Questioni di sfondo. Come ci inquadriamo quando videochiamiamo

di Alberto Brodesco

 

Le innumerevoli videoriunioni cui siamo tutti più o meno convocati in questi giorni di quarantena hanno un’implicazione interessante per quanto riguarda il tema della rappresentazione del sé e del proprio habitat. Si tratta infatti di trovare a forza, all’interno dell’ambiente domestico, uno spazio che sappia descriverci ma dove si possa al contempo comunicare con tranquillità. La dialettica è tra contingenza e rappresentanza, tra bisogno di rifugiarsi in una stanza riservata (riparata dal rumore e dalle intrusioni degli altri abitanti della casa) e volontà di inserirsi in un contesto valorizzante. Ci tocca dunque assumere una posa, l’ennesima dramatis persona richiestaci dalla rivoluzione digitale e dalla vita.
Essere inquadrati in primo piano dentro uno schermo è come salire su un palco. E ogni palcoscenico ha bisogno di una scenografia. Nel caso delle videochiamate la distinzione tra scena e retroscena passa per la linea della cintura, che divide il corpo in due: il soggetto è vestito bene dal busto in su; in pigiama, tuta, ciabatte o addirittura in mutande sotto. Molti strumenti di connessione, fra i tanti esistenti (Zoom, Teams, Skype, Meet, etc etc etc) offrono sfondi virtuali. Ma dopo essere stati scoperti da tutti sono subito e molto velocemente passati di moda.
La soluzione classica al problema dello sfondo rimane la libreria, secondo il modello “collegamento da casa con esperto” derivato da un medium precedente, la televisione. La volontà comunicativa è evidente: sapere per imposizione. La presenza dei libri effonde capitale culturale sul soggetto inquadrato. La riproducibilità tecnica di se stessi conta su questa forma di aura. Il piano b, quasi altrettanto auratico, è il poster o il quadro. Ci si piazza davanti a un muro bianco e si attacca a quel muro bianco qualcosa di incorniciato che possieda un un’allure culturale (quadri, riproduzioni di quadri, poster di film o di mostre d’arte).
Ma le librerie sono di solito collocate nelle stanze nobili della casa (il soggiorno), talvolta occupate da figli o conviventi. Ci si rifugia quindi spesso in camera da letto, in stanze simili a soffitte, in angoli della casa sotto-illuminati. Le videoriunioni sono un mosaico di inquadrature mal fatte. Le guide o tutorial su come posizionare la webcam, uscite qua e là durante la quarantena, non sembrano aver attecchito. Non si contano i controluce, le inquadrature dal basso verso l’alto, ovvero la tipica ripresa del portatile con lo schermo piegato ad angolo di 100°. Le regole fotografiche su come inquadrare (regola dei terzi, “aria sulla testa”, illuminazione, difficoltà a sostenere un primissimo piano…) sembrano saltate o trascurate.
Dietro le persone emergono presenze spettrali, passaggi di gatti o bambini, riflessi sui vetri del forno, piccole accelerazioni di persone non coinvolte nella videochiamata che tentano con uno scatto di uscire fuori quadro. Non si può non sentirsi intrusi: di solito si entra in casa di qualcuno che si conosce bene, altrimenti ci si incontra in luoghi pubblici.
La presenza del fuori campo è suggerita anche dagli sguardi degli interlocutori, indirizzati a punti che non sono esattamente la videocamera. Gli occhi sono spesso distratti da interessi collaterali. Perché si alza? Dove va? Cosa sta facendo ora? Controlla Whatsapp? Perché ha staccato il microfono? Perché, peggio ancora, ha staccato il video? Come nelle satire sulla seduta psicoanalitica, il paziente parla, ma non è detto che il terapista ascolti. Rimane sempre il dubbio che stia pensando ai fatti suoi, e che i fatti nostri siano francamente noiosi.
A causa di questa intimità forzata, la comunicazione via Zoom è costretta ad assumere una forma confessionale, anche nella specie derivata del Grande Fratello televisivo, dove si parla in camera e ci si “confessa”. È un registro particolarmente apprezzato dai social media che nascono nelle camerette, quali YouTube e, ora, TikTok. Quello che la pandemia ha prodotto in termine di rappresentazione è una specie di tiktokizzazione degli adulti, obbligati a mostrare la loro faccia e i loro spazi privati, a rendere performanti le loro apparenze digitali. Il Grande Altro incarnato da Zoom è una summa dei potenti dispositivi di cui ci siamo circondati.

