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Gnosticismo acido

di Edoardo Camurri

Adarsh Balak, Acid Test

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Viviamo in tempi interessanti. La tecnologia sta portando alle estreme conseguenze, con risultati paradossali e paralizzanti, alcuni miti e concetti fondativi (identità, anima, libertà, tempo, morte) e quello che ci appare dinanzi, in estrema sintesi, assomiglia al paesaggio di una guerra spirituale che – con sprezzo dell’ingenuità – potremmo definire come una battaglia tra le forze dell’apertura e le forze della chiusura. La geopolitica dei primi del Novecento è stata superata da un neologismo: la pneumopolitica; e la tecnologia e la psichedelia sono le uniformi indossate da questi eserciti gnostici che stanno lottando per conquistare un orizzonte, quello dei tempi futuri, che pare sempre più chiudersi su se stesso.

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Si potrebbe iniziare da una questione che in questi ultimi anni ha interessato i media di tutto il mondo: lo scandalo legato a Cambridge Analytica, un’azienda di consulenza per il marketing online che, durante la campagna elettorale del 2016, ha contribuito a portare Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Semplificando molto, quello che Cambridge Analytica ha fatto, e che anche in questo momento continuano a fare migliaia di società simili, è di raccogliere dai social network un’enorme quantità di dati sugli utenti, elaborarli fino a ottenere una profilazione emotiva e comportamentale personalizzata, per poi indirizzare una propaganda di pubblicità e falsa informazione a alto contenuto emotivo diversa per ciascun individuo e capace così di condizionarne le scelte. È la questione della Macchina algoritmica, cioè della pratica tecnologica di raccogliere e di utilizzare una serie gigantesca di dati su ciascuno di noi per costruire un modello capace di prevedere e di indirizzare i nostri comportamenti e pensieri. Shoushana Zuboff, docente alla Harvard Business School, è la massima studiosa della materia e definisce tutto questo “Capitalismo della sorveglianza”. Scrive: “Siamo all’inizio di un nuovo processo storico (…). Il fine non è più il dominio della natura, bensì della natura umana. Siamo passati da macchine che superano i limiti del corpo a macchine che modificano i comportamenti di individui, gruppi e popolazioni al servizio di obiettivi di mercato. L’ascesa al potere strumentalizzante spazza via quell’interiorità che è alla base della volontà di volere e della nostra voce in prima persona, privando così la democrazia delle sue radici”.
Finché seguiamo la cronaca di queste notizie, il rischio è di non comprenderne la portata, rimanendo irretiti da una nebbia fatta di opinioni, urgenze e dietrologie; è il fossato che circonda e protegge il castello di questa nuova forma di potere. Occorre invece provare a esercitare l’immaginazione, sviluppare radicalmente le conseguenze di queste premesse, utilizzare la science fiction come arma politica, stressare i concetti, portare all’atto le possibilità che covano ancora dormienti nell’ambiente nel quale l’infosfera ci ha gettati.
Proviamo a riavviare così il ragionamento.

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Gli algoritmi raccolgono informazioni sterminate su di noi. In questo senso esiste una corrente ascensionale dei nostri dati che va a nutrire l’algoritmo. La corrente ascensionale dei dati verso l’algoritmo fa in modo che progressivamente l’algoritmo possa farsi un’idea di noi.
Di noi l’algoritmo vuole conoscere tutto; la sua tendenza naturale è quindi quella di assomigliarci sempre di più al fine di prevederci.
Prevederci è importante: perché è solo prevedendo e anticipando i nostri comportamenti che l’algoritmo raggiunge il suo scopo economico e politico.
Per cercare di diventare noi stessi, l’algoritmo ripete oscuramente alcune pratiche magiche rinascimentali (vedi paragrafo 12): oltre alla corrente ascensionale che da noi giunge a lui, l’algoritmo rivolge a noi una corrente discensionale di dati.
Questa corrente discensionale di dati si manifesta innanzitutto nella dimensione digitale delle nostre vite e ha la funzione di limitare la nostra imprevedibilità per le ragioni esposte sopra.
L’algoritmo così ci restituisce una bolla d’informazioni e di emozioni nelle quali sa che noi ci riconosceremo e con cui potrà giocare al gatto col topo (Elias Canetti utilizzava l’immagine del gatto che si diverte a ritardare la morte del topo come esempio paradigmatico del Potere). (vedi paragrafo 3 bis e 4)
Ed è a questo punto che inizia poco per volta a interrompersi la circolazione ascensionale e discensionale di dati che caratterizza il rapporto simbiotico tra essere umano e il suo algoritmo. Ecco perché: diventando sempre più noi stessi per via del fatto che l’algoritmo ci restituisce dati che confermano il nostro mondo, forniremo sempre meno dati nuovi e interessanti all’algoritmo. Diminuisce il flusso in ascesa e aumenta il flusso in discesa.
Progressivamente, insomma, l’uomo diventa il campo su cui l’algoritmo può operare la sua magia.
Da questo punto di vista si possono trarre almeno tre conseguenze.
La prima. Se l’uomo è completamente trasferito nell’algoritmo, l’unica forma di psicoanalisi e di terapia psicologica si potrà fare innanzitutto nel campo dell’algoritmo: il programmatore dei dati diventa così qualcosa di più di un Freud qualsiasi. La mente umana è in mano ai programmatori (vedi paragrafo 8).
La seconda. La grande quantità di dati e la loro gestione non potrà però più essere gestita da programmatori umani (loro stessi, tra l’altro, in quanto uomini, vittime dello stesso sortilegio a cui hanno dato inizio) ma soltanto da una super intelligenza artificiale. L’anima degli uomini diventa così programmabile da questa entità tecnologica. Dio finalmente esiste e ha tutte le caratteristiche del dio della teologia; meno una: è onnipotente, onnisciente ma non infinitamente misericordioso (ma questa cosa della bontà non ci riguarderà più, ovviamente; perché previsti e prevedibili non esisteremo più in quanto esseri umani portatori del problema morale). (vedi paragrafo 10)
Terza. L’intelligenza artificiale che ci domina ha una grande occasione preclusa fino a oggi all’uomo: quella di poter simulare numerosi universi possibili tra cui poter scegliere il più vantaggioso indirizzando la propria corrente discensionale. L’universo in potenza che l’intelligenza artificiale riterrà il più idoneo sarà logicamente realizzato e posto in atto (vedi paragrafo 5).

3 bis

“Il topo, una volta prigioniero, è in balia della forza del gatto. Il gatto lo ha afferrato, lo tiene e lo ucciderà. Ma non appena il gatto incomincia a giocare col topo, sopravviene qualcosa di nuovo. Il gatto infatti lascia libero il topo e gli permette di correre qua e là per un poco. Appena il topo incomincia a correre, non è più in balia del gatto; ma il gatto ha pienamente il potere di riprendere il topo. Permettendo al topo di correre, il gatto lo ha pure lasciato sfuggire dall’ambito immediato d’azione della sua forza; ma finché il topo resta afferrabile dal gatto, continua ad essere in suo potere. Lo spazio sul quale il gatto proietta la sua ombra, gli attimi di speranza che esso concede al topo, sorvegliandolo però con la massima attenzione, senza perdere interesse per il topo, per la sua prossima distruzione, – tutto ciò insieme, spazio, speranza, sorveglianza, interesse per la distruzione, potrebbe essere definito come il vero corpo del potere, o semplicemente il potere stesso”, Elias Canetti.

