Lo stretto di Dublino

di Barry McCrea

 

Gennaio 2021

In Irlanda la temperatura, di solito moderata, è scesa a meno sette; la caldaia – manco a farlo apposta – si ferma, lasciandomi senza riscaldamento.

È sabato, le vie ghiacciate rendono pericoloso spostarsi in macchina e l’idraulico non può o non vuole venire. Siamo in piena pandemia e quindi non posso andare né dai miei né da un amico. Il mio simpatico vicino di casa s’intende di caldaie e si offre di aiutarmi. È un uomo ben radicato nel quartiere, anche se meno della moglie, figlia di una stirpe millenaria di pescivendoli ambulanti, donna vivace e fascinosissima che dimostra solo quaranta dei suoi settant’anni e che si mostra al vicinato un’unica volta all’anno quando viene alla mia festa di Natale – conquistando tutti i nostri ospiti con la sua eleganza, la straordinaria voce da soprano e le battute spiritose in dialetto dublinese – per poi scomparire di nuovo fino al Natale successivo. In lockdown, ovviamente, non c’è stata nessuna festa e quindi non la vedo da più di un anno. Anzi, siccome ha problemi di salute, bisogna evitare anche i contatti indiretti e quindi mi devo assentare da casa mentre il marito si dà da fare con la caldaia.

Fa un freddo boia. La pandemia ha chiuso tutti i rifugi – bar, caffè, biblioteche, cinema – dove in altri tempi mi sarei recato. Finora ho scrupolosamente onorato il motto di Dublino, Obedientia Civium Urbis Felicitas, ma ora mi concedo una deroga al regolamento che ci impone di non allontanarci più di cinque chilometri dal focolare domestico.

Sono tornato a Dublino da un paio d’anni dopo più di due decenni passati tra Italia e Stati Uniti. È un ritorno che suscita dei dubbi sull’età che ho: alcune parti della città, immutate dai tempi della mia giovinezza, mi riportano all’infanzia; in altre zone esistono non solo edifici nuovi ma nuovi luoghi, nuovi tipi di vita a me totalmente sconosciuti; provvisto di una mappa mentale rimasta a prati e piccoli sobborghi in pieno disaccordo con la attuale realtà topografica, sento accumularsi il peso dei vent’anni in cui sono stato via.

Dove andare mentre il vicino cerca di far ripartire il mio riscaldamento? Assurdamente, mi metto a pensare a come sia stato il ghiaccio a permettere agli antichi popoli dell’Asia di passare lo stretto di Bering e di scoprire terreni strani e meravigliosi. Quando i ghiacci si sciolsero a loro non restò che rimanere dall’altra parte per diventare col tempo gli “indiani” che Colombo incontrerà una ventina di millenni dopo. È in questo spirito che decido di sfruttare la mattinata di gelo per andare, per quanto posso, fuori città, a vedere un’altra realtà. Voglio visitare la famosa campagna della mia isola di smeraldo. Salgo sulla mia bicicletta e prendo il sentiero del Grand Canal in direzione ovest.

L’ovest è per me, e nell’immaginario culturale irlandese in generale, un luogo di fascino e mistero. Tutti i miei antenati nacquero, vissero e morirono nelle contee atlantiche di Connacht, là dove, secondo la mitologia nazionalista, si conserva l’anima del popolo irlandese nel suo stato più puro e autentico. Oggi non si tratta di mettersi “in viaggio verso occidente” come sogna Gabriel Conroy nelle ultime righe dei Dubliners di Joyce. Non intendo andare fino alla selvaggia costa atlantica, ma solo attraversare la nuova periferia di Dublino per vedere l’inizio della pianura di Leinster, ma, forse a causa della pandemia e del fatto che da mesi non mi sono allontanato più di 5 km da casa, la gita illecita mi sembra un’odissea piena di pericoli e promesse.

Il canale è completamente ghiacciato. È la prima volta che lo vedo così. Gli oggetti che di solito galleggiano gioiosamente prima di sprofondare o raggiungere il mare aperto – bottiglie di birra vuote, bicchieri di carta, una piccola carriola di plastica – sembrano stupiti, quasi vergognosi di trovarsi esposti ed immobilizzati sulla superficie del canale, un po’ come me, che, dopo aver girato il mondo per vent’anni mi ritrovo ingabbiato in un quartiere di Dublino.

Il primo tratto lungo il canale fa parte del quartiere in cui abito e che non lascio da nove mesi. Mentre procedo mi saluta qualche conoscente in giro a passeggio. Dopo giorni in cui non vedo un’anima, essere riconosciuto mi riempie di soddisfazione e di autostima. Di nuovo mi sento a metà tra un giovane e un vecchio: un po’ il figlio del macellaio che gira fischiettando per il paesino con un cestino pieno di salsicce e bistecche, e un po’ l’anziano vedovo del quartiere che fa a tutti un po’ pena e che accoglie con slancio eccessivo i saluti che raccoglie per strada.