3 Commenti

  1. In questi mesi ne abbiamo fatte e viste di tutti i colori (di sfondo): l’insegnante che senza saperlo si inquadra dalla fronte in su; l’amico nel fuso orario delle americhe che chiama dal letto (con la qualità delle chiamate, lui è per definizione stravaccato, il letto è sempre sfatto e la stanza squallida); la chiamata col telefono in favore di luce e di inquadratura; lo sfondo sintetico per non mostrare i familiari che studiano/lavorano; i rumori di fondo propri e altrui che mi ricordano spesso il cavedio del bucato nella casa al mare, fresco, umido, echeggiante dei suoni delle abitazioni intorno, dei treni e dei gabbiani lontani.

  2. La vera mise en “ob-scène” è la faccia. Che ti vedi, come mai per così tanto tempo, che fai e che non sapevi di fare. Quando sali su un palco e ti mostri non sai veramente la faccia che hai, come del resto quando scendi nella vita, e in questa sua nuova funzione, di armadio a specchio, può capitare che ti ritrovi o per nulla. Credo che le piattaforme in uso ne abbiano capito l’importanza, del fare la faccia dell’utente il più sopportabile possibile. Mi piacerebbe chiedere per esempio agli ingegneri di Zoom, se e come la questione dell’immagine li abbia impegnati. Dico zoom perché la faccia che abbiamo su zoom il più delle volte conviene rispetto ad altre piattaforme, penso per esempio a quella istituzionale del CNED usata per le scuole qui in Francia dove rispetto alla “performante” zoom, la tinta è grigia, impiegatizia, burocratica, kafkiana. Zoom, a dispetto del titolo che vorrebbe inquadrare da vicino, zoomare la sur-face, la super-faccia, in effetti la protegge fornendo contorni attenuati, quasi trasognanti come nei famosi primi, primissimi piani di Berlusconi all’epoca della scesa in campo. Alla fine della fiera, perché di fiera si tratta, e selvaggia assai, del nome risuona in me la prima che mi era venuta in mente quando ho cominciato ad usarla, zoo, per fiere, animali in gabbia. ( à suivre) effeffe

  3. Effeffe, sulla faccia il mio collegamento va subito qui:

    There will be time, there will be time
    To prepare a face to meet the faces that you meet
    (Eliot in The Love Song of J. Alfred Prufrock)

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mariasole ariothttp://www.nazioneindiana.com
Mariasole Ariot ha pubblicato Anatomie della luce (Aragno Editore, collana I Domani - 2017), Simmetrie degli Spazi Vuoti (Arcipelago, collana ChapBook – 2013), poesie e prose in antologie italiane e straniere. Nell'ambito delle arti visuali, ha girato il cortometraggio "I'm a Swan" (2017) e "Dove urla il deserto" (2019) e partecipato a esposizioni collettive.  Aree di interesse: letteratura, sociologia, arti visuali, psicologia, filosofia. Per la saggistica prediligo l'originalità di pensiero e l'ideazione. In prosa e in poesia, forme di scrittura sperimentali e di ricerca. Cerco di rispondere a tutti, ma è necessario potare pazienza. Se non ricevete risposta, ricontattatemi a distanza di un mese. Il mio giudizio per eventuali pubblicazioni è ovviamente del tutto personale.