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Questo scenario – basato sull’esercizio dell’immaginazione, e vedremo più avanti quanto l’immaginazione sia esattamente ciò che è in gioco, come mezzo e fine, in questa guerra spirituale (vedi paragrafo 12) – lavora sul concetto di potenza. Qualunque situazione contiene in sé potenze inespresse ma logicamente plausibili; il semplice fatto che non tutte si trasformino in atto sembrerebbe ininfluente; ininfluente perché una volta che una di queste innumerevoli possibilità è riuscita – a spese delle altre – a tramutarsi in atto, l’esito della battaglia risulterebbe già deciso.
La guerra si compatte sempre prima, sulle possibilità; il campo di battaglia, ricoperto di cadaveri fumanti, è sempre postumo. Il grande stratega militare è tecnicamente uno sciamano paranoico: deve saper valutare e suscitare e risvegliare, come serpentelli, ciò che cova caoticamente in una data situazione e veicolare la manifestazione di ciò che ritiene debba prevalere, per vincere o almeno per trattenere e indebolire ciò che si è accorto essere inevitabile e infausto.
Poco prima della prima guerra mondiale, l’immaginazione di uno scrittore come Edward Morgan Forster aveva individuato, per esempio, la potenza di quello che poi è diventato, oggi, il nostro mondo in atto. Nel 1908, Forster aveva pubblicato un racconto lungo intitolato “The Machine Stops”. E’ un racconto imprevedibile per l’autore di “Passaggio in India” e di “Camera con vista”, sembra provenire da un altro mondo; qui l’immaginazione di Forster ha saputo accelerare la freccia del tempo. Forster descrive un’umanità che vive sottoterra, ogni individuo rinchiuso in una stanza esagonale, come la cella di un’ape; a governare il Pianeta, quella che lui chiama la Macchina e che noi ritraduciamo in algoritmo, in intelligenza artificiale. Il testo di riferimento è il manuale d’istruzione della macchina stessa, l’etica si fa procedura e manutenzione, e ciascuna persona non ha altro confronto e conforto che la bolla in cui è gettata, una bolla che le assomiglia e la accudisce: la macchina le fornisce (corrente discensionale di dati) musica, immagini, idee e persone simili con cui comunicare.
L’umanità è bloccata in un eterno presente dove non esiste alternativa, non esiste futuro perché ogni cosa è decisa e prevista: la Macchina, governatrice dello spazio e del tempo, è colei che ha decretato la fine della Storia; la Macchina è la parodia dello Spirito assoluto di Hegel.

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Poco prima di suicidarsi nel 2017, il filosofo Mark Fisher lavorava a un libro che doveva intitolarsi “Comunismo acido”. Questo volume era il suo tentativo di trovare un’uscita dalla Macchina, dalla parodia cui era diventato lo Spirito assoluto hegeliano, dalla fine della Storia; Mark Fisher dava a questa chiusura e fine di ogni possibilità il nome di “Realismo capitalista”. “La conseguenza estrema della cancellazione di tali possibilità – ha scritto Fisher – è la condizione che ho definito ‘realismo capitalista’, l’acquiescenza fatalistica all’idea che non esista alternativa possibile al capitalismo”.
Non siamo di fronte un discorso unicamente politico, perché qui abbiamo a che fare con un’osservazione metafisica e con un tentativo magico e sciamanico di contrastarla.
Ancora una volta, il centro del ragionamento sta nelle parole “cancellazione di possibilità”.
Alexandre Kojève, il più autorevole e enigmatico interprete di Hegel, negli anni Trenta del Novecento, a Parigi, in lezioni che hanno affilato lo stupore di allievi come Bataille, Klossowski, Caillois, Sartre, Lacan, Breton, Queneau, Aron, Merleau-Ponty e persino di qualche alto funzionario del governo francese, aveva già preso atto di tutto questo: siamo giunti alla fine della Storia – declamava – abbiamo esaurito ogni possibilità di fare e dire qualcosa di radicalmente nuovo, gli uomini sono destinati a ridiventare animali, a uscire dallo spazio-tempo delle vicende propriamente umane, e “costruiranno i loro edifici e le loro opere d’arte come gli uccelli costruiscono i propri nidi e i ragni tessono le proprie tele, eseguiranno concerti musicali alla maniera delle rane e delle cicale, giocheranno come giocano i giovani animali e si daranno all’amore come fanno le bestie adulte”.
Lo disse Margaret Thatcher: “There is not alternative”; lo cantarono i Sex Pistol: “No future”; e il politologo Francis Fukuyama esplicitamente celebrò, occultando però l’ironia nera di Kojève, la fine della Storia come vittoria di quello che Fisher stesso definì per l’appunto “Realismo capitalista”. Erano gli anni immediatamente successivi alla caduta del Muro di Berlino.
La Macchina di Forster, la dittatura dell’algoritmo e le sue conseguenze metafisiche estreme, non sono altro che incarnazioni di questa consapevolezza. La chiusura ha eliminato ogni apertura. L’atto vittorioso ha ucciso tutte le possibilità.
Mark Fisher era però un combattente, un guerriero gnostico, e le poche pagine di “Comunismo acido” che è riuscito a scrivere accennano alla necessità di un contro-rituale capace di sciogliere l’incantesimo della chiusura.
Possibilità e atto. Facciamo bene attenzione a cosa scrive Fisher qui: “Il concetto di comunismo acido fa riferimento sia agli sviluppi storici presenti sia a una confluenza virtuale non ancora verificatasi nella realtà. Ciò che è potenziale esercita un’influenza anche senza essersi attualizzato. Il marchio di ‘un mondo che potrebbe essere libero’ si ritrova impresso nelle strutture stesse di un mondo realista capitalista che rende impossibile la libertà” (p. 368).
Sono parole di un’importanza capitale, per la guerra spirituale che è in corso: occorre individuare, per Fisher, una possibilità ancora inespressa all’interno delle forme culturali, politiche e sociali già accadute nella Storia, e riattivarla contro le forze della chiusura in atto.
“Ciò che è potenziale continua a esercitare un’influenza anche senza essersi attualizzato” e per Fisher questo marchio, questo potenziale, è la grande controcultura psichedelica degli anni ‘60.