Una volta superato l’incrocio dei binari del tram, finito il quartiere, non riconosco più nessuno. Costeggiando il canale, il paesaggio immediato rimane lo stesso, ma si capisce il carattere dei quartieri circostanti dai (pochi) passanti che affrontano la gelida mattinata. Per un po’ vedo soprattutto giovani maschi cinesi, sempre soli, sempre occhialuti, e tutti con l’aria di chi sta smaltendo una preoccupazione o una beffa, grave ma non gravissima. Poi, per molti chilometri, la riva è occupata da piccoli nuclei famigliari polacchi e russi. Nel mio quartiere, ormai lontano, sono loro, gli immigrati dei paesi dell’est, che sfruttano di più gli spazi pubblici, pur rimanendo sempre segregati: da un lato grandi assembramenti femminili che fanno picnic sui prati o nei cimiteri; dall’altro maschi che, da soli o in coppie, lanciano con grande destrezza la canna da pesca anche nelle acque più improbabili e poco promettenti. Oggi lungo il canale, però, sono in famiglia, sembrano particolarmente sorridenti e a loro agio. Un padre russo, ad esempio, indica un carrello pietrificato nel ghiaccio del canale e dice qualcosa che provoca una folle risata nella moglie e nel figlio di tre anni. Mi chiedo se la loro felicità non sia dovuta al gelo: magari il sole freddo, la brina per terra, il canale ghiacciato ricordano loro passeggiate mattiniere dell’infanzia a Cracovia o Ekaterinburg, forse con nonni o zii, a cui erano allora affezionati, ma che non ci sono più o che, ora che si sono trasferiti in Irlanda, non avranno modo di veder invecchiare. Oppure, invece, la pandemia impedisce ai genitori di andare al lavoro e di vedere gli amici, e così le famiglie semplicemente si godono questa tregua dagli obblighi sociali e professionali.

Per un breve tratto il canale è tagliato da una strada trafficata e per un momento rientro nel mondo abitato. Mi ritrovo così nel quartiere popolare di Clondalkin. Un cartello mi indica la torre, che risale al VII secolo. Non sapevo, o non mi ricordavo, che Clondalkin è nato intorno ad un monastero medievale. Spuntando assurdamente tra il supermercato “Moldavia”, un takeaway pakistano e un negozio di sigarette elettroniche, l’antica torre mi ricorda le bottiglie buttate nel canale e rese inopinatamente visibili dal gelo che le ha immobilizzate. Decido di andare a vederla da vicino ma intravedo con la coda dell’occhio un posto di blocco della polizia. Sono ormai a più di nove chilometri da casa, quasi il doppio della distanza consentita per legge, quindi rinuncio alla torre e continuo a costeggiare il canale.

Man mano che mi allontano dal centro il paesaggio si trasforma in una miscela di vegetazione e cemento. Sono quartieri talmente nuovi che non hanno ancora dei veri nomi, luoghi che io non conosco per nulla ma che per una gran parte della popolazione costituiscono la realtà quotidiana che loro identificano con “Dublino”.

Il ponticello di Ballymakaily, nel villaggio di Lucan, è il vero confine tra città e campagna. Da lì in poi, l’argine diventa fango ghiacciato. Le povere ruote della bici urtano in continuazione contro solchi induriti; scendo per continuare a piedi. Tra i rovi fittissimi intravedo campi distesi, qualche quercia che spunta qua e là, e, sull’orizzonte, le colline coperte di neve.

Più vado avanti e più mi trovo avvolto dalla serenità vetusta della campagna. Sembra tutto lontano: la pandemia, il mio quartiere, la caldaia rotta. Il freddo non dà tregua ma il sole è bello e brillante. È più di un’ora che pedalo senza sosta. Ho allo stesso tempo freddo e caldo.

I passanti che incontro sono pochissimi: qualche russo con cane, ma soprattutto pensionati irlandesi che passeggiano da soli. Non gli basta il saluto consueto. Sarà perché stiamo ormai entrando in campagna, o forse perché non sto più andando in bicicletta, oppure la monotonia di questi mesi di lockdown, ma ognuno vuole fermarsi a scambiare due chiacchiere. Fanno commenti enfatici sul grande gelo, felici finalmente di avere un argomento alternativo alla peste infinita.

Attraversato un bel ponte settecentesco, alquanto malconcio, non vedo più nessuno e spingo la mia bicicletta in solitudine. È una solitudine talmente diversa da quella che vivo a casa che colui che vive nella casetta del mio quartiere a cui si è rotta la caldaia nel giorno più freddo dell’anno sembra essere un personaggio da romanzo con cui io non ho niente a che fare.

Il canale comincia a curvare impedendomi di vedere dove porta la strada davanti a me. Il sentiero prende una salita e gli alberi si fanno più fitti, quasi fossimo in un bosco. A quest’atmosfera d’avventura s’aggiunge il fatto che so per certo che la fine della contea di Dublino non può essere lontana. Nello spirito di chi fa un grande viaggio importante, mi sento spronato ad andare all’estero e mettere piede nella contea di Kildare. Mi aspetto che il confine sia subito dopo la curva e accelero il passo.

