Un coccodrillo vivo per Philippe Sollers

 

di Edoardo Pisani

Pour vivre cachés, vivons heureux.

Philippe Sollers

 

È morto Philippe Sollers. È scomparso – per usare un eufemismo tanto inesatto quanto incongruo visti gli oltre sessanta titoli da lui pubblicati, uno sterminato catalogo che difficilmente “scomparirà” dalle librerie francesi – uno degli scrittori francesi contemporanei meno letti e meno amati dal pubblico eppure più rispettati dal mondo culturale e editoriale parigino, uno dei protagonisti maggiori della letteratura francese del secondo Novecento, Philippe Sollers, autore di libri belli e importanti, per quanto spesse volte troppo sperimentali, quali ad esempio il céliniano Femmes (la sua opera più conosciuta e riuscita, un romanzo estremo e mistico edito in italiano dallo straordinario Tullio Pironti) o Le Coeur absolu o Portrait du Joueur (il romanzo successivo a Femmes, con belle pagine veneziane) o il saggio Studio (un memoir che tratta di Rimbaud e di Hölderlin) o Une vie divine o le sue voluminose raccolte di saggi letterari (dei veri e propri manuali di combattimento artistico e di resistenza umana). Arbasino lo sfotteva in Parigi o cara, pasticciandone il linguaggio troppo politicizzato, teorico; Houellebecq lo ritrae ne Le particelle elementari, anch’egli sfottendolo (ma è un ritratto benevolo: Sollers rifiuta un testo troppo razzista di uno dei personaggi del libro); il terribile Marc-Édouard Nabe, uno degli autori scoperti proprio da Sollers, invece scrive, ne Le vingt-septième livre: “Vent’anni fa, Sollers mi diceva che si permetteva il 25% di compromesso e il 75% di integrità. Oggi ha invertito le proporzioni. Che disastro! Il cocktail è imbevibile…” E ancora: “Per Sollers ci sono delle cose che si fanno e delle cose che non si fanno… Sulla sua tomba leggeremo: Sono cose che non si fanno.”

Cosa leggeremo sulla tomba di Sollers? Di certo è stato un grande autore, e di certo continueremo a frequentarne le opere migliori. Ma qual è il suo vero lascito letterario? Femmes, che fece scandalo alla pubblicazione, per poi finire a mucchi fra i remainder dei mercatini francesi? I saggi di Tel quel e de L’infini, raccolti nelle edizioni Gallimard, oltre tremila pagine su Rimbaud, Céline, Proust, Hemingway, Mozart, Casanova, Kafka e via di seguito? I suoi romanzi minori, come Portrait du Joueur, in cui peraltro Sollers dice cosa bisognerà scrivere sulla sua tomba, rifacendosi a Stendhal e a Céline? O forse gli sperimentalismi dei suoi libri più vecchi, come Paradis, un intero romanzo/periodo scritto senza punteggiatura, purtroppo illeggibile (o leggibile come un libro di poesia)? O la sua bella biografia di Casanova, edita in Italia da il Saggiatore? Oppure non ne rimarrà niente, o poco, qualche rigo appena, e i suoi oltre sessanta libri passeranno prima inosservati e poi scompariranno lentamente dalle librerie?

Personalmente ne ricordo con affetto e ammirazione alcuni brani, come questo passo di Studio, riguardante gli incanti e i rimpianti delle sue battaglie letterarie e politiche e i suoi anni di vita bohémienne a Parigi, rivolgendosi a una sua ex ragazza: “Non credevi a tutte queste storie della rivoluzione, avevi ragione, avevi torto. Certe volte bisogna avere molto torto per avere ragione in una maniera che non sarà mai messa in conto, tanto meglio, poco importa. La maggior parte dei nostri amici sono morti, i nostri nemici sono dei morti viventi, hanno vinto, scrivono la Storia come vogliono, vanno in giro come superstiti nei loro spettacoli di derisione. La sconfitta è dura e amara, ma non abbiamo voluto un altro destino. Nessun giudizio, qui, a ognuno il proprio silenzio. Con chi parlare? Come spiegarsi? Lasciamo perdere. Ti rivedo, una mattina, cercando di impedirmi di buttarmi dalla finestra, e gridando, e piangendo…”

Sollers non è morto suicida, buttandosi dalla finestra, bensì è morto, o meglio morirà, ché questo è un coccodrillo che non voglio tenere nel cassetto, da vecchio e nel proprio letto, dopo oltre sessant’anni di vita culturale e artistica vissuti e combattuti sempre in prima linea, sulla pagina e nel mondo editoriale. La letteratura per Sollers è infatti innanzitutto un combattimento, una guerra del gusto continuamente rinnovatasi (Guerre du goût: questo il titolo di una sua raccolta di saggi). Nella quarta di copertina dell’edizione italiana di Femmes, si legge: “Donne, pubblicato in Francia nel 1983, appare in Italia solo dopo dieci anni. Sull’opportunità di tradurlo sembra che non fosse d’accordo un famoso scrittore italiano riconosciutosi in uno dei personaggi del libro…” Non ho mai capito quale fosse il “famoso scrittore italiano”; forse Moravia? Certo è che Donne, uno dei romanzi francesi più belli degli anni Ottanta, oggi andrebbe ristampato e riletto, come altre opere di Sollers, per la maggior parte inedite in italiano (i grandi autori francesi spesso non sono tradotti in italiano, come i grandi autori italiani, e qui penso ad Arbasino, spesso non sono tradotti in francese; è la miopia europea…).

Ma quanti libri scompaiono, quanti libri scompariranno! La letteratura è terrificante e spietata. Marc-Édouard Nabe – che un tempo era amico e complice di Sollers – ha detto recentemente che Sollers è finito nell’inferno delle lettere, perché non lo legge più nessuno. Chissà. Forse la sua morte cambierà le cose, forse, più probabilmente, no. Questo breve necrologio anticipato (Sollers non è ancora morto, ma è come se lo fosse, visto che è fin troppo stampato e pochissimo letto) di sicuro non muterà il suo destino letterario. I lettori francesi lo possono leggere ovunque, però non lo fanno; i lettori italiani possono trovarlo a fatica nei mercatini dell’usato o su ebay, dei volumi vecchi e intonsi che pure conservano tutto il fascino stilistico e avanguardistico della prima pubblicazione, però non lo cercano. Philippe Sollers è ancora vivo, ma i suoi libri italiani sono morti e sotterrati da tempo. Si spera che questo piccolo e nervoso coccodrillo letterario possa contribuire a riesumarne qualcuno.

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ornella tajani
Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice del saggio Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018). Ha tradotto e curato: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Ha inoltre tradotto le Opere di Rimbaud (Marsilio, 2019). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.