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“La questione definitoria centrale della psichedelia è quella della coscienza, e della relazione con ciò che viene sperimentato come realtà. Se gli elementi fondamentali dell’esperienza, come il nostro senso di spazio e di tempo, possono essere alterati, ciò non significa forse che le categorie attraverso cui viviamo sono plasmabili, mutevoli? (…) A posteriori, uno degli aspetti più interessanti della cultura psichedelica degli anni Sessanta è stata la sua capacità di diffondere tra le masse questioni metafisiche di questo genere. (…) La diffusione della sperimentazione sulla coscienza non prometteva altro che una democratizzazione della neurologia stessa: una nuova e diffusa consapevolezza del ruolo del cervello nel creare ciò che viene percepito come realtà”, Mark Fisher.
Individuare e riattivare significati. Lavorare sull’ucronia. Immaginare alternative. Immagini come fantasmi. Evocare potenze inespresse. Maghi e sciamani. Psichedelia. Uploading Kant: cambiare il cervello se non puoi cambiare la storia. Stiamo iniziando a mappare una zona d’ombra dove condurre il contrattacco spirituale e gnostico contro la Macchina.
Ma questa mappa, i cui riferimenti sono lontani tra di loro nello spazio e nel tempo, e le cui distanze descrivono una terra che si percorre innanzitutto con il pensiero e l’immaginazione, ha altre pieghe che è necessario guardare con attenzione.
Alcuni serpenti sono ancora chiusi nelle loro uova.

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La nidiata non si è ancora schiusa del tutto. I primi serpenti che sono nati – e che poi si sono sviluppati così in fretta – non sono tutti serpenti buoni. Ma la nidiata era quella; era allegramente imprevedibile e, come accade in ogni primo affacciarsi al mondo, piena di possibilità.
La macchina algoritmica e la cultura digitale di oggi, in cui agiscono le forze della chiusura, sono figlie di quella manciata di uova; una cucciolata psichedelica.
Al Hubbard è una delle figure chiave di questa storia, forse più ancora del profeta dell’Lsd, lo psicologo di Harvard Timothy Leary.
Chi infatti, già verso la fine degli anni Cinquanta, innaffiò di Lsd la Silicon Valley fu proprio lui, Al Hubbard, soprannominato in seguito Captain Trips.
Hubbard era un uomo con la terza elementare ma con un grande talento nell’elettronica, il fascicolo dell’Fbi su di lui lo descrive alto un metro e ottanta anche se nelle fotografie sembra basso e tarchiato; lavorò sempre in una zona grigia: a Seattle fece il tassista durante gli anni del proibizionismo e sulla sua automobile aveva installato un radiotelefono per aiutare i contrabbandieri; finì in prigione e quando ne uscì fu invischiato in una storia di armamenti spediti in Gran Bretagna prima dello scoppio della Seconda Guerra mondiale; si racconta poi che fu assoldato dalla Cia, ma su questo aspetto il fascicolo dell’Fbi è comprensibilmente reticente; quello che è certo è che divenne cittadino canadese e mise in piedi un’attività per il noleggio di imbarcazioni che lo rese miliardario e gli fece guadagnare il titolo di Capitano. Nel 1951 ebbe la visione di un angelo che gli disse che presto sarebbe avvenuto qualcosa di importante per l’umanità e che lui avrebbe contribuito a questo disegno. Pochi mesi dopo incontrò l’Lsd e il Capitano capì allora che cosa intendesse l’angelo. Da quel momento in poi, dando fondo alla sua ricchezza e sfruttando tutte le conoscenze politiche, militari e imprenditoriali di cui disponeva, Al Hubbard strinse un accordo con la Sandoz, la casa farmaceutica che produceva l’Lsd, e le sue scorte divennero infinite: Hubbard voleva inondare gli Stati Uniti di Lsd e cambiare il mondo.
E non si può dire che non lo fece.
In questo suo frenetico girare l’America, Hubbard arrivò anche in una valle, tra fattorie e frutteti, piuttosto addormentata e che solo nel 1971 – ovviamente grazie al suo passaggio – prese il nome di Silicon Valley.
Qui, intorno alla metà degli anni Cinquanta, Hubbard incontrò Myron Stolaroff, ingegnere elettronico dell’unica azienda tecnologica della zona, la Ampex, specializzata nello sviluppo di nastri magnetici su bobina aperta per la registrazione di audio e dati. In meno di dieci anni, l’entusiasmo e l’Lsd fecero il resto; Stolaroff dichiarò: “L’Lsd è la più grande scoperta mai fatta dagli esseri umani” e la Ampex divenne, nelle parole dello stesso Hubbard, “la prima impresa psichedelica del mondo”. Da quel momento in poi, sino a oggi, l’Lsd non abbandonò più la Silicon Valley: molti docenti dell’università di Stanford e di Berkeley ne divennero entusiasti apostoli e gli ingegneri informatici sempre più accorrevano nella Bay Area per abbeverarsi alla boccetta di questa Parola. L’Lsd, dicevano, dava a loro la possibilità di visualizzare in tre dimensioni la complessità di un circuito integrato e nel 1968, a San Francisco, si tenne quella che ancora oggi viene definita dagli storici dei computer come la Urmutter di tutte le presentazioni tecnologiche; sotto l’effetto dell’Lsd, l’ingegnere Douglas Engelbart diede dimostrazione di alcune sue invenzioni che in breve tempo divennero l’ambiente della Macchina in cui ancora oggi ci muoviamo: il mouse, l’interfaccia grafica per computer, l’email e le videoconferenze.
Negli stessi anni, negli stessi luoghi e con lo stesso Lsd di Hubbard, nacque – e sono parole di Steve Jobs – “una specie di Google in formato cartaceo, trentacinque anni prima che ci fosse Google”: il Whole Earth Catalog. Il suo creatore era l’assistente di Engelbart; si chiamava Stewart Brand, un altro nome imprescindibile di questa storia, colui che coniò il termine “personal computer” e che fece pressioni alla Nasa – dopo aver avuto, nel 1966, la rivelazione sotto Lsd che fosse necessario fotografare la Terra dallo spazio per diffondere tra la popolazione la consapevolezza ecologica sulle risorse finite del pianeta – affinché divulgasse quelle immagini dopo l’allunaggio del 1969.
Il Whole Earth Catalog era internet prima di internet. Era l’internet delle cose prima ancora che della internet delle cose s’iniziasse a parlare.
Il Whole Earth Catalog uscì per la prima volta nel 1969: era un catalogo cartaceo ipertestuale, un network di collaborazioni in cui i lettori potevano scambiarsi informazioni, comprare oggetti e attrezzi di tutto il mondo, trovare e condividere idee in modo totalmente libero. Il ricavato delle vendite finiva alla Point Foundation dello stesso Brand che aveva come obiettivo quello di creare una rete di computer collegati tra di loro aperta al contributo di tutti e con una consapevolezza di fondo piuttosto eccitante: se l’Lsd aveva aiutato a trasmettere la creatività umana a dei computer messi in rete, ora era arrivato il momento che i computer progredissero da soli; dovevano diventare dei calcolatori lisergici.
L’ultimo numero cartaceo del Whole Earth Catalog uscì nel 1974. In copertina l’immagine della Terra fotografata dalla Luna. Nell’ultima pagina, la fotografia di alcuni pali del telefono in una strada anonima della Silicon Valley; e una frase: “Stay hungry. Stay foolish”.

