L’opera poetica di Bartolo Cattafi

[A un anno di distanza dalla sua uscita, festeggiamo nuovamente il volume che raccoglie l’intera opera poetica di Cattafi. Ringraziamo Diego Bertelli per l’indispensabile lavoro di raccolta e cura dei testi, e Raoul Bruni, che ha introdotto la raccolta. Pubblichiamo un estratto dell’introduzione e una serie di testi tratti dalla raccolta tarda “Segni”.]

 

Per la poesia di Bartolo Cattafi

di Raoul Bruni

Siamo stati abituati a classificare gli scrittori italiani del Novecento per generazioni, correnti, poetiche; oppure attraverso categorie storiche o geografiche che consentano di sistemare gli autori nelle caselle di uno schedario precostituito. Con questi criteri è stata allestita la maggior parte dei manuali e delle antologie, e si è formato il canone letterario dell’ultimo secolo. Ma il Novecento, quello italiano specialmente, è stato anche il secolo degli irregolari, dei marginali, degli eccentrici (penso a scrittori come Delfini, Landolfi, Morselli), il cui valore intrinseco è stato riconosciuto solo tardivamente, o attende ancora un riconoscimento adeguato, proprio a causa della mancanza di sintonia con lo spirito del tempo. Nel quadro della poesia italiana del secondo Novecento quello di Bartolo Cattafi rappresenta il caso più clamoroso di sottovalutazione critica. Come è stato ripetutamente notato, Cattafi è escluso dalle più importanti antologie novecentesche: non compare né in quelle “militanti” di Sanguineti e Fortini, né in quella di Mengaldo[1], che, più di ogni altra, ha contribuito a fissare il canone poetico del Novecento. D’altra parte, anche certe antologie e certi manuali e antologie più recenti, pur concedendo spazio a Cattafi, lo associano ancora troppo meccanicamente a quella «linea lombarda» con cui, in realtà, ha punti di contatto assai ridotti. L’emarginazione dal canone novecentesco ha avuto come immediata conseguenza un lungo periodo di oblio editoriale. Dopo essere andate esaurite, le opere principali di Cattafi non sono state più ristampate, cosicché chi avesse voluto procurarsi una copia dell’Osso, l’anima o dell’Aria secca del fuoco era costretto a ricorrere al circuito del modernariato o a cercarle su “eBay”, pagando anche prezzi esorbitanti. Il che risulta ancor più sorprendente se si tiene conto delle numerose traduzioni apparse all’estero anche negli ultimi anni: persino negli Stati Uniti, dove l’attenzione nei riguardi di Cattafi è stata coronata dall’inclusione nell’antologia Book of Twentieth-Century Italian Poetry, curata da Geoffrey Brock per il prestigioso editore newyorkese Farrar, Straus and Giroux nel 2012.

Se si escludono la riproposizione dell’Allodola ottobrina e Chiromanzia d’inverno nel volume Ultime (2000)[2] e le scelte di inediti (peraltro non sempre filologicamente impeccabili) e, nell’ultimo trentennio la sopravvivenza editoriale di Cattafi è stata affidata quasi esclusivamente all’antologia Poesie 1943-1979, a cura di Vincenzo Leotta e Giovanni Raboni, pubblicata nel 1990 nella collana dello «Specchio» Mondadori e poi nel 2001 negli «Oscar». Un’antologia senz’altro utile ma comunque insufficiente a rendere conto del percorso poetico di un autore, che, come avvertì a suo tempo Carlo Bo, «non è […] antologizzabile»[3].

Dimenticata (o quasi) dalla grande editoria, l’opera di Cattafi ha conosciuto, in compenso, almeno a cominciare dai primi anni del Duemila, un notevole revival critico, grazie all’uscita di vari volumi collattanei[4] e di due preziose e approfondite monografie, che ricostruiscono organicamente il percorso del poeta: Spalle al muro (2003) di Paolo Maccari e Da un intervallo del buio (2007) di Stefano Prandi[5]. Il clima di rinnovata attenzione nei riguardi di Cattafi è testimoniato anche dal crescente numero di poeti delle ultime generazioni che si sono mostrati sensibili al suo magistero, riservandogli, come ha scritto Andrea Cortellessa, un «culto sottile, ma insistente»[6].

Tuttavia questi segnali non sono stati sufficienti a far scoccare l’ora topica di un poeta sovrastato dai colossi della sua generazione, come Pasolini e Zanzotto, accolti già da molto tempo nelle cerchie più alte del canone novecentesco. Ma da cosa dipende l’ostracismo letterario nei confronti di Cattafi? Paolo Maccari, nella sua monografia, lo ha ricollegato innanzitutto alla riluttanza ai compromessi e alla scarsa capacità autopromozionale: «Nessuna collaborazione editoriale, nessuna prefazione a libri importanti dei colleghi, nessuna traduzione», mentre l’«incipiente attività giornalistica ha avuto esigua durata e sporadica attuazione»[7]. D’altra parte è anche vero che a Cattafi non mancarono riconoscimenti precoci: l’inclusione nella storica antologia di Luciano Erba e Piero Chiara Quarta generazione (1954); l’approdo alla grande editoria già a partire dalla prima raccolta compiuta (Le mosche del meriggio, edita da Mondadori nel 1958); la stima incondizionata di alcuni dei maggiori poeti e critici del secolo scorso (da Vittorio Sereni a Giovanni Raboni, da Carlo Bo a Luigi Baldacci). Inoltre Cattafi aveva solidi e importanti contatti in ambito culturale e editoriale: Luciano Foà, Marco Forti, Erich Linder, Sergio Solmi, per citare soltanto alcuni nomi, erano amici personali di Bartolo. Il suo isolamento, al contrario di ciò che alcuni hanno suggerito, non è tanto (o soltanto) un isolamento umano o culturale: scaturisce semmai da un profondo senso di estraneità alle idee dominanti della sua epoca.

Cattafi eluse ogni engagement politico-ideologico, opponendosi al culto delle magnifiche sorti e progressive tanto diffuso nel mondo intellettuale italiano degli anni Sessanta-Settanta. Inoltre, la poetica di Cattafi si distingue anche per una radicale estraneità alle grandi tendenze della modernità e della contemporaneità letteraria. Se, a partire dal Romanticismo, i poeti affiancano sempre più spesso alle loro opere creative una teoresi, un’autoriflessione esplicita, Cattafi centellina al massimo le proprie dichiarazioni di poetica, tanto che anche dalle rare interviste concesse ben poco si ricava sulla genesi delle sue opere. Manca in Cattafi ogni posa intellettualistica che proponga o cerchi un avallo alla sua prassi poetica. Egli rifiuta con nettezza il mandato sociale e culturale di cui allora i poeti erano considerati i depositari. Sereni, che fu uno dei suoi amici più stretti, scrive parole molto illuminanti su questo punto: «Voglio dire anzitutto che non vedevo in lui alcun segno di dubbia professionalità del qualificarsi socialmente in quanto poeta, nessuna istanza in direzione di quello che è stato detto il partito e che oggi sempre di più si caratterizza come la corporazione dei poeti»[8]. Anche un altro grande lettore di Cattafi, Giorgio Caproni, fece un’osservazione non troppo diversa recensendo L’osso, l’anima: «Se il lettore d’oggi si è allontanato tanto dai libri di ‘poesia’, forse e anzi senza forse è proprio e soltanto perché oggi come sempre il lettore vuole leggere uomini e non dottori di poesia […]. / In Cattafi senti sempre lontano un miglio che ti trovi di fronte a un uomo prima che a un letterato […]»[9]. Al contrario dei letterati contemporanei, infatti, Cattafi si astiene da ogni forma di autocommento e l’unica vera costante delle sue poche (e perlopiù implicite) affermazioni di poetica consiste nell’associare la propria creatività all’ispirazione: una nozione inattuale, fortemente ridimensionata, se non ridicolizzata, dalla cultura contemporanea[10].

Rileggiamo le affermazioni che Cattafi affida all’antologia di Giacinto Spagnoletti, Poesia italiana contemporanea, citate spesso ma non sempre adeguatamente comprese e commentate:

La storia dei miei versi non può che coincidere con la mia storia umana. Rifiuto e considero vietate le fredde determinazioni dell’intelligenza, le esercitazioni (sia pure civilissime), le sperimentazioni che furbescamente o ingenuamente tentano l’impossibile colpo di dadi.

Non mi riesce di capire il “mestiere” di poeta, i ferri, il laboratorio di questo “mestiere”. Quella del poeta è per me una pura e semplice condizione umana, la poesia appartiene alla nostra più intima biologia, condiziona e sviluppa il nostro destino, è un modo come un altro di essere uomini[11].

In queste dichiarazioni c’è una pars destruens, che ha come obiettivo polemico da un lato l’idea della poesia come professione, come mestiere letterario, dall’altro lo sperimentalismo esibito (come quello dei poeti della neoavanguardia); e c’è una pars construens che propone un’idea di poesia come «condizione umana», come obbedienza a una fatale vocazione.

 

*

Segni

 

 

Taglia loro la gola

col segno d’un coltello

appèndili in fila a testa in giù

larghi medi sottili

che sgoccioli ben bene

l’inchiostro dei segni

a piè di pagina

nei segni-bacile.

 

*

 

I  NUOVI  FATTI

 

 

I nuovi fatti

spuntano dalla penna

nuovi come la carta

vengono dal lato

opposto della casa

girano due angoli

e alzano la fronte

piena di scialbe rughe

d’inchiostro scritto un tempo

svanito al sole e al vento.

 

*

 

UN SEGNO

 

 

Ci lascia un segno

del suo passaggio

nella vasta plaga

è quello il regno

lungo

appena avvallato

un dito strisciato nella polvere

e ci basta.

 

*

CREAZIONE

 

 

In quel muro in quel foglio

nell’area bianca che la tua mano cerca

il mignolo bagnato nell’inchiostro

sopra strisciato con fiducia

azzurro corso d’acqua rapinoso

vena arteria in cui scorre

a occhi chiusi il mondo.

 

*

AL VIVO

 

 

Al vivo a nudo al vero

ala luce del sole

a cruda pagina aperta

nel biancocarta

nel neroparola.

 

*

ATTRITO

 

 

Fra te e il tuo spazio

c’è attrito usura

che in diverso grado v’incide

rapporto gesso-lavagna

tenti impossibili parole

su chi detiene le ossa più dure.

 

*

DOVE VANNO

 

 

La dura terra sotto

gli oggetti intorno

attimo per attimo

scrittura

usura

dove vanno le lettere perché partono

forse qualcuna un giorno

infila altre fessure.

 

*

MAI

 

 

Scritture sbandate

malandati inchiostri

zampe

di gallina inerpicatesi dovunque

occasioni mancate

d’assenza di silenzio…

In calce alla più bella

pagina

bianca vuota perfetta

mai vedrete la croce

la sapienza

la gloria immensa dell’analfabeta.

 

*

MACCHINA PER SCRIVERE

 

 

Colpo su colpo per suo conto espresse

con o senza il colore d’un nastro innecessario

quanto di meglio aveva in corpo

ticchettii

meccanici fruscii

attriti d’ingranaggi

lettere d’alfabeto

così come venivano

invidiabili e sagge

assurde disumane fantasie.

 

*

NOTE

[1] Mengaldo ha poi ammesso a più riprese di essersi pentito dell’esclusione e di reputare Cattafi un «poeta importante, o comunque più importante di quanto appaia dalla mia antologia», in A. Afribo, Intervista a Pier Vincenzo Mengaldo, «Nuova Corrente», 51, 2004, p. 113.

[2] Cfr. B. Cattafi, Ultime, prefazione di L. Baldacci, Palermo, Novecento, 2000.

[3] C. Bo, In corsa con se stesso, in Per Bartolo Cattafi, «Lunarionuovo», II, 6/7, 1980, p 30.

[4] Cfr., in particolare, il numero monografico della rivista «Atelier», VII, 26, giugno 2002 e gli Atti dei due convegni di studi Viaggio verso qualcosa di preciso. Percorsi della poesia di Bartolo Cattafi. Atti del Convegno di Studi, Messina, 25-26 novembre 2004, a cura di D. Tomasello, Firenze, Leo Olschki Editore 2006 e Anniversario per Bartolo Cattafi. Atti del Convegno di Studi, a cura di Adele Dei, Firenze: Tipografie del Comune di Firenze 2006.

[5] Cfr. P. Maccari, Spalle al muroLa poesia di Bartolo Cattafi, con un’appendice di testi inediti, Firenze, SEF 2003 e S. Prandi, Da un intervallo del buio. L’esperienza poetica di Bartolo Cattafi, Lecce, Manni 2007.

[6] A. Cortellessa, Bartolo Cattafi, poesia all’osso, in ID., La fisica del senso. Saggi e interventi su poeti italiani dal 1940 a oggi, Roma, Fazi Editore 2006, p. 191. Sull’influsso, talvolta nascosto, di Cattafi sui poeti delle generazioni successive, cfr. anche R. Manica, I poeti di Cattafi, in Id., Qualcosa del passato. Saggi di lettura del Ventesimo secolo, Roma, Gaffi, 2008, pp. 399-411.

[7] Maccari, Spalle al muro, cit., p. 18.

[8] Sereni, Per Bartolo Cattafi, in Per Bartolo Cattafi, cit., p. 147.

[9] G. Caproni, La poesia di Cattafi, «La Nazione», 16 maggio 1964.

[10] Sull’argomento, cfr. R. Bruni, Ispirazione e (post)modernità poetica: rimozione e sopravvivenza di un’idea inattuale, «L’Ulisse», 18, 2015, pp. 196-201. Ho ripercorso la fortuna della concezione di poesia come ispirazione entusiastica nel mio volume Il divino entusiasmo dei poeti. Storia di un topos, Torino: Aragno, 2010.

[11] Così B. Cattafi, in Poesia italiana contemporanea (1909-1959), a cura di G. Spagnoletti, Parma, Guanda, 1964, p. 742.

*

andrea inglese

Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini. 

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