A cinquanta metri da dove mi trovo vedo una persona che, come se ci trovassimo in una calda giornata di luglio, è per metà sdraiata e per metà seduta tra i cespugli. È un uomo brizzolato con accanto una bicicletta e uno zaino. Mi guarda mentre mi avvicino con un’aria più stupefatta che diffidente. Forse si aspettava di trascorrere una mattinata solitaria sull’argine, forse non è abituato ad accogliere intrusi in questo tratto di terreno.

Come che sia, dal suo atteggiamento risulta chiaro che bisognerà scambiare qualche parola con lui prima di procedere oltre la curva fino a Kildare e inoltrarsi per la campagna. Ci salutiamo. Lui mi chiede con l’aria ufficiale del doganiere che ci sono venuto a fare fin qui. Gli spiego che mi si è rotta la caldaia. Mi viene il dubbio che sia un clochard e che sia indelicato da parte mia, se non crudele, parlargli di case riscaldate. Lui mi ascolta con un’aria tra l’annoiato e l’incredulo quasi fossi Marco Polo e stessi raccontando con troppi dettagli a un gondoliere veneziano la mia visita alla corte del Kublai Khan, un interlocutore non necessariamente scettico ma certo con ben altro da fare.

Gli chiedo che cosa si trova dietro la curva e mi dà una risposta ambigua. Gli chiedo se Kildare sia vicino e lui sembra annuire. Mi dice che tiene dei cavalli nei campi lungo il canale. Non capisco se sia un contadino allevatore di Kildare (le cui pianure erano rinomate per l’allevamento dei cavalli già ai tempi delle antiche epopee gaeliche) oppure un senza-tetto dublinese. Comunque sia, ho la forte sensazione che il significato che dà al termine “tenere” non sia strettamente giuridico.

Gli chiedo di nuovo che cosa mi aspetta dopo la curva. Mi dice che il sentiero va avanti. Quanto? Fa un gesto che significa qualcosa come “infinito” e poi aggiunge “almeno fino a Celbridge.” Quindi il confine della contea non è lontano? Risponde che la scelta ovviamente è mia, ma che lui mi sconsiglia vivamente di proseguire. Il sentiero è pericoloso, il disgelo è imminente e il terriccio si disgregherà con il rischio che mi trovi con la bicicletta incastrata nel fango. Più insiste e più ho l’impressione che il vero motivo per cui mi scoraggia non sia il timore per una mia eventuale disavventura in un sentiero paludoso ma un’altra ragione tutta sua. Forse si sente il proprietario del terreno circostante e non vuole che sia disturbato da estranei? O forse il movente è tutto diverso, magari multiplo e complicato.

Mi appare come una divinità celtica travestita, messa qui apposta per avvertirmi, per sfidarmi o per proteggere un suo favorito che si nasconde dietro la curva. Dopo un ultimo sussulto e un’ultima esitazione se proseguire o no, lo saluto e torno indietro, verso est.

Squilla il telefono. Il vicino mi rassicura che la caldaia è riparata e mi aspetta una casa calda. Poco dopo il ponte di Ballymakailey, appena rientrato in città, mi fermo per fotografare una capanna abbandonata. La firma di un tagger sull’architrave è di un mio omonimo. Dalle case popolari alle spalle spunta un ragazzino di circa 13 anni, il cappuccio della felpa annodato stretto contro il freddo.

“Buongiorno.”

Siamo già nella periferia urbana ma, come spesso fanno i bambini di campagna, egli si comporta come un vecchio signore, mi fa l’occhiolino con un’aria d’intesa “tra uomini di mondo”. Fa un riferimento al canale ghiacciato come uno che d’inverni ne ha visti innumerevoli. Poi mi fa una domanda infantile, se ci si può camminare sopra, se secondo me il ghiaccio resisterebbe. In un primo momento sono scioccato dall’idiozia della domanda, ma presto mi rendo conto che vuole soltanto trattenermi per fare un po’ di conversazione. Con le scuole chiuse e i genitori che lavorano a casa, gli è venuta forse la voglia di fare due chiacchiere con un adulto che non sia un parente.

Prima di ripartire, dunque, mi fermo qualche minuto per ascoltare questo bambino mentre discorre, con un tono di grande e antica saggezza, del freddo, dei tempi che corrono, di cavalli selvaggi, di acque che si gelano e che poi si sciolgono.

*

Barry McCrea (1974) è uno scrittore irlandese. Ha pubblicato il romanzo The First Verse (2005) e due libri di saggistica, In the Company of Strangers (2011) e Languages of the Night (2015). Insegna letterature comparate nelle sedi di Dublino e Roma della University of Notre Dame.

 

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato il volume collettivo Teoria & poesia, Biblion, 2018. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.