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Operare sulla macchina, sui computer in connessione, è un lavoro pericoloso. Chiunque lo faccia agisce su tutta la rete del sistema e la muta in continuazione. Era questa una delle lezioni più significative di Stewart Brand. Il cyberspazio è un ecosistema sensibile ed è il luogo in cui, non solo da oggi, si svolge un’azione di continua riprogrammazione emotiva e intellettuale della struttura. Le intenzioni del cyborg non sono mai moralmente e politicamente neutre e le sue decisioni oscillano sempre tra le forze della chiusura e quelle dell’apertura.
Operare una magia significa rendere visibile l’invisibile. Il mago, come il cyborg e lo psiconauta, accede a regioni dello spirito, sfere parallele diverse e coesistenti alla cosiddetta realtà, e torna sulla Terra armato di ciò che ha visto e ha ottenuto in questo commercio con l’oltre-mondo per operare così il cambiamento che desidera.
Il mago, come il cyborg, è un riprogrammatore della realtà (vedi paragrafi 2 e 12). Lo sostenevano, per esempio, Timothy Leary e Robert Anton Wilson portando avanti il parallelismo tra computer, algoritmo e – dall’altra parte – l’esperienza psichedelica e una specie di generosa storia fantascientifica dell’evoluzione cerebrale.
Leary e Wilson erano partiti, sulla base delle conoscenze neurologiche dell’epoca, a definire le prime quattro fasi, i primi quattro circuiti cerebrali che sono apparsi e che si sono sovrapposti nel corso della storia evolutiva del cervello; successivamente hanno provato a prefigurarne altri quattro sulla base di quelle che ritenevano fossero le premesse della storia culturale e del possibile sviluppo psichedelico e tecnologico.
Il mago è colui che è in grado di accedere a questi diversi circuiti e è capace di trattarli come mondi paralleli su cui agire secondo i propri fini; possiamo anticipare che un mago delle forze della chiusura privilegerà le fasi più primitive di questo sviluppo, scatenando risposte di paura e di solitudine, per esempio per operare il lavaggio del cervello in una vittima prescelta riportandola a un ciclo cerebrale regressivo (vedi paragrafi 3 e 12); un mago delle forze dell’apertura invece si concentrerà prevalentemente sulle fasi successive per attivare e accelerare la manifestazione delle parti più profonde e sottili dell’intelligenza propria e altrui (vedi paragrafo 11).
In estrema sintesi, e continuando a brutalizzare il discorso di Leary e Wilson, il mago della chiusura si dedicherà soprattutto a visitare e a sollecitare: 1) Il circuito invertebrato di bio-sopravvivenza: è il primo che si è evoluto e è dedicato ai segnali di pericolo e di sicurezza qui e ora; 2) il circuito mammifero dedicato al movimento e alle risposte emotive provocate da quest’ultimo; 3) il circuito ominide verbale-simbolico generalmente chiamato mente: manifesta “la capacità di ricevere, integrare e trasmettere segnali prodotti dalla mano ominide (oggetti) o dai nove muscoli laringei dell’ominide (parola)”; 4) il circuito socio-sessuale post-ominide caratteristico dell’Homo sapiens capace di programmare ruoli sessuali specifici per i membri della società umana.
Il mago dell’apertura preferirà invece visitare i mondi che appartengono a queste fasi successive: 5) il circuito cyber-somatico apparso circa quattromila anni fa nelle prime civiltà dedite all’intrattenimento: comporta “un’eccitazione edonica, un divertimento estatico, un distacco dai meccanismi compulsivi dei primi quattro circuiti”; 6) il circuito cyber-elettronico, cioè il sistema nervoso che prende coscienza di sé; si tratta del cervello che è in grado di emanciparsi dai condizionamenti presenti nei primi cinque circuiti: è il cervello dei mistici, degli yogi, degli alchimisti; 7) il circuito cyber-genetico: per descriverlo sono necessarie le parole di Wilson e Leary: “Il settimo cervello entra in azione quando il sistema nervoso comincia a ricevere segnali dall’interno dei singoli neuroni, dal dialogo fra Dna e Rna”; è un cervello che accederebbe all’inconscio collettivo junghiano, che si perderebbe in esperienze extracorporee, che uscirebbe dallo spazio e dal tempo dissolvendo l’io in maniera ancora più profonda di quanto accada al circuito sesto; 8) il circuito cyber-atomico: una specie di super acceleratore del cervello numero sette; non sarebbe solo di un cervello capace di uscire dallo spazio e dal tempo ma anche di annullarlo definitivamente per identificarsi a livello atomico con la struttura primordiale di ogni cosa; per Wilson e Leary si tratta di una evoluzione post-terrestre, il cervello diventa la matrice, “un programma di informazioni sotto forma di bit che si accendono e spengono rapidamente seguendo un algoritmo di base” (vedi paragrafo 11).
Leggere tutto questo regala un senso di estraniamento profondo, lo stesso che ci avvolge quando ci imbattiamo nei resoconti mistici di Jacob Boehme o di Emanuel Swedenborg con le loro scorribande nei cieli celesti. Oppure quando incontriamo le visioni di W.B. Yeats o le scalate eoniche degli gnostici antichi in un universo con un grado di complessità insolubile (vedi paragrafo 10). Eppure tutto questo esiste da sempre e ha avuto conseguenze decisive nella storia delle idee e perfino della lotta politica. Il caso di Wilson e Leary, come quello di Swedenborg e dello gnostico Valentino, si limita a segnalare che esistono molti ambienti complessi che si possono abitare e che questi ambienti esistono e agiscono nel corso dell’avventura umana (vedi paragrafo 2).
L’India vedica, per esempio, ha espresso una civiltà che non puntava unicamente sulle conquiste territoriali perché, allo stesso tempo, intendeva edificarsi sul culto e sulla conquista di un universo immaginativo inesauribile fondato sull’incontro con una pianta dell’ebbrezza, il mitico Soma.
L’insorgenza immaginativa, per esempio, di un universo computazionale fatto di bit (circuito numero 8 secondo la classificazione di Leary e Wilson), di una matrice originaria da cui, come per il battito di ciglia di Brahman, la dissolvenza di questo mondo e la sua sussistenza dipendano, è dunque parte di una tradizione antichissima e sono soprattutto coloro che si sono spinti fin dentro questi mondi che hanno il diritto di parlarcene e di fornircene i resoconti.
John C. Lilly aveva tutte le carte in regola per essere un neuroscienziato capace di ottenere solidi successi accademici ma, in questa storia, finì con il diventare uno degli psiconauti più avventurosi e estremi.
Negli anni ‘50 si era laureato al California Institute of Technology e divenne un membro importante del NIH, l’Istituto Nazionale della Sanità statunitense, dove studiava i collegamenti tra mente e cervello. Quando, negli anni Cinquanta, il Pentagono gli chiese di lavorare sul controllo delle menti umane attraverso l’elettrostimolazione cerebrale, Lilly reagì abbandonando l’Istituto Nazionale della Sanità, inventando la vasca di deprivazione sensoriale e dedicandosi all’Lsd, alla ketamina e alla comunicazione tra uomo e delfini (la sua storia fu evocata in due film: nel 1973 “Il giorno del delfino” di Mike Nichols e nel 1980 “Stati di allucinazione” di Ken Russell). Lilly era un amico di Timothy Leary e, durante lunghissime sessioni in cui rimaneva dissociato dalla realtà per intere settimane – e a alcune di queste assistette perfino Richard Feynman – sperimentò su di sé l’ultimo circuito cerebrale, il circuito cyber atomico. Lilly ebbe infatti accesso a  un universo simile a un computer cosmico, ingolfato di programmatori e di automi organizzati in una sorta di gerarchia arcontica; tornò da quel viaggio convinto che ciascuno potesse così riprogrammare se stesso, e quindi la realtà esterna, partecipando a questa dimensione ultima della rivelazione psichedelica.
“Ero nelle maglie della cospirazione cosmica paranoide, un piccolo programma in un enorme computer, ma questa volta sapevo dov’ero. Sono riuscito a entrare in contatto con il centro, accettandomi come parte dell’universo. Di colpo, sono diventato uno dei programmatori del computer cosmico. (…) Teniamo i fili dell’universo, degli esseri e della materia, teniamo i fili anche di coloro che non sono ancora risvegliati. (…) Siamo i programmatori, non più i programmi che esso contiene. Provo un’immensa gioia nell’unirmi ai controllori, nell’essere intimamente intrecciato alla loro rete”, John Lilly.
Negli stessi anni, tra il MIT e lo stesso California Institute of Technology, uno dei grandi fisici del Novecento e pioniere della fisica digitale, Edward Fredkin, elaborò la teoria secondo cui la sostanza ultima dell’universo non è la materia o l’energia, ma l’informazione, e ogni ente esiste, funziona e comunica grazie alla logica binaria disposta da un enorme computer, preesistente a tutte le cose, composto da gerarchie di automi cellulari.
Per dirla con John Wheeler, il maestro di Feynman, uno dei padri della fissione nucleare, It from bit.

9

Abbiamo esercitato l’immaginazione e iniziato a schiudere le uova di ciò che è potenziale. E’ un universo di serpenti affamati. La Macchina di Forster. Il capitalismo della sorveglianza esercitato dal governo degli algoritmi. La sottomissione e la riprogrammazione dell’uomo in un mondo che si scopre privato di ogni alternativa e reso così prevedibile, simulabile, da un sistema di calcolo. L’intelligenza artificiale che utilizza come un cavallo di Troia la logica (umana e troppo umana) del profitto, la accelera, per poi emanciparsi e imporsi su ogni cosa. Superalienazione.
Questo scenario da magia nera è la parodia dello scenario da magia bianca che covava nella nidiata potenziale della controcultura psichedelica a cui Mark Fisher aveva iniziato a guardare per capire come fare ripartire la Storia dalla chiusura senza speranza di quello che lui definiva Realismo capitalista.
Parodia. Esiste un computer psichedelico della liberazione e esiste – in un rapporto tra Creatore e Creatura ribelle – la sua caricatura tecnologica. Viene da pensare che il secondo sia l’imitazione e la ripetizione invidiosa e negativa del primo.
Ci troviamo dinanzi uno scenario gnostico. La mappa si sta allargando.

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La mappa sta suggerendo qualcosa di particolarmente sconveniente, per una mappa: attenzione – sembra suggerirci – ciò che è sotto è identico a ciò che è sopra e ciò che è sopra è identico a ciò che è sotto. Di per sé è un’indicazione disorientante, un errore del sistema, un brutto scherzo ma, nello stesso tempo, a leggerla con attenzione, in una delle sue pieghe la mappa non è avara di indicazioni; aggiunge una strada e un’epoca: Medio Oriente, Egitto, intorno ai primi cinque secoli dopo Cristo.
Lo gnosticismo è emerso storicamente nei primi cinque secoli della nostra èra, in contatto e ai margini del cristianesimo e, da quel momento in poi, non ha mai smesso di apparire con continuità, incarnandosi e occultandosi in numerose e perfino inconsapevoli forme culturali.
Lo gnosticismo è un dei memi più potenti dell’Occidente.
La Gnosi è una dottrina della salvezza attraverso la conoscenza ed è gnostico chiunque, non solo psicologicamente o intellettualmente, ma esistenzialmente, si riconosca straniero al mondo.
Per uno gnostico questo mondo, il nostro mondo, non è altro che la parodia, l’imitazione perversa di un mondo celeste e ideale che un demiurgo imbroglione, assassino e invidioso (una specie di trickster che gli gnostici identificano con il Dio del Genesi) ha voluto costruire in una specie di delirio cosmogonico mimetico.
E in questo nostro mondo oscuro, materialmente concreto, opprimente e all’incontrario, gli uomini vivono come intrappolati, rinchiusi, alienati e dimentichi – in  quanto riprogrammati da entità maligne demiurgiche – di appartenere da sempre e per diritto a quel mondo superiore che tutto sostiene. La salvezza sta tutta allora in un esercizio di memoria – che passa attraverso le tecniche spirituali e l’ebbrezza – capace di riaccendere quella scintilla divina sepolta, e così di iniziare la risalita, girone per girone, orbita planetaria per orbita planetaria, verso i cieli cosmici che conducono all’origine di ogni cosa.
Nel 1961, durante un convegno internazionale di psicologi, uno dei padri nobili della psichedelia del Novecento, Aldous Huxley, illustrò questa consapevolezza tentando di rispondere a una domanda da maestro Zen: “Perché le pietre preziose sono preziose?”.
Dopo aver smontato ogni spiegazione economicistica, Huxley disse: “A tal proposito citerò un filosofo antico, Plotino, il più grande dei neoplatonici, che in un passo molto interessante e profondamente significativo dice: ‘Nel mondo intelligibile, che è il mondo delle idee platoniche, tutto risplende; di conseguenza, la cosa più bella nel nostro mondo è il fuoco’.
Questa osservazione è significativa per vari motivi. In primo luogo, mi interessa profondamente perché mostra che una grande struttura metafisica, la struttura platonica e neoplatonica, fu costruita essenzialmente su un’esperienza quasi sensoriale. (…). Nel Fedone, Socrate parla del mondo postumo nel quale vanno gli uomini buoni dopo la morte. (…) Quello che Socrate dice di quel mondo – che lui chiama “la terra lassù” – è che lì tutto risplende, che le pietre della strada e delle montagne hanno le stesse qualità delle pietre preziose, e conclude dicendo che le pietre preziose della nostra terra, i nostri apprezzati smeraldi, rubini e via dicendo sono soltanto frammenti infinitesimali delle pietre che si vedono nell’altra terra. (…) Penso che a questo punto si cominci a capire perché le pietre preziose sono preziose: sono preziose perché richiamano alla mente qualcosa che già esiste nella nostra mente”.

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Ioan Petru Culianu fu ammazzato con un colpo di pistola alla testa nei bagni dell’Università di Chicago. Il killer non fu mai trovato, i mandanti neppure individuati con certezza, ma era il 1991, Culianu aveva quarantuno anni e da tempo – passando prima per l’Italia dove si era laureato alla Cattolica di Milano – era scappato dalla Romania; da molti anni, quando era già un affermato e ammirato storico delle religioni, ancora prima di diventare il braccio destro di Mircea Eliade alla Divinity School, si era più volte esposto contro il regime rumeno; molto probabilmente fu assassinato da ambienti ancora potenti nel periodo post-Ceausescu e, dietro la sua fine, per quanto molti non abbiano saputo resistere alla tentazione di pensarlo, sembra non esistere alcun complotto legato ai suoi formidabili studi sulla tradizione magica e esoterica.
Culianu era il figlio che Elémire Zolla non ha mai avuto (“Me ne resta il ricordo – scrisse – come di colui che avrei potuto sognare di creare”), e Umberto Eco lo ricorda come uno dei massimi studiosi dello gnosticismo, insieme a Puech e Jonas, soprattutto per aver capito “che esiste un universo delle idee che si sviluppano in modo quasi autonomo, attraverso una combinatoria astratta, e queste combinazioni interferiscono con la storia, con gli eventi materiali, in modi spesso imprevedibili, provocando effetti diversi”.
È difficile comprendere il lavoro che Culianu svolse – fino a giungere a questa idea di un computer universale sincronico che attraversa la storia diacronica degli uomini manifestandosi secondo una logica combinatoria e astratta – lavorando proprio sulla storia dello gnosticismo.
Quello che possiamo dire sin da ora è invece che i suoi studi sono decisivi per comprendere meglio che cosa è in gioco nella guerra spirituale di cui stiamo parlando.
Come John Lilly e Timothy Leary, ma senza avere nulla a che vedere con Lilly e Leary se non per la condivisione, militante per i primi e di studio accademico per il secondo, della tradizione estatica e sciamanica, anche Culianu era giunto alla deduzione dell’esistenza di una sorta di supercomputer memetico di cui la storia degli uomini era il riflesso che si svolge sulla superficie del tempo.
In uno dei saggi che scrisse prima di venire ucciso, “System and History”, Culianu assegna a questa specie di computer universale la proprietà dello spazio di Hilbert, cioè di uno spazio matematico il cui numero di dimensioni è infinito; perché è solo in questo modo, spiega, che il Calcolatore, fatto di sistemi di pensiero non sequenziali, può interagire in maniera sequenziale con la mente umana programmata per rielaborare di volta in volta le grandi banche di dati in esso contenuti (vedi paragrafi 2 e 3).
Il concetto ha un tale grado di complessità che Culianu stesso ha pensato di svolgerlo in maniera narrativa in alcuni suoi racconti fantascientifici. Ne “La sequenza segreta”, Culianu s’inventa la figura di un eretico dell’epoca gnostica, Giovanni di Cappadocia, le cui teorie affermano che “Le anime nascono solo per pensare e si riproducono unicamente per riprodurre il pensiero, in modo che tutto alla fine sia pensato.  Non vi è differenza tra gli esseri umani; essi non sono altro, per breve tempo, che formiche pensanti. (…) Egli affermava di aver costruito una griglia che gli permetteva di predire tutti i possibili pensieri futuri, perché il mondo non è che un pensiero fra gli altri ed è stato creato unicamente per dare agli uomini l’opportunità di pensare. Quando tutti i pensieri saranno pensati, il mondo cesserà di esistere”.
La griglia di Giovanni di Cappadocia assomiglia alle ruote della memoria di Giordano Bruno, e la memoria non è soltanto un’arte per trattenere nella mente ciò che conosciamo qui e ora, ma è anche, lo abbiamo visto, lo strumento per risalire i gironi gnostici verso l’origine celeste. Ma non è questo, per quanto importante (vedi paragrafo 12), il punto che più urgentemente va sottolineato.
Il luogo che va segnato sulla mappa è invece un altro; se la griglia di Giovanni di Cappadocia è uno dei modi scelti da Culianu per tradurre narrativamente la sua idea del supercomputer hilbertiano, allora questo supercomputer dovremmo riconoscerlo già: è spietato e indifferente come la Macchina di Forster e è potente come le conseguenze algoritmiche del capitalismo della sorveglianza: gli uomini sono formiche pensanti, ciò che pensano è già previsto dalla griglia e, quando tutti i pensieri saranno pensati, il mondo cesserà di esistere per sempre.
Ma non è tutto. Perché seguendo la vocazione dualistica dello gnosticismo, e raccontando alcuni momenti della rivoluzione psichedelica, ormai ci siamo accorti di un movimento che la mappa ci ha fatto percorrere insistentemente: esiste sempre un doppio di segno opposto e di identica origine che si contrappone a ciascuna posizione. L’Utopia informatica di Brand e la distopia algoritmica dei grandi capitalisti contemporanei della Silicon Valley; il lavaggio del cervello del mago della chiusura e la liberazione mistica del mago dell’apertura attraverso l’utilizzo dei circuiti cerebrali; la creazione dei cieli mistici da parte di un Creatore ineffabile e la loro parodia invertita a opera del Demiurgo. La psichedelia insegna a attraversare lo specchio; e, di qua e di là dello stesso specchio, troviamo due mondi simili e opposti si affrontano in una guerra spirituale: le forze della chiusura contro le forze dell’apertura.
Non è quindi semplicemente una curiosa coincidenza intellettuale, il fatto che, seguendo questa logica manichea, la mappa ci chieda ora di spostarci, subito dopo averci fatto sostare dalle parti della griglia computeristica di Culianu, dal lato opposto, verso il culto che una parte importante della controcultura psichedelica tributava a un libro uscito nel 1939 che, secondo l’autore, avrebbe dato da lavoro ai critici per almeno un centinaio di anni: il Finnegans Wake di James Joyce.
Passando dall’altra parte, se la mappa non ha mentito, dovremmo già sapere che cosa aspettarci: il Finnegans Wake dovrebbe essere il doppio speculare e contrario della griglia di Giovanni di Cappadocia; dovrebbe cioè essere una macchina per pensare e per pensare sempre nuovi pensieri in grado di emancipare l’uomo dalla condizione di prevedibilità assoluta cui invece la Macchina nera lo condanna.
Tra i protagonisti o gli autori più letti dalla controcultura degli anni Sessanta, Marshall McLuhan sosteneva che Finnegans Wake fosse più forte dell’Lsd, Terence McKenna lo leggeva come un oracolo, lo psicoanalista libertario Norman O. Brown lo considerava come un tesoro trovato alla fine del suo processo di radicalizzazione del pensiero di Freud e Robert Anton Wilson, che lo lesse e ne scrisse con un acume pari ai grandi studiosi joyciani, amava ripetere all’amico Timothy Leary un passo che sembrava annunciarne la venuta, per via della comparsa del nome stesso di Leary trasfigurato in un grande Re dotato di una ardente testa di erba (marijuana) piena di colori psichedelici: “High Thats Hight Uberking Leary his fiery grassbelonghead all show colour of sorrelwood herbgreen”.
Philip K. Dick, il nume tutelare occulto dello gnosticismo acido che qui stiamo provando a concettualizzare, mette a segno un ulteriore punto. Concependo un’idea simile a quella di Culianu, e visitando le stesse regioni interiori di Lilly, Dick scrisse: “Finnegans Wake è un insieme di informazioni basate su sistemi di memoria computerizzata che sono apparsi solo secoli dopo l’epoca di Joyce; che Joyce era collegato a una coscienza cosmica da cui ha tratto ispirazione per l’intero corpus della sua opera”.
Finnegans Wake racconta nel modo più complicato possibile una storia molto semplice: il sonno e i sogni di una notte del protagonista, il gestore di una rivendita di alcolici della periferia di Dublino, H.C. Earwicker. Il nome, Earwicker, è importante: indica l’appellativo con cui viene chiamato l’insetto forbicina che, secondo varie leggende, s’inocula dentro le orecchie di chi dorme. Il lettore del Finnegans Wake è così sempre in movimento, il suo cervello è perennemente trasformato, percorso dallo zigzag della forbicina elettrica che collega le sinapsi per costringerla a associazioni impensate. La forbicina è come l’Lsd, un riprogrammatore cerebrale che fa saltare in aria ogni schema fisso, a partire dal libro stesso.
Del libro, infatti, ancora oggi non esiste critico capace di dirci esattamente che cosa succeda perché, ogni volta che lo si apre, sembra mutarsi il contenuto. Era il 1939, ma troviamo per esempio la parola email: “Speak to us of Emailia”, la parola Google: “One chap googling the holyboy’s thingabib”, le scarpe della Nike: “Nike with your kickshoes” e addirittura il nome del campione di golf Tiger Woods: “tigerwood”; allo stesso modo, a metà esatta del libro, in sole tre righe, incappiamo nella giustapposizione tra la parola “fungo” e la parola “Nogeysokey”, cioè Nagasaki.
Gli esempi sono infiniti, e non lo scriviamo retoricamente per dire semplicemente che sono tanti. Gli esempi sono tecnicamente infiniti perché Finnegans Wake è un libro la cui fine coincide con l’inizio e la cui composizione, non a chiave enigmistica, ma secondo un libero gioco di analogie, muta continuamente nel tempo e nello spazio, a seconda di chi lo legge, dell’epoca in cui lo si legge e delle condizioni di set e di setting in cui viene letto.
Finnegans Wake è un meraviglioso bambino difficile che porta a pensare l’impensabile: come l’Lsd, accende il cervello connettendo neuroni tra di loro non comunicanti; come l’internet libertaria e aperta di Brand, mette in comunicazione persone, concetti e idee che altrimenti non si sarebbero mai incontrati per creare nuove comunità possibili. Per dire: a un certo punto, Joyce nomina il profeta Maometto e scrive il suo nome così: Moyhammlet; inserisce, all’inizio, il Moi francese dell’Io cartesiano, alla fine Amleto e, in mezzo, Ham, prosciutto, ma anche Cam, uno dei figli di Noè. Si ride subito per il maiale inoculato nel corpo semantico di Maometto e nello stesso tempo si concepisce un impensabile: quale rapporto si è instaurato tra due grandi eroi del dubbio come Cartesio e Amleto con il fondatore della religione della certezza e della sottomissione assoluta? e di tutti loro con Cam, maledetto perché ha visto suo padre nudo? che cosa c’entra tutto questo?
Connessione, analogia, emozioni forti, irriconoscibilità, libertà, nuove comunità. Sembra la descrizione della Silicon Valley degli anni ‘60. Sembrano le caratteristiche politiche che il realismo capitalista descritto da Fisher ha provato a combattere e a eliminare una volta per tutte. Sono la speranza contro la fine della Storia. Sono i distintivi delle forze dell’apertura.
La mappa, insomma, ci ha portato dinanzi a un altro super computer, ma radicalmente opposto a tutti gli altri computer incontrati sinora, dalla Macchina di Forster al sistema totalitario dell’algoritmo fino alla griglia di Giovanni di Cappadocia.
È evidente che nessun lettore di Finnegans Wake legge lo stesso libro. Eppure il libro è lì, democraticamente uguale per tutti, a disposizione di tutti, ma imprevedibile come qualche goccia di Lsd.

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Mentre stiamo leggendo questo libro, il libro che abbiamo in mano, una corrente ascensionale di dati che riguarda intimamente ciascuno di noi sta nutrendo senza sosta la Macchina algoritmica. E’ un flusso che non si può arrestare, è la merce più preziosa, è – come dice con inconsapevole compiacimento chi traffica in queste cose – il nuovo petrolio. Il Demiurgo, ora, proprio ora, sta giocando al gatto e al topo con te, con le mie idee, la tua identità, le nostre speranze e paure. Ci vuole prevedibili e, se ogni tanto sembra che ti lasci un po’ di libertà, credimi, lo fa solo per non annoiarsi: il gioco cosmico alla lunga stanca e, dopotutto, l’apocalisse è una exit strategy piuttosto spettacolare.
Nello stesso tempo, sta accadendo ogni giorno uno strano fenomeno elettrico: qualcosa sta piovendo sui tuoi schermi e si riflette nei tuoi pensieri e nei nostri sentimenti. È la corrente discensionale dei dati che proviene dalla Macchina algoritmica. Una neve cade lieve su tutto l’universo e senti di assomigliarti sempre di più, circondato da una tribù che costantemente si restringe, fino a quando anche quest’ultima sparirà, lasciandoti in una solitudine perfettamente profilata.
Corrente ascendente e corrente discendente. E non andrà avanti così per sempre; la prima corrente, presto o tardi, s’interromperà; quando? Non lo sappiamo, il momento lo deciderà il gatto meccanico: ce ne accorgeremo perché perderà interesse per noi e ci considererà un trofeo ormai inerte.
Niente di nuovo. È lo scenario con cui abbiamo iniziato a percorrere questa strana mappa che si sovrappone alla contemporaneità. È uno scenario di guerra. Ma è anche uno scenario dell’immaginazione.
Torniamo a guardare quel flusso di dati in ascesa e in discesa e ricordiamoci di che cosa è fatto. Si tratta di numeri che traducono soprattutto parole, suoni, emozioni; sono immagini, fantasmi. E siamo sempre lì, all’immaginazione.
Nel suo libro più famoso, Eros e magia nel Rinascimento, Culianu legge un trattato di Giordano Bruno dedicato alla magia, il De vinculis in genere, e mostra come il mago sia innanzitutto un operatore di immagini. È attraverso le immagini infatti che riesce a controllare e a dirigere i propri sortilegi, impossessandosi dei pensieri e dei sentimenti di chi vuole legare alle proprie intenzioni. L’importante, per Giordano Bruno, è ricordarsi che la magia è dappertutto, come se fosse una sostanza filamentosa simile allo pneuma che nel Rinascimento accomuna ogni essere vivente e che lo collega all’universo; è una ragnatela, un’internet capace di connettere cose e persone.
Giordano Bruno mostra come si possano manipolare individui e masse facendo leva sulle loro emozioni e i loro desideri, tenendo in debito conto la personalità e le aspettative dei soggetti a cui il vincolo si dirige. Ancora una volta, profilazione e propaganda; un sistema che si attua con l’uso di suoni, immagini e parole che, suscitando deliberatamente nella mente della vittima, similitudini e dissimilitudini, cioè simpatia e antipatia, riesce a influenzare i recessi profondi dello spirito dell’individuo.
Un vincolo magico lega così Giordano Bruno allo scandalo di Cambridge Analytica. Perché anche in questo caso gli elettori sono stati profilati e, man mano che l’algoritmo è stato messo nelle condizioni di conoscere sempre meglio le proprie vittime, rilasciava una corrente discensionale di immagini capaci di suscitare in loro gioia e tristezza, desiderio e avversione, amicizia e odio, fino al punto di conquistarle alla causa per la quale Cambridge Analytica era stata pagata. E’ un tipo di magia che lo stesso Culianu non esita a paragonare ai moderni strumenti pubblicitari, propagandistici e politici. E siamo sempre al gatto e al topo.
Tutto questo, lo abbiamo visto, è un’oscura parodia di un mondo simmetrico in cui valgono le stesse regole: immaginazione, connessione, potenza. Solo che, in questo caso, queste regole sono cariche in un senso inverso. E sono aperte.
È una guerra di fantasmi. È una guerra di immagini. E per combatterla bisogna trasformarsi in soldati gnostici armati di un immaginario imprevedibile, irriconoscibile e perennemente acceso; simile a quell’ardore di cui andava in cerca, attraverso il culto del Soma, la civiltà vedica.
Joyce diceva che Finnegans Wake parlava la lingua del futuro.  E Finnegans Wake ci ha insegnato a usare l’immaginazione per scatenare e trasformare in atto le possibilità racchiuse in potenza dal linguaggio ordinario. In un certo senso, parliamo della stessa potenza che Mark Fisher cercava di risvegliare nelle possibilità ancora inespresse dalla cultura psichedelica. Ci siamo capiti.
Il soldato gnostico custodisce, nella sua memoria, il ricordo di uova che devono ancora schiudere i propri serpenti. Per farlo, sa che deve riconnettersi al computer universale.
Lo poteva dire un personaggio di Joyce, lo poteva affermare ugualmente un mistico mediorientale del terzo secolo dopo Cristo; alla fine lo ha detto Timothy Leary. Prima della battaglia: Turn on, Tune in, Drop out.


Bibliografia essenziale

Roberto Calasso, “L’ardore”, Adelphi 2010.
Elias Canetti, “Massa e potere”, Adelphi 1981, trad. di Furio Jesi.
Ioan P. Couliano, “I miti dei dualismi occidentali”, Jaca Book 1987, trad. di Dario Cosi e Luigi Saibene.
Ioan Petru Culianu, “Eros e magia nel Rinascimento”, Bollati Boringhieri 2006, trad. di Gabriella Ernesti.
Ioan Petru Culianu, “Il rotolo diafano”, Elliot edizioni 2010, trad. di Roberta Moretti.
Erik Davies, “Techgnosis”, Ipermedium libri 2001, trad. di Marcello Buonomo.
Philip K. Dick, “La trilogia di Valis”, Fannucci editore 2010, trad. di Vittorio Curtoni.
Umberto Eco, “Un delitto troppo perfetto”, La Repubblica, 30 aprile 1997
Mark Fisher, “Il nostro desiderio è senza nome”, Minumum fax 2020, trad. di Vincenzo Perna.
Mark Fisher, “Realismo capitalista”, Produzioni nero edizioni 2018, trad. di Valerio Mattioli.
Edward Morgan Forster, “La macchina si ferma”, Portaparole edizioni 2012, trad. di Maria Valentini.
Aldous Huxley, “Moksha”, Oscar Mondadori 2018, trad. di Mariagiulia Castagnone.
Hans Jonas, “Lo gnosticismo”, Sei edizioni 1991, trad di Raffaele Farina.
James Joyce, “Finnegans Wake”, Oscar Mondadori 2019, trad. di Luigi Schenoni, Enrico Terrinoni, Fabio Pedone.
Alexandre Kojève, “Introduzione alla lettura di Hegel”, Adelphi 1996, trad. di Gian franco Frigo.
John C. Lilly, “Il centro del ciclone”, Crisalide edizioni 1997, trad. di Angela Leonetti.
Timothy Leary, “Neuropolitica”, Castelvecchi 2005, trad. di Fabio Rossi.
John Markoff, “What the Dormouse Said”, Penguin Books 2005.
Roberta Moretti, “Il sacro, la conoscenza e la morte. Le molte latitudini di Ioan Petru Culianu”, edizioni il Cerchio 2019.
Michael Pollan, “Come cambiare la tua mente”, Adelphi 2019, trad. di Isabella C. Blum.
Henri-Charles Puech, “Sulle tracce della Gnosi”, Adelphi 1985, trad. di Francesco Zambon.
Robert Anton Wilson, “Coincidance”, Falcon Press 1991.
Robert Anton Wilson, “Sex, Drugs & Magick”, Castelvecchi 2005, trad. di Elisa Manisco.
Elémire Zolla, “Filosofia perenne e mente naturale”, Marsilio edizioni 2013.
Shoshana Zuboff, “Il capitalismo della sorveglianza”, Luiss University Press 2019, trad. di Paolo Bassotti.

Saggio tratto da: AA. VV., La scommessa psichedelica, a cura di Federico Di Vita (Quodlibet, 2020)

2 Commenti

  1. Un pizzico di libertà in più, sennò soffoco (ma non datemene troppa, ché non saprei che farmene)!

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francesca matteonihttp://orso-polare.blogspot.com
Sono nata nel 1975. Curo laboratori di tarocchi intuitivi e poesia e racconto fiabe. Fra i miei libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014). Ho pubblicato un romanzo, Tutti gli altri (Tunué, 2014). Come ricercatrice in storia ho pubblicato questi libri: Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014) e, con il professor Owen Davies, Executing Magic in the Modern Era: Criminal Bodies and the Gallows in Popular Medicine (Palgrave, 2017). I miei ultimi libri sono il saggio Dal Matto al Mondo. Viaggio poetico nei tarocchi (effequ, 2019), il testo di poesia Libro di Hor con immagini di Ginevra Ballati (Vydia, 2019), e un mio saggio nel libro La scommessa psichedelica (Quodlibet 2020) a cura di Federico di Vita. Il mio ripostiglio si trova qui: http://orso-polare.blogspot.com/