propri non-luoghi, come le gated communities, i compound di Gokturk, complessi residenziali chiusi dove sono “imprigionati” i turchi ricchi che, come espatriati, vivono in un “labirinto fortificato” e mai passeggerebbero per le strade del centro, se non per voglia di esotismo. Queste sono le realtà di cui ha continuamente bisogno di nutrirsi il mostruoso “neoliberismo in salsa turca” che ha permesso a Erdogan di estendere a dismisura i suoi poteri e di reprimere ogni forma di opposizione con il pretesto del fallito colpo di stato del luglio 2016. Un altro esempio in questo senso è il quartiere curdo di Istanbul Ayazma: un’area mal collegata che ha acquistato valore nei primi anni Duemila con la costruzione dello Stadio olimpico Ataturk. E così il Toki, gli amministratori per l’edilizia urbana, è subito intervenuto con il pretesto della possibile formazione di “cellule terroristiche” sradicandone gli abitanti. I curdi del quartiere nel migliore dei casi si sono ritrovati in abitazioni che hanno stravolto le loro radicate abitudini quotidiane, inclusi i divieti di camminare nelle aree verdi o per le donne curde di riunirsi davanti alle loro case. Eppure proprio l’artificialità della modernizzazione nel segno del mattone e dei mall promossa dal partito Giustizia e Sviluppo (Akp) di Erdogan è stata la chiave della sua più cocente sconfitta, realizzatasi grazie al discorso ambientalista del candidato sindaco alle elezioni amministrative del 2019, Ekrem Imamoglu, che ha scippato Istanbul all’Akp aprendo la strada al declino del suo populismo.

articoli correlati

Perché la guerra di Trump e Netanyahu in Iran è illegale e viola il diritto internazionale

di Giuseppe Acconcia
Nessuna guerra è necessaria ma questa di Stati Uniti e Israele contro l’Iran lo è ancora di meno. Mentre cresce il fronte di chi non vuole sostenere l’intervento statunitense e israeliano come la Spagna e chi avanza seri dubbi sulla sua legittimità, come Francia, Canada e Gran Bretagna...

In difesa della rivoluzione del Rojava

di Xanim Serencelik Gianolla
Alle organizzazioni femminili, ai movimenti delle donne, alle rappresentanze democratiche di tutte le donne e all’opinione pubblica!

“È un attacco alla libertà di stampa e al grande movimento per la Palestina in Italia”

di Giuseppe Acconcia
Abbiamo intervistato Angela Lano, direttrice dell’agenzia Infopal, indagata nell’ambito dell’inchiesta di Genova che lo scorso 27 dicembre ha portato all’arresto di Mohammed Hannoun dell’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese (Abspp)...

L’indifferenza come architettura dell’Occidente

di Isabella Cafagno
Qualcosa si è incrinato, in modo forse irreversibile, nella traiettoria – fondata sull’idea di un progresso politico lineare, razionale, tendente per inerzia alla tutela dell’umano – che l’Occidente...

In guerra non mi cercate

di Giuseppe Acconcia
Questo volume antologico riunisce i versi di alcuni tra i più significativi poeti arabi contemporanei, che hanno contribuito ad animare i dibattiti politico-culturali innescati dalle rivolte scoppiate alla fine...

Il conflitto tra India e Pakistan: una storia infinita alla quale bisogna porre fine

di Marzia Casolari
A un mese dalla crisi Indo-Pakistana di Pahalgam, la situazione internazionale si è ulteriormente aggravata con l’attacco israeliano all’Iran, alla vigilia del terzo round di negoziati tra la Repubblica Islamica e gli Stati Uniti...
giuseppe acconcia
giuseppe acconcia
Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente di Storia delle Relazioni internazionali all'Università di Milano Statale e di Geopolitica del Medio Oriente all'Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze Politiche all'Università di Londra, è stato Visiting Scholar all'Università della California (UCLA – Centro Studi per il Vicino Oriente), docente all'Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano (Aseri). Si occupa di movimenti sociali e giovanili, Studi iraniani e curdi, Stato e trasformazione in Medio Oriente. Si è laureato alla School of Oriental and African Studies di Londra, è stato corrispondente dal Medio Oriente per testate italiane, inglesi ed egiziane (Il Manifesto, La Stampa, Huffington Post, The Independent, Al-Ahram), vincitore del premio Giornalisti del Mediterraneo (2013), autore del documentario radiofonico per Radio 3 Rai “Il Cairo dalle strade della rivoluzione”. Intervistato dai principali media mainstream internazionali (New York Times, al-Jazeera, Rai), è autore de Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), The Great Iran (Padova University Press, 2018), Liberi tutti (Oedipus, 2015), Egitto. Democrazia militare (Exorma, 2014) e La primavera egiziana (Infinito, 2012). Ha pubblicato tra gli altri per International Sociology, Global Environmental Politics, MERIP, Zapruder, Il Mulino, Chicago University Press, Le Monde diplomatique, Social Movement Studies, Carnegie Endowment for International Peace, Policy Press, Edward Elgar, Limes e Palgrave.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: