Toya: al-Ashmawy batte gli stereotipi

di Giuseppe Acconcia

Toya (Francesco Brioschi Editore, 18 euro, 244 pagine, traduzione di Elisabetta Bartuli e Giacomo Longhi) di Ashraf al-Ashmawy è un sorprendente romanzo di formazione. L’autore, ex magistrato e giudice della Corte d’appello in Egitto, si è occupato per tutta la vita di contrasto al contrabbando di antichità storiche e proprio con Toya è stato tra i finalisti dell’International Prize for Arabic Fiction del 2013. Come il più noto in Italia, medico e scrittore egiziano, Alaa al-Aswany, anche al-Ashmawy è un uomo di legge prestato alla scrittura. Eppure rispetto all’acclamato autore di Palazzo Yacoubian, al-Ashmawy mantiene la genuinità di una prosa non prevedibile nel suo sviluppo. Il protagonista del libro è il giovane e ambizioso Yussef. Studente e dottorando di medicina, vorrebbe aprire alla fine dei suoi studi una clinica in Egitto per concretizzare le sue aspirazioni di ascesa e prestigio economico. Sin da subito però, si intuisce che Youssef è in realtà un ragazzo alla ricerca di una ragione di vita, non lo convince il mito di Gamal Abdel Nasser e il suo panarabismo che aveva conquistato il popolo egiziano ma neppure la fredda Inghilterra, incarnata nella città di Liverpool da cui proviene la sua famiglia materna. Se il Regno Unito delle tante estati, dell’algida Katherine, promessa sposa caldeggiata dall’apprensiva madre, Mrs Brown, e della “debordante occupazione” dell’Egitto, lo annoiava, l’Egitto diventava ai suoi occhi sempre di più il “terreno fertile per far fiorire le sue ambizioni”. Sebbene nel tentativo di crescita della consapevolezza di sé, Yussef venga descritto come un “pavone”, “azzimato e snob”, “obnubilato da se stesso”, l’aspirante medico è anche impegnato a difendere l’Egitto e gli stereotipi che albergavano nella mente della borghesia inglese verso il suo paese. Ma la sfida, pur partendo dai pregiudizi generali, si concretizza anche nella messa in discussione degli stereotipi dello stesso Yussef per cui la professione medica percepita come fonte di “prestigio sociale” diventerà una “missione”, il Kenya e l’Africa selvaggia da luogo, fatto di “povertà, malattie e usanze bislacche” nel quale stare il più breve tempo possibile per approfondire le ricerche sulla lebbra e concludere il dottorato, si trasformerà nell’amore della sua vita. Così come l’algida Inghilterra non è solo incarnata nell’arrivismo di Katherine ma anche nelle aspirazioni di fare della professione medica una missione, come suggerito dal professor Randall che spinge Yussef a partire per Nairobi e approfondire i suoi studi, nonostante le resistenze iniziali del giovane che vorrebbe semplicemente aprire la sua clinica al Cairo. Se per Yussef il viaggio in nave verso Nairobi è un “salto nel vuoto”, Randall ha ben chiaro che quel percorso porterà il giovane a liberarsi “dall’egoismo e dal narcisismo”. A sconvolgere i pregiudizi di Yussef arriva però la magia delle foreste dei Kikuyu, “un posto che mai avrebbe immaginato potesse esistere su questa terra” e la bellezza “genuina e naturale”, propria delle “sacerdotesse dei santuari”, della giovane Toya. L’amore a prima vista per Toya scoppia impetuoso mentre si approfondisce l’amicizia con il piccolo e sfortunato Dono. Un amore che sarà anche unità di intenti contro il traffico di organi imposto dal perfido Neville a cui si sottomettono i capi locali per le loro ambizioni, da Mingo a Irai, e al quale Toya si ribella aiutando Yussef a curare i malati di lebbra e per questo firmando la sua condanna a morte. L’amore completo tra Yussef e Toya supererà ogni limite, tanto che al rientro da Liverpool dove il giovane medico raccoglierà i riconoscimenti che merita per le sue ricerche mediche, lascerà il Kenya da vincitore perché le cure contro la lebbra funzionano e i bambini Kikuyu sono salvi, i criminali locali, dal traffico di organi sono costretti a dedicarsi all’esportazione di diamanti e, una volta in partenza in nave verso il suo Egitto, Yussef porterà con sé tra le braccia la sua piccola Toya, il frutto dell’amore interrotto con la sua amata.

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giuseppe acconcia
Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente di Geopolitica del Medio Oriente all'Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze Politiche all'Università di Londra, è stato Visiting Scholar all'Università della California (UCLA – Centro Studi per il Vicino Oriente), docente all'Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano (Aseri). Si occupa di movimenti sociali e giovanili, Studi iraniani e curdi, Stato e trasformazione in Medio Oriente. Si è laureato alla School of Oriental and African Studies di Londra, è stato corrispondente dal Medio Oriente per testate italiane, inglesi ed egiziane (Il Manifesto, The Independent, Al-Ahram), vincitore del premio Giornalisti del Mediterraneo (2013), autore del documentario radiofonico per Radio 3 Rai “Il Cairo dalle strade della rivoluzione”. Intervistato dai principali media mainstream internazionali (New York Times, al-Jazeera, Rai), è autore de Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), The Great Iran (Padova University Press, 2018), Liberi tutti (Oedipus, 2015), Egitto. Democrazia militare (Exorma, 2014) e La primavera egiziana (Infinito, 2012). Ha pubblicato tra gli altri per International Sociology, Global Environmental Politics, MERIP, Zapruder, Il Mulino, Chicago University Press, Le Monde diplomatique, Social Movement Studies, Carnegie Endowment for International Peace, Policy Press, Edward Elgar, Limes e Palgrave.
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